I Luf – Mat E Famat

I Luf non hanno bisogno di presentazioni, per loro parlano oltre dieci anni di intensa attività artistica spesa spesso sul palco e una ormai ricca discografia, in cui spiccano alcuni dischi entrati di diritto tra gli album di riferimento del folk-rock in Italia, è il caso dell’esordio Ocio Ai Luf, ma anche di lavori più maturi come Paradis Del Diaol e Flel. In occasione della pubblicazione del loro nuovo disco in studio abbiamo intervistato Dario Canossi, leader e frontman del collettivo camuno, che ci ha raccontato la genesi di questo nuovo album, ed insieme a lui abbiamo approfondito i temi e le ispirazioni dei brani principali. 

Come Nasce Mat e Famat? 
Nasce dalla voglia, arrivati ad una certa età, di fare un po’ il riassunto delle puntante precedenti, e dall’idea di parlare un po’ della pazzia (mat) e della fame di cose nuove (famat). Quindi pur essendo arrivato ad una veneranda età guardi avanti piuttosto che guardare indietro, è un po’ un analisi di questo. Rispetto agli altri dischi, che nascevano più velocemente questo è stato l’album su cui ho lavorato di più. 

Il titolo Mat e Famat può essere interpretato anche come pazzi ed incazzati? 
Più che un incazzatura quello che emerge dal disco è la voglia di trovare una via d’uscita. Nel disco sono presenti diverse canzoni sulla vita e sulla morte, e da un lato sicuramente c’è l’incazzatura, ma comunque è una incazzatura costruttiva che ti porta a trovare delle soluzioni perché anche nei momenti peggiori c’è una via d’uscita. Questa è un po’ la filosofia che da sempre ci ha caratterizzato da “Vivi La Vita Ballando” che è il nostro motto, ad affrontare la vita non facendo sconti ma non dando nulla per scontato. 

Insomma i Luf militanti di qualche anno fa hanno lasciato il posto ad una visione più riflessiva… 
No.. No… I Luf restano militanti ed incazzati. Sempre e comunque, ma positivi e propositivi nel senso che la nostra non è un incazzatura a vuoto, ma è alla ricerca di soluzioni. 

Da Ocio Ai Luf all’ultimo disco, passando per Flel, cosa è cambiato dal punto di vista sonoro in questi anni? 
Dal punto di vista della scrittura dei vari brani è probabile che io sia cambiato, come cambia l’aria, l’ascolto. Cerco di stare sempre sintonizzato sulle novità e in questo mi sento fortunato, perché insegno in una scuola di ragazzi di quindici, sedici anni che in continuazione ti portano la novità. Dal punto di vista sonoro cambiano i timbri, perché essendo un collettivo musicale aperto spesso a cambiare sono gli stessi musicisti, che si avvicendano ai vari strumenti. In questi anni abbiamo cambiato tre violinisti, abbiamo alternato due tre fisarmonicisti, i fiati sono cambiati un paio di volte, per cui penso che il suono di un disco, al di là della mia scrittura delle varie canzoni, a farlo siano i vari musicisti che lavorano con me. Essendo un collettivo musicale gli arrangiamenti li costruiamo insieme e non c’è un direttore artistico che ci dice: “lì deve suonare il mandolino, lì deve suonare il banjo, poi là suonerà la fisarmonica”. Noi ci ritroviamo in sala prove, come ragazzini, cominciamo a suonare e poi chi è più bastardo vince e passa la sua idea. Da noi funziona un po’ così. 

Più in particolare rispetto a Flel anche i temi sono un po’ cambiati, come dimostrano a esempio "Ballata per Vic" e "Camionisti"... 
Onestamente non saprei dirti se c’è una scelta filosofica dietro i vari brani, e finirei per raccontarti un sacco di palle come fanno molti. Ma non è così. Per me scrivere canzoni è una cosa molto istintiva. Scrivo quello che mi viene. E’ venuta fuori “Camionisti” ed è stata così. “Ballata per Vic” ho cominciato a scriverla il giorno del suo funerale, perché io abito molto vicino a dove è stato sepolto, ma non riuscivo a finirla. E’ stata ferma un anno e poi mi è venuta l’idea di chiamare sua mamma, e di chiederle se volesse scrivere la canzone con me, e lei mi ha detto di si. E così è ricominciata questa avventura. Per i pezzi in dialetto sono salito su al paesello in montagna e mio zio, il nostro vate di ottantacinque anni, mi ha raccontato la storia di un uomo che pur di non scappare dai fascisti si è fatto seppellire nel letame e si è fatto portare via con un carro, e da lì è nata la storia di “Babos Barbel Barbù”. Sono cose che arrivano quasi da sole, non c’è una scelta a priori sui testi, mentre per i suoni cerco di dare un indirizzo in qualche modo. In questo caso volevo più cajun e così ho detto ai ragazzi che avrei voluto aggiungere un po’ di questi suoni, ma poi è venuto fuori il cajun dei Luf che non c’entra niente con la tradizione americana. 

