Roberto Carlotti – Margot (Autoproduzione/www.robertocarlotti.org)

“La poesia delle piccole cose che diventano grandi” anima il paese di Margot, scrive Roberto Sacchi nel presentare il nuovo disco di Roberto Carlotti, un luogo dove “le storie non si raccontano. Si vivono”. Il ponte di legno raffigurato nella copertina è il limen, metafora di transito, di accesso ad un mondo sonoro “una volta varcato il confine, dal quale non avremo nessuna intenzione di tornare indietro”, chiosa ancora Sacchi. Attraversiamo anche noi questa soglia emozionale – come la giovinetta in abito rosso della copertina – entrando in un paese delle note dove la parola è cantata, ma anche danzata. Carlotti è fisarmonicista di lungo corso, ha alle spalle una corposa carriera, lo abbiamo ascoltato al fianco di GianGilberto Monti e Banda Bonnot, ma soprattutto apprezzato con il disco Il Giardino di Sofia, gioiellino strumentale pubblicato da Folk Club/Ethnosuoni un po’ di anni fa. “Nell’isola greca di Itaca”, racconta il musicista milanese, raggiunto al telefono in una domenica d’inverno, “c’è una casa con un giardino curato da una donna di nome Sofia; lì, ho composto il brano che ha dato il titolo al mio primo CD. La parola giardino evoca un mondo a parte, reale o immaginario che sia. Al suo interno, le cicale ripetono il loro canto all’infinito e difendono il luogo, creando una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio reali”. Ancora un nome di donna nel titolo del secondo album: “È la protagonista della canzone “Margot”. Lei vive il suo accostarsi al ballo come un viaggio che, traversato il ponte, la porterà nel mondo delle pulsioni vitali. Come musicista da ballo ho visto tante Margot che con il sorriso sulla bocca ,a qualsiasi età, vivono il ballo come momento liberatorio, un cerchio magico dove ci si annulla ritrovandosi uguali agli altri.
Lo spazio del ballo è come un gioco che dimentica le differenze ed esalta il confine del possibile, ma lo fa in un ambito protetto, delimitato nel tempo e nello spazio. Con il ballo non ci si ferisce e, dopo “Una notte di mezza estate”, i personaggi ridiventano se stessi e riacquistano la propria identità sociale, rinfrancati da un gioco e da un sogno che li ha resi più vivi ed anche un po’ più veri”. Con Margot il musicista ritorna con un disco cantato, anche se l’amore per il ballo è sempre al centro della sua motivazione artistica. “Il primo CD è stato il naturale frutto di anni di frequentazione del repertorio popolare da appassionato e musicista da ballo. Erano composizioni strumentali di repertorio danzato, avvicinato con l’entusiasmo di chi scopre territori e suoni nuovi. Non ho inteso ripetere lo stesso disco”, spiega Carlotti, “ma quest’ultimo lavoro nasce dallo stesso magma musicale; sono ancora musicista da ballo, ma siccome mi piace fare cose nuove, ho cercato le mie parole”. Nella vita d’ogni giorno Roberto è docente di musica nella scuola, ma come artista è da anni figura che anima il movimento bal folk, soprattutto in Lombardia. Qui sceglie come filo conduttore la creazione di musiche che nascono da forme coreutiche popolari, quindi finalizzate alla danza, ma che sono pienamente fruibili come brani d’ascolto. Margot è un lavoro gioioso ed immediato, ci sono dieci brani che uniscono melodie, ritmi popolari e canzone d’autore. In un certo senso, è la consapevolezza della forza comunicativa della forma canzone. Folk di impianto danzereccio, melodie che rispecchiano secolari incroci sonori o suggestioni dell’artista: suono sapido che concilia rime, passi e liriche. Accanto a Roberto Carlotti (fisarmonica, chitarra, basso acustico), un quartetto che allinea Tiziana Zoncada, timbro caldo e ampia estensione vocale per la cantante lead vocalist del gruppo Jentu e già collaboratrice di Van de Sfroos, la violinista Giulia Larghi, il percussionista-batterista Silvio Centamore, entrambi con Spakkabrianza, la mandolinista Camilla Uboldi, perno dell’orchestra mandolinistica di Lugano. Racconta ancora Carlotti: “L’equilibrio e la coscienza degli ingredienti sono una cosa delicata, figli del tempo: come un miele millefiori, frutto di suggestioni e amori tra i più diversi. Un esempio? “La dama bianca” che è “ballabile come un circolo circassiano”, spiega, “in realtà, è una canzone in 6/8, tempo comune al jig e alla cosiddetta tarantella”.
Una fresca composizione che si snoda tra accordature aperte di chitarra, passaggi dissonanti di violino, melodia e il testo di umore popolare che “che richiama una filastrocca o una canzone popolare di umore deandreiano”, aggiunge Carlotti. Margot si apre con “La serata giusta”, che introduce perfettamente l’atmosfera dell’album: una melodia che strizza l’occhio al rock morbido, fraseggi blues, una fisa che se ne va a spasso nel bayou, ma ma le frasi strumentali che si alternano, sono in forma di scottish, come del resto la struttura delle strofe: “Una forma coreutica dove nessuno si sente straniero, visto che è diffusa in tutta Europa, e questo mi piace”, precisa Roberto. Elogio della magia della danza anche nella title-track, arguzia ed efficace portamento in “Lettera”, che ricorda precedenti autorali illustri: la canzone che raccoglie lo sfogo di una specialista del mestiere più antico del mondo, la cui professionalità è minacciata da giovani dilettanti che con le amicizie giuste sanno come puntare molto in alto. Si continua pescando nel serbatoio delle danze popolari: polka, valzer, mazurka, solo per citarne alcune, con testi puntati sull’oggi, che raccontano la contemporaneità tra le pieghe di storie ordinarie, ricordi, allusioni, metafore, e asserzioni esplicite e caustiche, impressioni, desideri ed aspirazioni. Gusto per la melodia, guizzi lessicali, colori morbidi, senza a rinunciare a qualche sferzata, indovinati giochi di corde ed archi, la fisarmonica a fare da collante. Scorriamo i titoli: c’è l’ironia de “L’irriverente”, la cavalcata in punta d’archetto de “La strada”, la riflessione adagiata su accenti country di “Come mai?”. Ancora, c’è la finta spensieratezza che cela il pensiero per il proprio futuro in Venerdì”, mentre non occorrono spiegazioni per la “Mazurka del Caimano” (purtroppo sempre attuale), cui segue l’utopia graffiante di “Se scoppiasse la pace”: canzoni che non fluiscono via senza lasciare traccia, anzi si finisce perfino per canticchiarle.



Ciro De Rosa