Daniele Sepe – In Vino Veritas (Autoproduzione/ Good Fellas)

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La metafora del vino in note sarà anche abusata, ma con Daniele nulla è scontato. Certo il compositore e fiatista napoletano non ha bisogno di allentare i freni inibitori per commentare, manifestare il suo lucido dissenso dai luoghi comuni, ma il vino è occasione per “attraversare le più diverse condizioni in cui l'uomo comune si confronta con il bisogno primario più essenziale, alimentarsi e bere”, spiega nel presentare il disco. E poi ricordiamoci del detto contadino che recita: “Chi non beve tradisce…”: quella italica è una civiltà del bere… vino. Che capitani d’industria e amministratori delegati assaporino solo champagne – come scrive Daniele – non sono tanto sicuro perché le vie della “distinzione” sociale (più che cosa si beve, conta quanto si paga), ma anche quelle del gusto sono molte e variabili, ma qui le bollicine d’Oltralpe assurgono a simbolo delle ineguaglianze sociali. Personalità dalle orecchie attente, gli occhi e la mente pure… il suo atteggiamento da fustigatore dei “compagni” della domenica e dei radical chic (in verità, molti del suo pubblico) non gli fa aumentare gli “amici” né nei social network né nel mondo reale, ma Daniele è fatto così: prende posizione, non frena la lingua né si autocensura. Comunque la pensiate, è indubbio che quando si tratta di suonare la sua dissertazione è ampia, bollente ed insuperabile, geniale, che si trovi sul palco, in un piccolo pub o davanti ai cancelli di una fabbrica dove si lotta per il lavoro. Dopo “Canzoniere Illustrato”, disco giunto quasi in cima alle Targhe Tenco lo scorso anno, capolavoro d’arte musicale e grafica, eccoci a parlare di un’altra perla di un artista che, come scrisse Pietro Carfì recensendo "Nia Maro": “All’attinenza con la tradizione ha coniugato l’assoluta pertinenza con il contemporaneo” (World Music, 2005, n. 73, p.44). Potenza sonica di ben 73’18’’ (una volta Sepe mi ha detto che i dischi non dovrebbero durare troppo perché nessuno arriva oltre la mezz’ora: sono felice che abbia cambiato idea – almeno per i suoi CD – ma all’epoca non c’era ancora iTunes), del “Canzoniere” questo nuovo lavoro condivide lo spirito e la bella copertina di Pasquale “Squaz” Todisco (non la veste: quello era un CD libro a fumetti, questo è un dischetto autoprodotto, venduto a un prezzo davvero modico, i cui testi, accurate note e consigli per gli ascolti sono scaricabili dalla web page del musicista, www.danielesepe.com). 
Un giro del mondo con bussola che si orienta verso l’Europa dell’Est, con soste in Romania e Grecia, poi c’è la musica d’arte napoletana e il Sud (degli States), un omaggio al canto sociale italiano, e come sempre numi tutelari: Zawinul, Miles Davis e il jazz elettrico, ma anche Hermeto Pascoal, e Igor Stravinskij. Di quest’ultimo una citazione in mostra su una targa affissa nel chiostro del Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli ci rammenta che «Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente. Lontanissima dall'implicare la ripetizione di quel che è stato, la tradizione presuppone la realtà di quel che dura. Essa si configura come un patrimonio familiare, un'eredità che si riceve a condizione di farla fruttificare prima di trasmetterla ai propri discenti». “Canti e Musiche da Cantina, Bettola, Osteria, Mensa, Bar e Panchina recita il sottotitolo dell’album nel quale un Sepe con cresta Mohawk imbraccia sax tenore e flauto, accompagnandosi alla schiera di “sodales” rodati e attendibili: Tommy De Paola (Rhodes, pianoforte e tastiere), Piero De Asmundis (pianoforte), Franco Giacoia (chitarre), Davide Costagliola (basso elettrico), Aldo Vigorito (contrabbasso), Robertinho Bastos (percussioni), con le voci principali di Floriana Cangiano, Florin Barbu e Paolo Romano Shaone, la tromba di Gianfranco Campagnoli e il trombone dell’ottimo Alessandro Todisco, tre batteristi (Paolo Fortini, Claudio Romano e Daniele Chiantese) e le voci di Cori Ingrati. Né mancano ospiti come gli storici bluesmen partenopei Blue Stuff di Mario Insenga, il groove robusto delle Battuglie di Pastellessa dei Bottari di Macerata Campania registrate live a Carnevale, e il canto arrochito e verace di Enzo Gragnaniello. Come Sepe ha posto in essere da tempo, “In vino veritas” è un album non classificabile, dal suono aperto che presenta punti fermi, ma non si pone limiti mentali o di genere. 