Tra i brani mi ha colpito molto "Lungo La Linea del Don" in cui si racconta degli Alpini dell’ARMIR, che fanno un po’ parte del patrimonio culturale di tutto il nord Italia. 
Quella dell’Alpino in ogni paese di montagna è considerata un po’ una figura mitica. Pensa che il complimento più grande che si è soliti fare ad un bambino piccolo, per dirgli che è forte e sta diventando grande, gli si dice: “sei un Alpino!”. Queste figure, per me che sono pacifista da sempre, sono staccate dal valore militare, ma appartengono ai ricordi, ricordi di persone che hanno fatto questa esperienza. In particolare il Don e la spedizione italiana in Russia sono legate ad una storia di una grande sconfitta, una storia di morte, ma che nella canzone diventa una racconto di vita, nel quale si passa dagli Alpini del Don, a mio figlio che mi deve insegnare a nuotare. Anche qui, insomma dalla morte si passa alla vita, che come detto è un po’ la filosofia del disco. Da un percorso di morte che è quello degli Alpini che cercano di tornare a casa, alla fine si arriva al ricordo di mio padre che mi appare in sogno e poi a mio figlio. E’ un passaggio dal passato al futuro, un percorso generazionale, nonno, padre e figlio, ma in una visione positiva. 

In "Giuda Della Neve" si tocca poi il tema della Resistenza, ed in particolare l’eccidio dei nazifascisti di Pontechianale… 
Sono quelle cose stranissime che succedono nella vita. Io ho un amico fraterno ad Alba, il quale quando andavo a trovarlo mi diceva sempre che c’era un professore del figlio che aveva scritto un libro interessantissimo, ma anche molto divertente che si chiama “Promossi o Sbocciati” ed è un libro sulle figure degli alunni. Una cosa dal morire dal ridere, perché fa tutti i ritratti dall’alunno con la mamma bella, il secchione, il leccaculo, tutta una serie di personaggi davvero divertentissimi. Alla fine mi regalò questo libro ed io mandai a questo professore i nostri dischi. Dopodiché non ci siamo mai visti, ma ci siamo scambiati un po’ di e.mail e ad un certo punto gli chiesi se gli piacesse scrivere qualcosa per il prossimo disco. Lui però invece di mandarmi una cosa divertente, mi inviò questo racconto che gli aveva narrato suo padre. Si tratta di una storia realmente accaduta di un traditore che vendeva i partigiani ai fascisti. Quando fu scoperto, i partigiani lo portarono in montagna ed un giorno lì dove era tenuto prigioniero si recò la madre di uno di questi ragazzi che erano stati fucilati. I partigiani lo lasciarono entrare nella baita dove c’era la donna, che aveva con se una pistola. Lei non gli fece nulla, e dopo un po’, quando sono entrarono nella baita i partigiani la trovarono con un rosario in mano. Quando la donna se ne andò, il traditore prese la pistola e si uccise. La donna non si girò nemmeno e proseguì il suo cammino. Quando lo seppellirono trovarono nelle sue scarpe le foto dei ragazzi uccisi. Questa storia mi ha molto colpito e così è nata questa canzone, ma per mantenere vivo il ricordo. 

