Intervista con Nour Eddine Fatty

Il debutto dal vivo lo scorso 27 aprile, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, del nuovo progetto “Il Mediterraneo Canta L’Amore” con la Uninettuno World Orchesta, è stata l’occasione per incontrare Nour Eddine, con il quale abbiamo ripercorso la sua lunga carriera, toccandone le tappe più importanti, e per approfondire la nascita e la formazione di questa nuova ed interessantissima realtà nata grazie all’Università Telematica Uninettuno. 

Com’è nata la tua passione per la musica? 
Sono nato nel Nord del Marocco da una famiglia di musicisti itineranti. Mio nonno era un grande maestro della ciaramella, ed è stato il precursore della musica Sufi nel Maghreb. Fu lui stesso a creare un gruppo di musicisti Issawa, che si recavano nei mausolei, sulle montagne anche solo per il piacere di suonare. Non c’era bisogno di un evento per suonare, loro suonavano per Dio, per loro stessi, per raggiungere una dimensione spirituale alta. Mio nonno era uno dei maestri di questa musica rituale, ed io sono cresciuto con questa tradizione da cui ho ereditato molto. Io porto in me la sua arte sia dal punto di vista genetico, sia da quello dell’insegnamento rigorosamente orale. 

Come hai deciso diventare un musicista? 
La decisione di diventare musicista è, invece, arrivata un po’ tardi, quando avevo già trentadue anni. Quando si è giovane si vive sempre nell’incertezza, mio nonno e la mia famiglia erano poveri perché con la musica non guadagnavano niente, e come si può immaginare non volevano che facessi il musicista, così sono stato tanti anni nell’indecisione se fare o meno questo tipo di lavoro. Quando sono arrivato in Italia ho preso questa decisione definitiva di dedicarmi alla musica, perché praticamente non avevo scelta di poter fare altro perché quando sono arrivato qua non avevo nessuno e dovevo sopravvivere. L’arte mi ha permesso di vivere suonando per strada, lì è davvero cominciata la mia carriera. 

Nei tuoi primi anni in Italia, so che hai lavorato molto anche in ambito cinematografico, collaborando a diverse colonne sonore… 
Il cinema è stato il primo passo che ho fatto per entrare nel mondo della musica. Ero un suonatore di strada, è passato Tony Esposito che cercava una voce magrebina per un film, che si chiama Storie d’Amore con Crampi era del 1995-1996. Volevano una voce araba come quella dei muezzin delle moschee, e c’era questa scena con Sergio Rubini ambientata in Tunisia. Quello è stato il mio primo lavoro vero, perché prima guadagnavo solo pochi spiccioli per strada, e facevo serate in qualche localino. Il mio primo contratto è stato un punto di partenza, da quel momento è iniziata una nuova fase della mia vita, senza questa cosa non avrei potuto sopravvivere. Poi ho terminato questo film con grande successo, e da allora si sono aperte un po’ di prospettive, è venuta la collaborazione con un regista algerino L’Albero Dei Destini Sospesi, che parlava di storie di emigranti, e subito dopo mi hanno presentato a Pivio e Aldo De Scalzi di Trascendental, e con loro ho lavorato a Elvjs & Merilijn, El Alamein. Adoro lavorare per il cinema e mi dispiace molto che da qualche anno non si faccia più niente perché mi hanno tolto una parte per me molto importante delle mie passioni. 

Nel 1997 hai pubblicato il tuo primo disco “Zri-Zrat”… 
Sulla scia della riscoperta della musica etnica, e con l’onda della Real World spinta da Peter Gabriel, c’era un discografico molto famoso in Italia che lanciò un etichetta che si chiama Compagnia Nuove Indye. Lui mi contattò e facemmo questo primo disco nel 1997 che è un omaggio al mio villaggio di origine. 

