Michele Moramarco – Come Al Crepuscolo L’Acacia

Apprezzato saggista e scrittore, Michele Moramarco è noto anche per la sua attività di musicista e cantautore, che, negli anni, lo ha portato ad incidere tre dischi, che spaziano dalla canzone d’autore alle composizioni strumentali. Lo abbiamo intervistato in occasione della pubblicazione del suo nuovo album “Come Al Crepuscolo L’Acacia” per approfondirne le ispirazioni e le suggestioni poetiche, che caratterizzano i vari brani da cui traspare tutta la sua capacità di esplorare la dimensione simbolica e sinestetica del cantautorato. 

Come nasce il tuo nuovo album "Come Al Crepuscolo L'Acacia"? 
Direi dal desiderio di raccogliere canzoni scritte in tempi e stili molto diversi, ma collegate da alcuni tratti comuni: la percezione del Sacro celato nelle pieghe dell'esistenza e della natura, il richiamo dell'Oltre, dove stanno le generazioni trascorse e quelle che non hanno ancora vissuto, l'affetto per i nati morti, per gli annientati. E non mi riferisco solo ai testi di vari brani, anche alcune scelte - o "ispirazioni" - armoniche e timbriche hanno a che fare con una specie di "metafonia", con sonorità trascendenti. Se ascolti in filigrana "Identikit R+C" o "Bethlehem" te ne rendi conto. 

Venendo ai brani mi ha colpito subito il sound old time de "L'Uomo Di Altamura"...
La canzone immagina che il cosiddetto "Uomo di Altamura", uno scheletro sorprendente, perlaceo, di almeno 50.000 anni fa (ma forse ben più antico) trovato nella cavità del Pulo non lontano dalla città pugliese, si metta a gironzolare nella murgia e nei claustri del centro antico, con il rischio di cadere in un crepaccio e finire ingloriosamente o di spaventare gli avventori di qualche bar in cui entrasse senza una ragione. Si tratta in buona sostanza di un cartoon (un po' sulle orme del disneyano "The Skeleton Dance" del 1929), la musica animata e giocosa lo rimarca, ma certamente è autobiografico: io sono di origini altamurane e la metafora di Ciccillo - così è stato bonariamente battezzato lo scheletro - sta per le radici che sento midollari, fondanti. 

Cosa ti ha ispirato "Green Man"? 
Un libro che lessi nel 1975, "Britannia misteriosa" di Janet e Colin Bord. Fitto di illustrazioni evocative dell'arcano che aleggia tra castelli in rovina e scogliere, vi trovai qualcosa sul Green Man (o Greene Kynge, Re Verde secondo una lezione arcaica), il fantoccio di rami e frasche che veniva sbeffeggiato e poi bruciato per celebrare la primavera, un po' come accade in certi "maggi" in Italia. Lo sentii una specie di Cristo vegetale, innocente ma sacrificato per placare il tempo che passa e uccide, il Crono divoratore dei propri figli. Ma pure il Green Man, come Cristo, risorge, e non solo nel verde della primavera successiva, ma anche - dal momento che, venendo distrutto, entra nell'Ignoto - in quella primavera definitiva, incantata e fuori dal tempo, che varie tradizioni spirituali invocano. 

Tra i brani più interessanti del disco c'è senza dubbio "La Ballata di Scaroun", ci racconti la genesi di questo brano? 
Mi fa piacere che tu ne parli così, perché è una canzone a cui sono molto affezionato. Dovrei anzi dire che mi sono affezionato al suo protagonista, peraltro mai conosciuto. Ma mi ha folgorato quel che ho letto di lui nel libro "Contavamo i cavalli bianchi" di Antonio Casoli. Scaroun era un "casante", svolgeva cioè le mansioni più umili in una casa colonica situata a poche centinaia di metri da dove poi io avrei abitato da bambino. Arrivò, racconta Casoli, subito dopo la fine della guerra, e - forse traumatizzato da un bombardamento - se ne stava in un mutismo assoluto, che rompeva solo per parlare, a gesti e suoni incomprensibili agli altri, con il Sole, la Luna e le stelle. Era davvero povero, Scaroun, eppure quella soggettiva - o, chi può dire, forse anche oggettiva - familiarità con gli oggetti celesti lo esaltava, riempiva la sua vita. Poi, come una meteora, se ne andò. L'ho immaginato fare la parte della cometa in un presepe su scala cosmica, tanto egli, sfuggendo, si immedesimava con gli astri vaganti.