Nel disco ritorna Springsteen con la vostra riscrittura di "American Land" che diventa "La Al De Legn"… 
Non è la prima volta che riprendiamo un brano di Springsteen, lo avevamo già fatto con “Turna Mia Ndrè” e ci ha portato fortuna. Avevamo dedicato quel brano al comandante Cappelini, un partigiano che è stato preso al mio paese e poi fucilato a Brescia e che è considerato una delle figure mitiche della Resistenza in Val Camonica. Quella canzone ci valse la tessera onoraria dell’ANPI e la cosa che mi ha colpito è che quindici giorni fa, al funerale di uno dei partigiani che erano insieme a lui i suoi figli hanno voluto che venisse suonata questa canzone “Turna Mia Ndrè”. Quella era la frase che il comandante Cappellini diceva a Camara che era il partigiano che è morto: “Non tornate indietro, scappate voi che a me ci penso io”. Questa canzone è diventa un po’ un patrimonio della Val Camonega, gira un po’ nelle scuole, la cantano i ragazzi. Sull’onda di questo successo mi sono detto, facciamo “American Land”, che a me piace tantissimo. L’anno scorso l’abbiamo sempre usata come inizio e chiusura dei concerti, in versione strumentale non cantata. Poi ho scritto il testo e anche lì è venuta fuori una storia di emigrazione, un po’ alla Luf. 

Al disco hanno collaborato i Vad Vuc, Daniele Ronda e Vincenzo Zitello. Come sono nate queste collaborazioni?
Come sempre nulla di forzato. Sono degli amici, i Vad Vuc sono fan dei Luf da sempre e mi avevano chiesto di cantare nel loro ultimo disco un brano, che si intitola “Paternoster” come una nostra vecchia canzone. Mi è sembrato così naturale chiedergli di farci un po’ di bordello, quello giusto, con i loro fiato e poi a Cerno di cantare con noi un brano. Allo stesso modo anche con Ronda è nato tutto da un ottimo rapporto di amicizia. Con lui stiamo facendo alcune cose. E ti dico in anteprima che c’è in piedi un progetto importante sul folk, che vedrà sullo stesso palco i Luf, Daniele Ronda e i Vad Vuc. E’ una roba che stiamo mettendo in piedi da poco, e ci siamo visti proprio ieri sera, perché l’idea è quella di fare delle cose insieme. 

Qual è il rapporto dei Luf con la tradizione musicale della Val Camonica? 
Il discorso è che le radici musicali nostre sono quelle delle ballate, dei cantastorie, ma nella nostra valle non c’è una tradizione musicale molto forte. Nelle valli però ha resistito la tradizione del baghèt, che è la cornamusa bergamasca, che è diffusa anche nella zona bresciana. Questo strumento è d’obbligo nel nostro sound. Noi non abbiamo mai voluto fare una canzone popolare di restauro, andando a riprendere e nemmeno tradizionalista. Penso che la tradizione popolare in quanto tale debba evolversi. Penso di essere tra virgolette un musicista popolare, perché è in quello che mi identifico, ovvero in un cantastorie. Un musicista popolare che però fa musica oggi, adesso e la fa ascoltando Springsteen, i Mumford & Son’s, mentre vent’anni fa chi faceva lo stesso lavoro ascoltava i Beatles o cinquant’anni fa ascoltava altre cose. La musica popolare, secondo me, non deve essere chiusa in una turris eburnea e non deve essere musicata. I puristi della musica popolare a me fanno molta paura, perché non vogliono più dire niente, continuando a ripetere gli stessi stilemi continuamente. Invece la musica popolare, così come hanno dimostrato Springsteen e Pete Seeger in America, deve evolversi, deve essere calata nella realtà in cui si vive. 

Concludendo, mi piacerebbe tornare sul progetto I Luf Cantano Guccini, cantautore al quale tu da sempre ti ispiri e che è un po’ il tuo nume tutelare… 
(ride) Io faccio di tutto per staccarmi da questo modello, ma non ci riesco. Quando nasci e cresci bevendo latte e Guccini alla fine poi ti trovi lì ad assomigliare a lui dal punto di vista vocale, ma se la mamma mi ha fatto così. C’è poco da fare. Da un lato questo progetto era un po’ un atto dovuto, dall’altro c’è sempre la voglia di divertirsi. Volevo far finta di avere ancora vent’anni e cantare ancora le canzoni dell’epoca, quelle che cantavo con gli amici, a scuola, quando si andava in spiaggia. Avevo in debito di riconoscenza rispetto a Francesco Guccini, perché è cantando e suonare le sue canzoni che ho imparato a fare musica. Così mi sono detto facciamo questa cosa! Ho fatto molta fatica a spiegare ai Lupi questo progetto, nel senso che loro non lo sentivano molto, perché essendo più giovani erano un po’ lontani da Guccini, però poi un po’ per obbedienza, un po’ per fede in quello che abbiamo sempre fatto e non abbiamo mai sbagliato, mi sono venuti dietro. Questa cosa ci ha dato parecchie soddisfazioni, come al Premio Tenco, abbiamo fatto un concerto al Teatro Dal Verme, che è uno dei teatri più importanti di Milano e lo abbiamo riempito. Quello che è mancato è stato però proprio il live perché non abbiamo avuto grandi richieste, mentre il disco è andato molto bene ed ha girato tanto. 