Come si è evoluta la tua musica in questi anni… 
La mia musica è cresciuta molto, è stato per me come un viaggio. Agli inizi quello che avevo dentro era la musica tradizionale della mia terra, del Marocco, la musica tradizionale del Nord Africa, questo è quello che ho come bagaglio personale dal punto di vista artistico. Con il tempo e con il confronto con i musicisti italiani e dell’occidente in generale, la mia musica ha preso moltissime strade differenti. Ho toccato il jazz, il blues, la musica classica. Non mi piace la parola contaminare, e preferisco dire che ho sposato tanti altri generi musicali, e così sono nati moltissimi lavori discografici dal sound diverso dal primo che era molto tradizionale e rigoroso. Ho mescolato la mia musica delle mie origini con la tarantella calabrese con il progetto Taragnawa con Phaleg e successivamente con Mimmo Cavallaro. Insomma ho fatto un sacco di cose con la convinzione che la mia musica non abbia frontiere ed appartenenze. Certamente il mio background è senza dubbio la tradizione magrebina, però dopo vent’anni che sono in Italia, il mio modo di vedere la musica ha abbracciato tantissime altre forme d’arte. La musica, secondo me ha un valore universale, i generi e le etichette servono ai discografici per fare i cataloghi. Nella realtà la musica è musica. 

Tornando ai tuoi dischi, “Coexist” del 2002 ha rappresentato un punto di svolta importante per la tua carriera… 
Il 2001 è stato un anno terribile per tutti noi artisti mussulmani, la caduta delle Torri Gemelle ha influenzato molto la mentalità della gente in Occidente. Lo sguardo verso l’immigrato mussulmano è cambiato, sembrava che tutti ti guardassero con l’aria sospettosa come se anche il più bravo di noi, potesse diventare da un momento all’altro un terrorista. Io ho vissuto anche questo, perché anche il signore del bar sotto casa mia non mi sorrideva come prima ma mi guardava con diffidenza. La gente è stata molto influenzata dall’informazione, dalla televisione. Lì ho sentito una cosa molto forte, e ho cominciato a lavorare su “Coexist”, un disco che già nel titolo rimanda alla coesistenza. Ho iniziato a lavorare partendo dal mio essere musicista, prima che dal mio essere immigrato e mussulmano. Avevo i miei strumenti tradizionali, che avevo portato da casa mia, e così ho cominciato a mescolare il loro suono con l’elettronica e con il jazz. Ho fatto in modo che l’essere musicista venisse prima di ogni cosa, prima del messaggio politico, di quello sociale. E’ venuto fuori un lavoro molto interessante perché mescolando la mia musica con un sound urbano, moderno è venuto fuori qualcosa di nuovo, di originale. E’ uno dei dischi che è stato venduto di più in tutto il mondo, quindi sono stato anche fiero di essere il primo straniero in Italia che esporta la propria musica all’estero. Questo mi ha riempito di soddisfazione, anche perché in molti si sono ispirati a questo disco. Non voglio citare ogni cosa, ma anche dal punto di vista filosofico è stato importante perché sono stato il primo a ritrarre vicine la Mezzaluna Araba, la Stella di David, e la Croce di Cristo. Questo album è stata la base anche di una filosofia personale, incarnava un invito ad una nuova mentalità, in cui l’uomo deve avere un pensiero universale, non limitato. “Coexist” ha dato un messaggio ben chiaro, dove tolleranza ed integrazione non possono venire prima della coesistenza. Noi dobbiamo coesistere con noi stessi, con le nostre contraddizioni, con i nostri miti, con le nostre idee che non fanno parte di noi. Se non c’è coesistenza non si può parlare di tolleranza e di integrazione. Nel 2002 quando è uscito il disco il mondo stava imboccando una strada sbagliata, che è quella che la caratterizza anche oggi. Il mio non è che un piccolo contributo per poter esprimere quello che sento. Questo lavoro è stato poi il ponte verso un lavoro che ho fatto con il Vaticano, quando ho musicato un musicato un pezzo di “Advocata Nostra” per il progetto Alma Mater. La battaglia è lunga e non finisce mai, perché le cose sono peggiorate, con questi maledetti uomini di affari che vogliono solo arricchirsi e detenere il potere. A loro non interessa come sta vivendo il popolo, e noi artisti combattiamo per dare una speranza a tutti. Le religioni da sole non ce la fanno, gli artisti sono molto importanti per dare un messaggio positivo, un messaggio di vita. Una nazione senza speranza è finita. 