Un menu della casa – dopo quello offerto da Adele della trattoria di Carmine in Via Tribunali nella Napoli storica – aperto dall’irresistibile “Brinnese”, dove la voce di Aldo Giuffrè apre un contrasto tra due irriducibili: un salutista vegetariano e un etilista, interpretati dal rapper Shaone, su un ritmo che è quello dei Bottari. Segue “Il sogno di Bacco”, realizzato per il regista Terry Gilliam (il film è “The Wholly Family”), perché dovendo Gilliam girare un corto a Napoli, aveva deciso che fosse un napoletano a realizzare la colonna sonora, e aveva scelto Sepe dopo avere ascoltato "Fessbuk". Tra l’altro, ricordiamo che Daniele ha un lungo curriculum di colonne sonore alle spalle. Il brano è affidato alla voce di Florin, protagonista anche in “Dau cu berea dau cu spritul”, ossia “Drunk man song” nella lingua dell’impero, che in realtà è un tradizionale romeno. Barbu, un interprete eccezionale anche per la notevole conoscenza del repertorio classico napoletano, è il componente di un’altra creatura di Sepe, la Brigata Internazionale composta da musicisti migranti napoletani. Con “Napolitana” siamo nel trionfo della cifra artistica di Sepe che riprende il pastiche, azzardo il cut’n’mix ante-litteram, di Stravinskij (ma il taglia e cuci lo faceva già Bach, mi ricorda il compositore e musicologo Girolamo De Simone, nei concerti ispirati a Vivaldi e ad altri autori italiani... Insomma, sono le cosiddette “estetiche del plagio”). Sepe va a ripescare la “Suite Nr. 1” per orchestra, dove il compositore russo usa un modo tipico della musica napoletana, nonché cita e stravolge, nel suo spirito modernista, una nota canzoncina napoletana d’epoca. Chiosa Sepe nelle note al disco: “La musica di Igor Strawinsky ha, tra le tante, una particolarità, spesso compone alternando brevi frammenti che scompone, divide, riduce ritmicamente, alterna ad atri piccoli frammenti ritmici e melodici, insomma quasi un secolo fa componeva come se invece del pentagramma avesse già davanti un bel Mac e andava avanti di taglia e cuci, copia e incolla su un buon programma di sequencer. […] Dopo aver tagliato quello che mi interessava e strechato per adattarlo al ritmo dei Bottari che avevo scelto, una bella "quasi tammurriata" a cui l'ostinato di Strawinsky conferisce un tono scuro e inquietante, ho fatto una prima stesura e l'ho affidata, senza indicazioni, a Shaone. 
Lui ne ha cavato un testo a mio parere strepitoso in cui la montagna, come viene chiamato il Vesuvio, si trafora in una specie di piramide infernale, allegoria del potere e del capitale, alla cui base milioni di schiavi, di formiche e pecoroni si arrabattano e se ne danno di santa ragione per cercare di arrivare in cima”. Ancora sulla ruota di Napoli, ecco uscire “Nu poco ‘e sentimento” e “Fresca fresca”, classici di una Napoli primonovecentesca aperta al suono francese che guarda al valse musette, canzoni affidate al canto di sciantose, tra le quali l’immensa Ria Rosa (la cui voce recitante ascoltiamo in “Fresca fresca”), figura di tutto rispetto che emigrata negli States sostenne la campagna in favore di Sacco e Vanzetti, cantando per loro una celebre canzone a loro dedicata, “Mamma sfurtunata”, sottotitolata “’A seggia elettrica”, rischiando l’espulsione come sovversiva. La citazione chapliana di “Tempi moderni” serve a raccontare con il rappato di ShaOne che lo spostamento della pausa mensa a fine turno (nuovo contratto imposto da Marchionne nel nuovo millennio, non la scena del film di Charlot dove gli scienziati mostrano al padrone la macchina che alimenta l'operaio fordista senza spostarlo dalla linea di montaggio) significa impedire l’incontro, il raccontare, il confronto, l’azione politica tra i lavoratori. «[…]‘nzieme nu’ magnano ‘e ccose nu’ cagnano, fore da menza nu’ ‘nze parla ‘e curteo, vonn’ ‘e ccape acalate, vonn’ e bbabbei, a ttiempo a ttiempo, arriva a ttiempo a ttiempo ‘o scambista, ‘na mano a’ marenna, l’ata mano è machinista, basta, comme p’’a vacca ‘int’’a pacca tonna, ce vò ‘o marchio ‘e fabbrica, marchia a Marchionne…”. 
Incursione nella tradizione del choro brasiliano, al quale è ispirato il magnifico “Rebulico” del grande Hermeto Pascoal, rilettura vibrante nella migliore tradizione del musicista partenopeo. Dopo di lui tocca a Zawinul, immancabile! Un passaggio necessario quello a “Young and fine” dei Weather Report, primo amore del sassofonista napoletano, con quel Wayne Shorter che Sepe ha sempre cercato di imitare, confessa. “La ballata di Franco Serantini”, scritta a caldo da Piero Nissim, subito dopo gli avvenimenti che condussero alla morte dell’anarchico, ci riporta nell’Italia degli anni ’70 della violenza dello Stato e dei suoi servitori. Onore alla Grecia che resiste alla troika con l’andatura sincopata rebetiko di “Resti ke batirides”, proveniente dal canzoniere di Giorgos Mitsakis, e del tradizionale “Ouzo”, dilatati con largo uso di fiati e affidati alla bella voce di Florina Cangiano. Dal dolce profumo di anice ellenico al torrido suono blues di Big Bill Broonzy, mediatore di quel suono afroamericano che vira dal mondo rurale a quello urbano. Qui Sepe trova i musicisti partenopei che delle musica del diavolo hanno fatto il loro vangelo: Mario Insegna & Blue Stuff. Ancora spazio per la voce rappante melismatica di Florin in “Vlata de la tara”. Per concludere questa saporita e genuina libagione sonora un altro piatto locale, “Scetate”, firmato Ferdinando Russo e Mario Costa. Sepe riprende l’orchestrazione del grande maestro Giuseppe Anepeta e spiega: “Non ho fatto che trascrivere l'orchestrazione originale di Anepeta per un sestetto jazz, lasciandogli l'aria notturna che una serenata deve avere, ricorrendo al classico duo sax tenore più tromba con sordina che troviamo nella lettura di ‘Round midnight’ di Miles. Interpretazione profonda di Enzo Gragnaniello, ugola brumosa e antica, con in bell’evidenza la tromba di Gianfranco Campagnoli e il piano di Piero De Asmundis. È il critical wine di Daniele Sepe: accatatavillo o scaricatavillo! 


Ciro De Rosa