Simona Colonna, Emozioni Per Corde E Voce Dalle Langhe.

Lo scorso Novembre a Cagliari, al Premio Parodi, ho ascoltato per la prima volta Simona Colonna, già nota al pubblico e agli addetti ai lavori per i consensi ricevuti al Biella Festival del 2011. Della sua performance non solo mi hanno colpito l’energia e la carica teatrale da one-woman-band, ma anche la sua abilità nello sviluppare le diverse tecniche di emissione del suono dal suo strumento, esprimendo codici d’azione che vanno ben oltre i dettami della musica classica, senza che questo diventi mero esercizio di stile, ma conservando una grande comunicatività funzionale alla struttura dei brani. Al contempo, la sua narrazione di “Brigante Stella” (la canzone presentata in concorso al Premio) ma anche la non facile interpretazione della toccante “Ruzaju” dello stesso Parodi, la sua relazione simbiotica con lo strumento, hanno toccato le corde dell’anima, facendo convergere i giurati ma anche gli stessi musicisti sull’artista roerina, che ha vinto il Premio per il miglior arrangiamento, per la migliore interpretazione nonché il premio degli altri artisti in gara. L’ascolto del suo CD Masca vola via, una sorta di suite per voce che canta in piemontese e violoncello, pubblicato da Musica Made in Biella, mi ha confermato in sole cinque tracce la qualità di una musicista lontana dai canoni ma anche dai cliché del folk revival del nord-ovest. Musicista che trova la sua compiutezza nell’essenzialità sonora, rifuggendo la ridondanza, propendendo per un disegno sonoro minimale, ma lontano da ogni astrusità, seducente per l’ascoltatore che si immerge in storie popolari, credenze, figure folkloriche, evocate e raccontate. E la lingua, direte voi? Come spesso accade, la forza del dialetto supera le barriere locali, è orgoglio locale ma non localismo ottuso ed egoista, diventa malìa, parola espressa e suono puro, comunicando anche a chi non condivide la cadenza delle Langhe. Insomma, Masca vola via è uno dei lavori più innovativi dell’annata appena trascorsa. Avviciniamoci, allora, al paesaggio sonoro di Simona che, come leggerete nell’intervista che segue, quando si deve raccontare non si tira di certo indietro. (www.simonacolonna.it). 

Come nasce Simona Colonna come musicista? Non hai imbracciato da subito il violoncello! 
Devo dirti che nasco cantante. A tre anni all'asilo la maestra Lucetta mi metteva regolarmente sul davanzale della finestra e io adoravo cantare (erano i tempi di “Ramaja”) utilizzando un microfono che era una matita! Nel resto delle mie giornate, ogni volta che mio padre, chitarrista per passione, mi accompagnava con la chitarra esploravo repertori diversi (1980 o giù di lì) la musica leggera, erano le canzonette di cui compravi a poche lire il pentagramma con testo, la musica folk tradizionale piemontese. All'età di 9 anni entro in banda a suonare il tamburo: tenevo il passo alle majorette, una figata...mi ricordo ancora il senso ritmico e di responsabilità che avevo.. tutti al passo dietro al mio tempo! Taratattà-tarattatà e via con le marcette popolari! Con lo studio del rullante comincio quello della fisarmonica per 5 anni, anche qui la musica principale era quella tradizionale piemontese. Poi finalmente dopo le medie, all'età di 14, la decisione di cominciare il conservatorio, con il flauto traverso, in cui mi sono diplomata nel 1993, e l'anno dopo comincio il violoncello, in cui mi diplomo nel 1996, dopo essere stata presente ad un concerto per cello-e pianoforte che mi rubò il cuore e l'anima! Dieci anni di repertori classici mi impegnano nello studio regolare e durissimo, ma anche inquadrante, del conservatorio. Da qui parte la lunga carriera con orchestre, musica da camera, solista ecc. ecc... 