Hai accennato a “Taragnawa”, puoi raccontarci meglio di questo progetto… 
Ad un certo punto nel 2003, visto che vivevo già da molto in Italia, volevo cominciare a comporre dei pezzi in italiano, ma venendo dalla musica tradizionale era per me molto difficile, anche se mi piacevano molto le canzoni di Fabrizio De Andrè, di Lucio Battisti, di Paolo Conte, questi grandi artisti che hanno scritto vere e proprie poesie. In quel periodo cominciavo a cantare le canzoni di Caruso, e giravo molto tra Napoli e Salerno, e con gli amici sentivo che gli Italiani amavano la musica popolare. Un giorno mi trovai in Calabria a Catanzaro, e ho incontrato Danilo Gatto, che guidava i Phaleg e conosceva molto bene il fenomeno della Tarantella già da prima di Eugenio Bennato. Lui è molto discreto, è un personaggio che ha fatto molti libri, e con lui ho cominciato ad approfondire i punti in comune tra la Tarantella e la tradizione Gnâwa. E’ stato un lavoro molto rigoroso che è durato mesi, durante i nostri incontri abbiamo approfondito le reciproche culture, e così è nato il disco che raccoglie dieci brani. Questo lavoro ha venuto moltissimo in Calabria, però non ha avuto una grossa promozione nazionale. Per la promozione è necessario che ci sia sempre qualcuno che segue i dischi, diversamente restano lì senza essere valorizzati a pieno. 

Altro punto di svolta nella tua carriera è stato “Desert Contemporain”… 
Era il 2008 e dopo un viaggio in Marocco, ho deciso di portare con me in Italia un gruppo che si chiama Gnâwa Bambara e con cui ho fatto un tour. La musica tradizionale però non mi bastava più, così ho deciso di comporre io stesso dei pezzi che fossero ispirati a quel tipo di musica. All’epoca avevo conosciuto Davide Grottelli che suona il sax soprano, insieme ad un musicista indiano che si chiama Sanjay Kansa Banik con cui avevo collaborato, ha cominciato a prendere corpo questo disco, ispirato dal concetto di deserto come sentimento interiore. E’ necessario che ognuno di noi riscopra il deserto che ognuno ha dentro. Non è un disco semplice dal punto di vista sonoro, perché non ha una definizione precisa, ma è fatto di canzoni nate dal cuore. Non so come siano andate le vendite, ma so che è un disco che ha un suono meraviglioso. I suono parte dalla tradizione Gnâwa per abbracciare i suoni indiani con Sanjay Kansa Banik, che improvvisando ha fatto cose davvero magnifiche. Questo è un album di feeling, irrazionale, su cui ho lavorato soprattutto sul suono, perché le composizioni sono come quelle dei Sufi molto ripetitive e su cui si innesta il sax di Davide Grottelli che fa degli assoli meravigliosi. 

Da tempo è pronto il tuo nuovo disco “Zagora Moon”, ben noto a quanti ti seguono dal vivo, ma che purtroppo non è ancora stato pubblicato… 
Dopo vent’anni ho scoperto che cosa significa davvero cantare, certamente nei dischi precedenti ho cantato, ma interpretavo canti rituali, lamenti. Cantavo la voce e mai un testo. In “Zagora Moon” ho scoperto invece che cosa significa cantare una canzone, e che cosa vuol dire scriverla. Tutto questo è accaduto in Toscana, dove ero con degli amici. Una sera mi hanno chiesto di cantare, e mi sono trovato in difficoltà perché intorno a me c’era gente che magari preferiva il pop. Avevano solo una chitarra e così la presi e nacque la prima canzone del disco, quasi per divertimento, improvvisata mentre ero a tavola con questi amici. Finita la serata ho cominciato a meditare su questa cosa e ho realizzato cosa vuol dire cantare una canzone. Questa è una cosa magica, anche quando si scrive una cosa semplice perché esprime il sentimento di un momento. E’ una forma anche questa per esorcizzare l’animo, non è un elevazione spirituale, ma piuttosto una liberazione di noi stessi. Questa è la cosa che mi ha interessato di più, perché avevo fatto tanti dischi, ma non avevo mai scritto una canzone vera e propria. E’ venuto fuori poi questo disco fatto di canzoni, e ho avuto tante perplessità perché si trattava di una cosa diversa rispetto alla musica di nicchia che facevo prima. E’ un lavoro sincero che è nato dopo un anno di lavoro, nel quale sono raccolte dodici canzoni che raccontano di quando sono arrivato a Roma, ho cantato in francese della mia vita come uomo. C’è anche una canzone d’amore dedicata ad una persona che ho conosciuto, un pezzo parigino in cui ricordo un periodo in cui sono stato lì e di cui conservo un ricordo amaro di questa città per la quale ho un sentimento di odio ed amore, e anche un brano in cui parlo della mia vita. Ho scritto anche un pezzo dedicato alla Primavera Araba e a tutto quello che sta succedendo e che adesso cantano in tutto il Nord Africa nei momenti di felicità. C’è una canzone dedicata a mia madre, arrangiata con gli schemi tradizionali della canzone italiana, e in questo senso mi è stata molto di aiuto Paola Catone, una scrittrice e musicista. Per quello che riguarda il sound, mi sono ispirato all’ethno-pop ma dentro c’è un po’ di tutto, dalla musica latin al reggae. I fiati sono molto presenti con la Takabum Brass Band che è composta sette ragazzi, ma in generale tutti i musicisti che hanno lavorato a questo progetto hanno fatto un grande lavoro. Ha partecipato anche un violinista che ha suonato sempre con Lucio Dalla, diversi percussionisti provenienti da tutto il mondo. E’ un disco molto solare, semplice fatto di canzoni vere, semplici che raccontano quello che io sono, insomma sono testi ben lontani da cose fatte per sedurre il pubblico. 