Nel disco spiccano due brani, "Identikit R+C" e quel gioiello che è "Mastro Hiram", un piccolo oratorio lirico. Ce ne puoi parlare? 
Il primo è la stratificazione di due testi, come puoi notare ascoltandolo. La parte iniziale evoca Christian Rosenkreuz, il leggendario maestro dei Rosacroce, e la cripta ottagonale, pervasa da una luce misteriosa, in cui il suo corpo incorrotto sarebbe stato ritrovato; la seconda, invece, parla dell'identificazione - dubbia, come spesso accade - di un reo e della sua immediata fucilazione. Ora, non so spiegarti come mi sia saltato in mente di unire i due testi, quasi contrapposti nello spirito. Mi piaceva l'idea di un testo in cui "bianco" e "nero" fossero marcati, ben distinti, non confusamente mischiati come avviene a questo mondo, ma per non dare l'ultima parola al secondo, alla negatività, ho pensato bene di chiudere con una strofa che che si ricollega al primo testo: un richiamo alla Saggezza Divina (Sophia) che - se riusciamo a "intravederla" - ci consente di superare con il nostro spirito le brutalità naturali e storiche di un universo fàgico, in cui gli esseri si divorano a vicenda in vari modi. Quanto a "Mastro Hiram", si tratta di un brano ispirato a un "eroe" simbolico, il testo fa riferimento ad una leggenda iniziatica e la parte strumentale - che scrissi come una specie di marcia nuziale in cui tema e intrecci armonici creassero un'atmosfera in qualche modo toccante - vorrebbe celebrare la speranza della resurrezione. Anche "Mastro Hiram" è la stratificazione di due brani, ma stavolta in senso musicale: il primo (quello su cui canto) del 1971 e il secondo, lo strumentale che consta dell'introduzione poi riprende con il piano, scritto da me in uno stile neo-romantico nel 2005. Andrea Ascolini mi ha suggerito il breve ma efficace ponte tra i due. 

Quanto hanno pesato nella tua formazione musicale e cantautorale i tuoi studi sulla tradizione iniziatica? 
Molto.... per quanto la relazione sia, come si dice, biunivoca: anche la musica ha indirizzato le mie ricerche in ambito spirituale. C'è una corrente che scorre tra i due piani e ne fa, in qualche modo, tutt'uno. Quando una melodia ti eleva, cerchi corrispondenze in concetti, li cogli, li "capti" meglio entro un contesto nel quale magari sono dispersi, nascosti o apparentemente "abbassati", ordinari; quando un ritmo ti riscalda la volontà, puoi "aprirti" con più forza al respiro e al pulsare delle enegie divine; ancora, quando un'armonia suscita esperienze visuali in forma di figure plastiche, sei portato analogicamente a vedere meglio la geometria nascosta delle cose.... mentre la timbrica ti lancia in flussi cromatici che puoi assimilare come luci tenui o sfolgoranti, stimoli per le fibre corporee e per la mente.

Alle tue ricerche filosofiche sulla Vergine Maria si riallaccia il brano conclusivo "The Rose Of The World/Piccola Ave Maria"… 
Le mie ricerche hanno riguardato soprattuto il concetto di "Sophia", che costituisce, in un certo senso, il retroterra spirituale di Maria, in quanto Sophia è la "matrice" della Creazione, come Maria lo è del Cristo. La mia per Maria è piuttosto devozione (anche se in spirito universalista, non cattolico), meditazione, ricezione poetica. La Vergine Madre è la Dolce Signora che spande balsamo sull'anima afflitta. Allude al silenzio sacro, al divino grembo in cui si formano le facoltà spirituali, e a molto altro. Per questo ho collocato la mia "Piccola Ave Maria" a sigillo della poesia (musicata da me) "The Rose Of The World" di W.B. Yeats: l'archetipo del femminino descritto in quella lirica trova quasi un rifugio, in questo mondo, nella piccola statua di Maria custodita in una semplice "maestà" di legno, davanti alla quale mi fermavo spesso - da bambino - d'inverno, quando nevicava, traendone tepore... 

Oltre ai brani nuovi il disco, quasi fosse un paghi uno e prendi due, presenta una selezione di composizioni dai tuoi dischi precedenti, come mai questa idea? 
Per il motivo che dicevo all'inizio, cioè per amore di "rapsodia", perché mi piaceva l'idea di accostare stili e temi diversi, e così ho incluso, d'accordo con il mio editore musicale, l'ottimo Pietro Paluello (Heristal Entertainment), alcuni dei miei precedenti pezzi, tra quelli che ritenevo più interessanti o meglio riusciti. 