Il violoncello, da strumento orchestrale, anche se altrove, e penso alla Scozia (al di là dell’interesse recente del folk revival), ha avuto un passato di accompagnamento delle danze popolari tra ‘700 e ‘800, a strumento solista che sta ritrovando una visibilità con compositori del calibro di Brunello e Sollima, solo per parlare di italiani. Al di là del riconoscimento della loro arte, sono tuoi modelli? Come ti collochi? 
Preferirei non collocarmi, sono uno spirito libero, e non amo essere né paragonata né inquadrata in uno stile piuttosto che un altro. Il violoncello è una voce umana con arco, quindi può fare di tutto, dall'etnico al folk, dal classico al moderno, dal contemporaneo al jazz...Insomma basta mettercisi di impegno, perché le ore devono essere molte dedicate allo studio tecnico di questo ostico strumento. Brunello e Sollima, Reijseger sono musicisti fantastici, ma...nessuno di loro abbraccia tanti repertori di diverso stile, e nessuno di loro canta contemporaneamente canzoni, standard jazz, e brani recitati, lodi religiose, repertorio medievale e barocco e parlati come faccio io. Ti devo dire che dieci anni fa quando sono stata per qualche anno in Canada, ho ascoltato Esperanza Spalding e lei mi incuriosì...anche se lei fa solo jazz e col basso e con il gruppo dietro... Comunque rimane una di quelle testoline geniali che ho ammirato da subito. 

Voce umana e uno strumento-voce che agisce come seconda voce, come strumento melodico, percussivo o di accompagnamento. Come hai sviluppato questo connubio? 
Ho suonato per 16 anni con tutti...in tanti tanti luoghi e generi diversi, in formazioni diversissime.. Poi 5 anni fa ho deciso che univo le due cose più mie.. la voce e il cello, in un unica soluzione. Ho iniziato con brevi frasi dove cantavo e mi accompagnavo in una sorta di basso continuo col cello, poi una vocina un po' diabolica dalla gola ha suggerito: “Senti bella perché invece di “limitarti” a fare il basso continuo non cominci a far funzionare la polifonia che c'è in te? Svegliati e datti da fare!” Così ho cominciato a tessere linee melodiche col cello che contrapponevano ciò che cantavo e piano piano a differenziare ritmicamente anche quello che canto in quello che suono....il tutto contemporaneamente. 

Il tuo rapporto con la tradizione popolare piemontese? Tu che sei nata nel 1971? Hai conosciuto la musica attraverso il folk revival? O attraverso altre strade? 
Tutte e due direi, anche se la strada mi ha insegnato di più. Ho studiato tanti corsi di musiche per bambini, di canti tradizionali finlandesi, africani, orientali, indiani, americani...Il piemontese? Lo parlo da 40 anni, ci vivo dentro da sempre, con gli anziani della mia zona parlo in piemontese, con i bambini dell'asilo a cui insegno, a volte anche, e insegno loro i generi diversi in lingue diverse...quindi canto generi diversi e lingue diverse a secondo del luogo, e tempo in cui vivo. 

Hai avuto o hai dei modelli folk? 
No! 

Hai scritto un libro per bambini… 
Ho tenuto laboratori per bimbi per 22 anni, e tutt'oggi ho due scuole che seguo, dall'asilo nido alla fine della quinta elementare, i miei corsi di formazione sono stati Goitre in Italia e Gordon in America, poi.. pratica pratica pratica. Ogni settimana trecento bimbi giravano nella mia aula di musica...Dopo 17 anni di attività, ho cominciato a pensare di proporre un metodo mio e l'ho chiamato “le storie racc…cantate: sono storie originali che ho scritto io, tratte da cose realmente accadutemi nell'arco della mia carriera musicale, girando per il mondo, che propongo in versione cantata ( mi accompagno col cello anche qui), e insegno tutte le parti musicali ai bimbi, che alla fine dell'ora di lezione sono diventati i personaggi della storia e cantano con me. Ne è nato nel 2010 un libro con supporto cd allegato e tanto di disegni fatti dai bimbi dei miei laboratori. L'editore è Antares di Alba. 

Suonare e cantare contemporaneamente, è difficile? 
Si, ma quando trovi la quadra diventa divertente. La musica è così' seria ma divertente. E anche la vita lo è...senza troppe balle per la testa!!! 