Ocio Ai Luf, Quattro Salti Nella Discografia dei Lupi
Per ripercorrere dall’inizio la vicenda artistica della band della Val Camonica è bene iniziare da Quasi Luf, disco uscito nel 2004, ma registrato nel 1999 con il titolo Fin Qui Tutto Bene dalla Charlie Hill Musik Kompany, ovvero la band di Dario Canossi fotografata qualche attimo prima della mutazione genetica in salsa folk-rock che avrebbe dato vita ai Luf. Si tratta di un disco rock a tutti gli effetti, con qualche spunto che fa presagire la svolta stilistica verso il folk., come dimostrano l’iniziale “Vita”, una rock ballad dal testo vibrante ed intenso, la sentita “Marta” e la travolgente “Sparati”. Non manca anche una piccola chicca ovvero “Di Che Segno Sei, brano composto da Dario Canossi insieme a Davide Bernasconi (a.k.a Davide Van De Sfroos). Al 2002 risale invece il disco di debutto dei Luf, ovvero Ocio Ai Luf, che raccoglie dodici brani in dialetto camuno incisi con alcuni ospiti d’eccezione come Vincenzo Zitello, che ha impreziosito con la sua arpa celtica la splendida “Nina Nana”, su testo di Angelo Canossi, Lorenzo Monguzzi dei Mercanti Di Liquore, che compare ai cori in “Per Un Pezzo Di Pane” e il Coro Brianza di Missaglia. Il disco raccoglie alcuni brani diventati ormai piccoli classici del repertorio dei Lupi ovvero “Vento” dedicata ad Ernesto Che Guevara, “Ocio A La Nona, Ocio A La Strea” in cui brilla il violino di Agapiemage Persico, ma anche perle come la toccante “Per Un Pezzo di Pane”, la border song “Ramon”, la danza popolare “Caro’l Me Tone” e quel gioiellino che è “Piccola Donna”. 
Tre anni più tardi i Luf tornano con Bala E Fà Balà, un disco work in progress, che però trasuda passione ed amore come dimostra la collaborazione con Marino Severini dei Gang in “O Pescator Che Peschi”, le militanti “Cuore A Sinistra Portafoglio A Destra” e “Pater Noster Poc Incioster” ma soprattutto “So Nahit 'n Valcamonega”, la loro divertentissima riscrittura di Sweet Home Alabama dei Lynard Skynard. Nel 2007 arriva poi il loro terzo disco, Paradis Del Diaol, altro punto focale della loro discografia che li fotografa in piena crescita alle prese con dodici brani di pregevole fattura che spaziano dal folk-rock dell’iniziale “Cünta e Canta” al country di “Donna Di Fiori” fino a toccare la tradizione irish con la title-track, una riscrittura del traditional “Raggle Taggle Gypsy”. Il disco non mostra alcun punto debole ma anzi riserva una serie di belle sorprese come “Turna Mia 'ndrè", dedicata al comandante partigiano Giacomo Cappellini ed ispirata alle Seeger Session di Bruce Springsteen, il duetto con Massimo Priviero in “Pensieri di Tritolo, la bella resa di “Comandante” dei Gang e quella che è diventata la canzone manifesto dei Lupi ovvero “Vivi La Vita Ballando”. Il 2010 è invece l’anno di Flel, il disco della maturità dei Luf, lavoro di pregevole fattura e dal sound affascinante nel quale spiccano l’apertura in chiave world della tambureggiante “Africa”, i duetti con Davide Van De Sfroos nella title track e in “Tira La Barba Al Frà, ma anche perle dimenticate come “Regina Delle Sei” , l'ironica "Littel Monchi", e la struggente “Dal Nido”. 
Due anni più tardi arriva una piccola sorpresa nella discografia dei Luf, ovvero I Luf Cantano Guccini, nel quale attraverso undici brani Canossi e compagni rendono omaggio al cantautore di Pavana. Durante l’ascolto brillano le belle versioni in chiave country-rock di “Bolonga” e “Canzone Per Un’Amica, le intense “Dio E’ Morto” e “Incontro” ma soprattutto la conclusiva “L’Avvelenata” proposta in un crescendo di grande impatto che sfocia in una giga irlandese, in cui spicca l’eccellente interpretazione vocale di Dario Canossi. Al di là dei dischi in studio la discografia dei Luf in questi anni si è arricchita anche di diversi progetti speciali come Aris Del Paradis e Giù in collaborazione con Flavio Oreglio, ed i preziosi Fiore Del Sambuco e Luna Di Rame e D’Ottone, ormai considerate delle vere e proprie rarità dai fans. Per quanti conoscessero poco la vicenda artistica dei Lupi, appare significativo inoltre citare tanto il cofanetto antologico Peace & Luf “25 anni e 25 canzoni”, accompagnato da uno splendido libro e nel quale sono contenute diverse rarità dell’epoca della Charlie Hill Music Company e prima ancora come Charlie Hill & The Common Sound, ma soprattutto una bella selezione dei loro brani principali, quanto il best of con inediti So Nahit 'n Valcamonega. Da ultimo, ma non meno importante è il live cd + dvd Live & Luf, che documenta uno dei concerti del tour del 2010 e in cui spicca la partecipazione di Davide Van De Sfroos. 