Come si inserisce questo nuovo disco nella tua produzione artistica? 
Mi è parso, mentre lo incidevo sotto la supervisione di Andrea Ascolini, di trovarmi in uno stato di "libertà creativa": molte soluzioni melodiche e testuali sono uscite in corso d'opera, quindi una spontaneità quasi selvatica si aggira in molte tracce, e ne sono contento. Lo sento come un cd vitale.

Come si è evoluto il tuo stile cantautorale in questi anni? 
Credo nel senso di una crescente autonomia, non dimenticando certo, nè rinnegando, le influenze che mi hanno formato, ma filtrandole meglio con una cifra personale. Quando nel '90 mandai alcune mie canzoni ("Malta", "Molto strano" e altre) ad Amilcare Rambaldi, il creatore del Premio Tenco, lui mi scrisse che le trovava interessanti ma che avrei dovuto staccarmi di più da certi retroterra (trovò caputiana "Molto strano" e contiana "Nello specchio dell'amore"). L'osservazione mi si impresse a fondo e solo otto anni fa sentii di avere raggiunto il traguardo che Rambaldi mi aveva indicato, così decisi di riprendere le incisioni. Ora il traguardo è ampiamente superato, direi... 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro… 
Innanzitutto continuare a incidere canzoni rapsodiche. Ti dico solo qualche titolo: "Laika", "Quando Keith Moon mi chiese una Kent", "Invisibili mani" .... insomma, dalla dolce cagnetta lanciata in orbita dai russi nel 1957 e purtroppo non tornata, a un incredibile incontro con il batterista degli Who quando avevo tredici anni, fino a una specie di metafisica delle mani. Per aggiungere rapsodicità a rapsodicità vorrei includere in un cd qualche bella canzone inedita del mio amico e produttore musicale Andrea. Poi mi piacerebbe suonare di nuovo in locali, piccoli teatri e clubs - come il Take Five e il Bravo Caffè di Bologna, o l'Arciliuto di Roma - dove la canzone d'autore è di casa.



Michele Moramarco – Come Al Crepuscolo L’Acacia (Pesi & Misure/Heristal Enterainment) 
A tre anni di distanza da “Gesbitando”, Michele Moramarco torna con “Come Al Crepuscolo L’Acacia”, disco nel quale sono raccolti dieci brani di nuova composizione, prodotti da Andrea Ascolini ed incisi con la partecipazione del figlio Graziano Moramarco (chitarre), Sandra Mongiovì (voce) e l’H.W. Ensemble. L’ascolto rivela un disco di grande suggestione, in cui si intrecciano visioni poetiche e spaccati più easy, componendo un mosaico musicale eclettico ed originale, ma allo stesso tempo ricco ed imprevedibile. Ad aprire il disco è “L’Uomo Di Altamura”, un brano dalle sonorità old time, in cui viene raccontata la storia surreale di uno scheletro preistorico che passeggia per i vicoli di una città, ma è solo un attimo perché a seguire arrivano prima il profondo lirismo di “Attesa” e poi la swingante “Green Man”, in cui si canta dell’uomo vegetale che veniva “sacrificato” nelle feste primaverili. Il simbolismo biblico di Bethlehem, ci introduce al cuore del disco con brani come “La Ballata di Scaròun”, “Identikit R+C” e “Mastro Hiram”, quest’ultima caratterizzata da un epico intro stumentale e da un testo poetico, in cui si intrecciano leggenda iniziatica e simbolismo biblico. Sul finale arrivano poi “Chak Chak” che ci riporta verso un sound easy dai toni jazzy, la romantica ballata latin “E Ogni Momento Ti Amo”, e quel gioiello che è “The Rose Of The World” su testo poeta irlandese W.B. Yeats, che sfocia nell’altrettanto bella “Piccola Ave Maria”, in cui Moramarco canta di un bambino di fronte alla “maestà” in legno della Vergine. A completare il tutto, c’è anche una selezione di otto brani tratti dai due precedenti lavori cantautorali, “Allucinazioni Amorose (Meno Due)” e “Gesbitando”, che consentono a quanti si avvicinassero per la prima volta al suo songwriting di avere una visione globale della sua originale cifra stilistica. “Come Al Crepuscolo L’Acacia” è dunque il lavoro più compiuto del cantautore reggiano, non solo per la qualità intrinseca delle singole composizioni, ma anche per la cura che è stata riposta negli arrangiamenti, che mirano ad esaltare la dimensione poetica e simbolica della scrittura di Moramarco. 



Salvatore Esposito