Come vivi il concerto da solista? 
Elettrizzante, vero, comunicativo, emozionante...Lì sono io che parlo con la gente che desidera ascoltare...il resto non mi interessa. Non sono gelosa, non sono possessiva con nessuno e quindi mi aspetto che la gente sia così con me, comunico e amo ascoltare chi ha da comunicare a me. Semplice. Non è indispensabile essere solista, io canto e suono volentieri con tutti e in gruppo...ma chi canta e suona con me deve avere lo stesso spirito “sennò...non se ne fa di nulla” (come dicono i livornesi). 

Il tuo CD si compone di cinque tracce che hai definito una “suite per voce e violoncello”. Vogliamo raccontarle? 
Cinque canzoni, cinque danze, dedicate ognuna ad una delle molte sfumature folk della mia zona. “Bacialè” è una canzone d’amore. I bacialè nella mia zona erano i sensali di matrimonio, da sempre esistiti. Ne ho intervistato uno, Giuanin si chiama, è ancora vivo e se fosse per lui eserciterebbe ancora, nel senso che ha intravisto una possibile futura coppia da fare incontrare e sposare...ma...dice lui...i giovani di oggi non sono più disposti ad ascoltare i suggerimenti degli anziani contadini che hanno la vena amorosa spiccata...( io aggiungerei che se si fanno amici via facebook, questi giovani...non hanno capito proprio il senso dell'esistenza.. ma del resto questo ci propone la società'!) Il bacialè, se il matrimonio andava a buon fine, riceveva regali materiali dai futuri sposi e dalle famiglie degli sposi...polli, galline, verdura, a volte abiti eleganti e paletot, cioè cappotti...Infatti il verso finale della mia canzone dice "Lo puoi vedere in fondo alla chiesa, avvolto nel suo cappotto nuovo, ti strizza l'occhio...è il bacialè!” Evviva l'amore! È l'unica cosa che porta avanti il mondo, dai! “Masca vola via” è una canzone dedicata alle radici magiche di Langa e Roero ( io sono roerina), ovvero a quelle figure e leggende legate alle donne-streghe (a volte cattive, ma a volte scherzose) del nostro territorio. Premesso che alla fine dell'800 sulla piazza del Duomo di Alba, la città' in cui vivo ma dalle quale non provengo, ne hanno bruciate ancora qualcuna, la Masca era dipinta come una donnina cattiva, che a volte si poteva trasformare in gatto nero, a volte in strani e malvagi animali, e che portava il maleur, la maledizione o cattivo auspicio in lingua piemontese. Insomma, il malocchio, la sfiga. Comunque la storia che mi raccontava mia nonna a proposito delle masche era paurosa...Mi ricordo la pelle d'oca che mi veniva quando lei narrava le avventure della masca Micilina, che viveva a Pocapaglia, un paesino del Roero che si trova a 10 km dal mio Baldissero d'Alba.....Io, alla fine, questa masca l'ho fatta volare via...con la paura che si portava attorno normalmente...la paura che è l'ignoranza del non sapere dare spiegazioni alle cose brutte che accadono.. ma è anche la paura un po' magica che rende emozionante il non sapere, no? Quanto a “Ninnaoh’”, è una ninna nanna...semplice e dolce, come dovrebbero essere i suoni che accompagnano almeno i primi anni di vita degli umani, i bimbi quando vengono al mondo....lontano dai rumori assurdi del parlare della società'...e lontano dalle preoccupazioni della vita...amore insomma anche qui. “Portme via da sì” è una canzone che parla di immigrazione....piemontesi che speravano di trovare fortuna emigrando in America ai tempi...e lo sai...anche io nel 2007 ci ho creduto, ma questa è un’altra lunga storia. Insomma, il modo di fare fortuna c'era.. ma il cuore resta impregnato di usi e costumi, di colori e odori che fanno parte delle tue origini...quindi il cuore resta legato alla tua terra...se sei uno vero... 

