Christine Salem – Salem Tradition (Cobalt, 2013)

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Il maloya è un genere musicale di La Réunion imperniato sull’uso di percussioni e di canto d’impianto antifonale, che da un lato è riconducibile ai discendenti degli schiavi che lavoravano le piantagioni di canna da zucchero, dall’altro ha inglobato elementi musicali provenienti dalla composito contesto multi-etnico isolano. Fino a qualche decennio orsono era un suono ribelle, associato al partito comunista locale di orientamento indipendentista, interdetto dalle autorità (la polizia interrompeva le manifestazioni musicali, distruggendo gli strumenti), condannato dalla chiesa cattolica, perché usato nelle cerimonie servis kabaré, in cui l’incedere percussivo e il canto inducevano stati di trance al fine di comunicare con gli spiriti degli antenati. Il bando è stato abolito nel 1981; poco più di due decenni dopo, nel 2009 il maloya è stato inserito nell’elenco dei patrimoni intangibili dell’Unesco per la Francia (sic), di cui l’isola dell’arcipelago delle Mascarene, nell’oceano Indiano, è un dipartimento d’oltremare. Questo espressione musicale ibrida è stata anche al centro del documentario di Jean Paul Roig, “Maloya Dousman” (1994), di cui esiste in commercio un DVD. 
Sin dall’inizio degli anni ’80 con gruppi come Ziskakan o con il maloya a tinte elettro-jazz dei Ti Fock la neonata scena world music ha messo una bandierina sull’isola tropicale. Ne La Réunion del nuovo millennio il maloya si tinge di rock, reggae e rap, mentre la scena musicale locale mostra una grande vivacità, con punte di eccellenza come il fisarmonicista, residente in Francia, René Lacaille, la cantante Nathalie Natiembé, entrata nel circuito world via la fiera marsigliese Babel Med, e soprattutto con Danyèl Waro, cantautore e poeta creolo pluripremiato, arrivato anche sui palchi del Womex e del Womad. Stella in ascesa è sicuramente Christine Salem, il cui esordio risale agli anni ’90 come corista di un gruppo di séga (principale forma musicale dell’isola); poi è arrivata la svolta verso il maloya, allora prevalentemente interpretato dagli uomini, seppure non fosse interdetto alle donne. Artista dalla presenza scenica carismatica, voce da contralto, a tratti può ricordare Nina Simone, e non solo nell’aspetto. Nata all’incirca quarantuno anni, infanzia a Camélias, quartiere difficile di Saint-Denis, capoluogo dell’isola, Salem incarna una nuova generazione di donne e musiciste, che asseriscono fieramente la loro identità di genere e culturale, dando nuovo volto a una musica che oggi rappresenta una parte significativa della cultura nazionale reunionese. 
Quest’anno ha pubblicato il suo quinto lavoro, “Salem Tradition” – dal nome del suo primo gruppo fondato nel 1997 –, inciso a Parigi, sotto l’egida di Philippe Conrath, produttore e creatore dell’etichetta Cobalt. Christine si accompagna all’idiofono rettangolare kayanm, mischiando le lingue (creolo, malgascio, comorino e swahili), raccontando storia e storie della sua isola, evocando il mondo tradizionale e spirituale del maloya. Nelle interviste Salem stessa rammenta la sua personale consapevolezza della trance, divenuta parte del suo sviluppo spirituale e del riconoscimento dell’eredità familiare. Dei quindici brani del CD, sette sono stati già incisi nei suoi album precedenti, gli altri otto sono nuove composizioni. Dei secondi, in “Sakalav” e “Mikonépa”, che vedono la partecipazione del collettivo folk-rock franco-americano Moriarty, si innestano moduli rock; in altre due tracce Christine duetta con Rosemary Standley, vocalist degli stessi Moriarty (“Lespwar”) e con la cantante sud-africana Portia Solani Manyike (“Thula Sizwe”, canto polivocale tradizionale sud-africano divenuto una sorta di inno quando Mandela fu liberato dalla prigionia). Affianca la voce principale uno strumentario composto da percussioni, corde, batteria, basso, contrabasso, chitarra e cori. In questo lavoro Salem mette al centro l’essenzialità del canto accoppiato a suoni acustici, segnatamente percussivi. Il tamburo cilindrico, il kayamn e l’arco musicale bobre sostengono il timbro caldo con inflessioni velate di Christine in “Ti Blé”, brano d’apertura del disco. Struttura fortemente poliritmica nel successivo “Camelìa”. “Maloki” e “Komor blues” – quest’ultima fa trapelare stilemi afro-americani – presentano una struttura fortemente ipnotica, con le percussioni che valorizzano la voce scura della cantante. Sono centrati sul canto responsoriale con determinante apporto percussivo “Alouwé“, “Gouloum” e “Finale”. Invece, pura polivocalità in “Yelo”. Parte con un sorta di recitativo, per poi assumere una potente accelerazione ritmica, “Django”, mentre è più levigata l’atmosfera di “Kadjembawé”. Tra i brani più efficaci del disco, segnaliamo anche “Djinn”, riconducibile alle esperienze dirette della Salem nei rituali di trance tradizionali. Un’artista da scoprire. 


Ciro De Rosa