I Luf - Mat e Famat (Autoprodotto/Self, 2013) 
A tre anni di distanza da Flel i Luf tornano con Mat e Famat, disco composto da quattordici brani nuovi di zecca, che nel loro insieme rappresentano quanto di meglio fatto sin ora dal collettivo della Val Camonica. Si tratta di canzoni ispirate, sentite, intense, frutto di una scrittura meditata, ma allo stesso tempo di un cantautorato artigianale che guarda tanto alla tradizione popolare dell’Arco Alpino, quanto alla canzone d’autore. Fieri difensori della loro libertà, e ben lungi da qualsiasi compromesso Dario Canossi e i suoi Lupi in questi anni sono cresciuti sempre di più, lasciando per strada quei brani più scanzonati e forse meno incisivi del loro repertorio e puntando sempre di più su una scrittura matura e ricca di contenuti. Se infatti Flel a buon diritto può essere definito il loro album della piena maturità, Mat e Famat è la conferma di quanto di buono fatto in questi anni, e senza dubbio rappresenterà un riferimento importante nella loro discografia. Ciò che più colpisce sin da subito è come i Luf pur rinunciando ad una politica commerciale in senso stretto, siano riusciti a mettere insieme una bella raccolta di canzoni, dal sound coinvolgente e allo stesso tempo ricca di storie ora passate ora presenti, che ruotano intorno ai temi della vita e dalla morte. L’ascoltatore poco accorto è probabile che dopo il primo ascolto si lanci nell’azzardo di dire che i Luf sono meno incazzati e militanti rispetto al passato, ma a ben guardare la loro carica non è scemata per nulla, ma piuttosto le loro riflessioni si sono fatte costruttive e mirano ad infondere al loro pubblico una speranza rinnovata nel futuro. Durante l’ascolto a brillare sono senza dubbio la travolgente “Quando La Notte Piange” in cui spiccano i fiati dei Vad Vuc, la sofferta e commovente “Ballata per Vic” dedicata a Vittorio Arrigoni, e la riflessiva “Lungo La Linea Del Don”, tuttavia di grande intensità sono anche “Barbos Barbel Barbun” e “Giuda Della Neve”, due brani che in modo differente raccontano due spaccati differenti della Resistenza. Di ottima fattura sono anche il duetto con Daniele Ronda in “Trebisonda”, la stradaiola “Camionisti” scritta da Dario Canossi con Fabio Biale e “La Al De Legn”, originale riscrittura di American Land di Bruce Springsteen, che suggella un disco pregevole e tutto da ascoltare. 


Salvatore Esposito