L’ultima traccia è “Brigante Stella”, canzone premiata al Premio Parodi, che racconta di un personaggio della langa attraversata dal fiume Belbo. Siamo abituati ai briganti meridionali in lotta contro … i piemontesi. 
Un brigante veramente esistito. Donato Bosca uno storico albese insegnante e preside del Liceo classico “Govone” di Alba mi ha aiutato ad acculturarmi in proposito e anche Giacomo Giamello, esperto di piemontese, mi ha aiutato nella ricerca e nei suggerimenti importanti da mettere in evidenza in questa storia. Il brigante Stella ne ha fatte di tutti colori, al tempo, si parla del '800. Dopo molte scorribande è stato acciuffato e mandato in esilio in Sardegna, terra dal quale è scappato per tornare in Langa e continuare il suo operato. Tra furti e violenze fatte ai compaesani e non solo, leggenda narra che una sera viene tradito da un compagno del gruppo, certo Zampè che con un saluto a tradimento (narra la mia canzone ) lo manda dritto dritto in mano al Diavolo! Sparatoria dove muoiono due carabinieri e Stella. Storia vera, colorita dalla Colonna che ha deciso di bluesare con un bel pizzicato ostinato, per poi passare nel ritornello in una pseudo schitarrata con il violoncello… 

Il dialetto, il mondo popolare: una fase transitoria del tuo fare musica? 
Il dialetto fa parte di me, io sono piemontese, è la mia lingua...e il mondo popolare è quello da cui provengo, e ne vado fiera,.. tutto ciò non vuol dire che non penso al futuro e che ho progetti futuri che andranno oltre questa lingua e queste mie origini. Io amo definire la vita, la mia almeno, come una bellissima parentesi sul presente, chi siamo lo sappiamo, chi saremo no... Io sono una ragazza curiosa, sempre alla ricerca di cose nuove da sperimentare, ma molto ricca delle mie azioni e esperienze passate che mi porto appresso sempre e delle quali non dimentico mai i suggerimenti. Cerco di fare tesoro di tutto, il vecchio e il nuovo. Specialmente sono positiva, e ringrazio Dio e i miei genitori di avermi fatta così. Non mi sento di dire che possa essere transitoria questa fase della mia musica attuale, anche se desidero sperimentare altre cose e se posso abbracciare tutte e due le situazioni, perché no! 

I tuoi altri progetti in cantiere? 
Promuovere “Masca Vola via”, che si sta allargando con l'aggiunta di altre canzoni in piemontese, che raccontano altri profili della mia terra d’origine, vivere di concerti e di emozioni, di condivisioni musicali con il mondo artistico, di umanità condivisa. Il resto non mi interessa. Per fare tutto ciò ho bisogno di scrivere musica, creare, e cantare e suonare. Ho un progetto dal titolo “Nuovo Hotel 900” che sto proponendo ed è nuovo poiché le canzoni che entrano a fare parte del mio hotel sono sempre nuove e ri-arrangiate in forma nuova ogni volta che eseguo. “Nuovo”, “Hotel”, “900” sono parole che a tutti noi suonano familiari, dense di richiami, di immagini, di significati fortissimi, personali e collettivi. Le possiamo dire separate, ma se le diciamo unite ci restituiscono un’idea curiosa e precisa, importante e buffa insieme: un secolo (e quale secolo: il nostro sia in senso anagrafico sia in senso culturale ed emotivo) inteso come un albergo, e un albergo che ha la pretesa di annunciarsi come “nuovo”. Evidentemente rinnovato, rilanciato da una gestione che vuole prendere le distanze da una precedente e superata conduzione; un richiamo alla clientela nel nome della novità, del meglio – proprio come il secolo Novecento ci ha dato di tanto in tanto di che sperare, prima e dopo ogni sua caduta nel grigiore, nel banale o peggio nell’orrore e nel nero. Tante promesse di progresso, tante illuminazioni di avanguardia (nell’arte, nella scienza, nella vita sociale, nello stato sociale) e insieme tante sconfessioni, tante retrocessioni – più amare ancora perché sono seguite a questi annunci, a queste illuminazioni, a autentiche, innegabili conquiste umane. “Nuovo Hotel Novecento” è anche (e soprattutto) un suono. Un suono che ci dicono passato, ma di cui ancora avvertiamo l’eco fortissima, presentissima. Siamo ancora ospiti di questo albergo, e nuove gestioni ci richiamano. Se prestiamo orecchio al richiamo, sentiamo il brusio, in qualche salone, di convenuti che dibattono sul secolo breve o lungo… se affiniamo ancora l’udito, sembra di sentire, come sotto una coperta in qualche stanza degli ultimi piani, l’Ottocento… Ma l’Ottocento non ci suona come il Novecento. È giusto: siamo fatti per ascoltare il Novecento, siamo nati in tempo per ascoltare il Novecento. E conviene mettersi in ascolto. Ma lasciamo i convegnisti nel salone, e girovaghiamo nei corridoi, nella sala da pranzo, nel foyer… notiamo il montavivande, la sala da fumo, il banco della reception con campanello e accanto una postazione internet… e chiediamoci se il Novecento non sia stato anche il secolo degli alberghi… Almeno dalle nostre parti, il Novecento ha aumentato le possibilità di viaggiare, di uscire dai confini dei nostri quartieri, città, province… il secolo che al fianco dell’esilio di perseguitati, discriminati, migranti… al fianco del Grand Tour di ricchi nobili poeti ereditiere… ci ha fatto mettere l’idea (oggi perduta) del tempo libero, delle ferie, della colonia e della villeggiatura, dell’Erasmus e del viaggio-premio… Ci ha fatti viaggiare e ci ha fatti pernottare, il Novecento – ci ha resi familiari alberghi, pensioni, hotel cinque stelle, resort, relais, motel e bungalow, locande e Club Mediterranée – che ci siamo stati davvero o ne abbiamo sentito parlare. Si è aperto con gli esploratori polari – gli ultimi esploratori del nostro mappamondo, prima di volare nello spazio; e si è chiuso con i villaggi vacanze. Scott e Shackleton e Sharm El Sheikh. Siamo passati – chi più, chi meno, tra noi – nel Novecento come in un albergo. Ogni volta era un “nuovo” albergo – rinnovato, restaurato, rinfrescato… con una insegna di legno, al neon, di pixel… con una due tre quattro cinque dieci stelle… con la moquette senza moquette… le chiavi di ferro battuto le schede di plastica i sensori con il chip… con vicini di stanza e personale di camera ogni volta diversi… Ci abbiamo dormito – a volte non abbiamo preso sonno… In certi motel non abbiamo fatto la doccia… Io vorrei che, lungo un viaggio ancora, scendessimo insieme all’Hotel Novecento – al “Nuovo” Hotel Novecento… entrando in stanze diverse, più o meno eleganti, più o meno confortevoli, vista lago o vista parcheggio… dove la storia con la S maiuscola è entrata dalla porta ed è uscita magari dalla porta sul retro… dove infinite storie (minuscole) sono entrate e uscite – magari dalla finestra, magari approfittando del sonno del portiere… Ogni stanza ci può raccontare qualcosa; si tratta di prendere in prestito (o rubare, come si preferisce) un passe-partout al custode o alla cameriera… ci entriamo senza cattive intenzioni, in queste camere del Novecento; ci entriamo con molto pudore, siamo intrusi ma familiari… non facciamo pettegolezzi, non cerchiamo di rubare segreti… non diremo niente a nessuno di ciò che troveremo. Forse non ce ne sarà neppure bisogno: in ogni camera, in ogni storia, troveremo qualcosa di noi stessi – qualcosa che sapevamo, ma avevamo scordato. Il Nuovo Hotel Novecento sarà alla fine il nostro autoritratto: ciò che siamo, ciò che ci siamo scordati di essere, ciò che avremmo sempre voluto diventare. Poi c’è Simona Colonna, voce e violoncello, in cui propongo un repertorio che spazia dal classico al Folk, passando attraverso il jazz, l'operistico e il leggero cantautoriale. Altra cosa: Un progetto già in corso si intitola “10 in cantina” ed è repertorio leggero-jazz-classico che si lega ai vini di una importante cantina della mia zona, Cascina Baricchi di Neviglie. Il progetto si propone per voce-violoncello-chitarra: alla chitarra Natale Simonetta, noto produttore di vino della zona e contemporaneamente musicista. Altra cosa ancora: un altro progetto nuovo, futuro che conta di una collaborazione con Marco Testoni alla caisa drum. La ripresa di cover e la realizzazione di brani originali ri-arrangiati per una formazione duo- in-trio. 


Ciro De Rosa