Come nasce il progetto della Uninettuno World Orchestra? 
Si tratta di un progetto nato un anno fa su impulso della Prof.ssa Anna Maria Garrito, rettore dell’Università Telematica Uninettuno, la quale partendo dall’idea di recuperare il patrimonio musicale del Mediterraneo, che ha identità diverse ma radici comuni, mi ha incaricato di dare vita ad un orchestra composta da musicisti provenienti da tutto il mondo. L’orchestra nasce così non solo da un repertorio comune di brani ma anche da un messaggio importante. La prima volta che abbiamo presentato questo progetto, abbiamo realizzato uno spettacolo dedicato ai canti religiosi di tutto il mondo, il concerto del 27 aprile all’Uditorium Parco della Musica invece abbiamo deciso di dedicarlo ai canti d’amore del Mediteraneo, e in futuro ci saranno altri concerti dedicati ai canti di dialogo e ai canti di pace. Non c’è un repertorio unico, ma una serie di tematiche particolari sulla cui base far nascere il dialogo tra i popoli. L’Università Uninettuno ha favorito questo progetto, perché loro sono molto radicati nei paesi dell’area del Mediterraneo ed in particolare in quelli di lingua araba, dal Marocco alla Siria loro hanno sedi dappertutto. Parallelamente all’orchestra è nata anche l’idea di realizzare un conservatorio telematico, in cui mettiamo a disposizione del grande pubblico, attraverso internet, tutto quello che riguarda le culture, le tradizioni orali del Mondo. In tempo reale c’è anche la possibilità di aprire discussioni ed aree di approfondimento su stili musicali differenti o sull’utilizzo degli strumenti di diverse etnie. Si può addirittura fissare un appuntamento in diretta via skype con un esperto per aggiornarsi. 

Come avete selezionato il repertorio per questo concerto? 
Quando il rettore mi ha detto che voleva organizzare un concerto sul tema dell’amore legato al mediterraneo sono andato a ripescare non solo il repertorio solo classico, ma anche i canti popolari d’amore come “Lamouni Li Garou Meni” della tradizione tunisina, il tradizionale “Lillah Ya Gazzali”, che cantavano gli ebrei algerini, poi dall’Italia abbiamo preso “Era De Maggio”. La scelta dei brani è nata come una sorta di colpo di fulmine, appena li abbiamo ascoltati sono stati scelti subito, senza fare cose studiate a tavolino. All’interno abbiamo inserito anche brani del mio repertorio come i tre strumentali con cui ho aperto il concerto, e “Notte In Calabria” che rappresenta un ricordo di una bellissima storia d’amore vissuta in Calabria. Una parte importante nello spettacolo lo hanno avuto anche le poesie, scelte tra quelle di poeti più grandi dell’area del Mediterraneo da Rimbaud a Garcia Lorca, da Hikmet allo stesso Driss Alaoui Mdaghri, che ha recitato alcune sue composizioni nel corso della serata. Abbiamo cercato di dare equilibrio sia all’aspetto musicale sia a quello poetico, senza far eccedere ne l’uno ne l’altro. Non credo sia stato uno spettacolo noioso, anche perché i tempi e le parti musicali sono state curate per bene, e hanno richiesto molto tempo. 

Come hai scelto i vari musicisti? 
Intanto di base c’era già Marco Valbrega, che suona con me il violino da tanti anni. Poi gli altri li ho scelti dal Conservatorio di Santa Cecilia, perché volevo che l’Orchestra fosse composta da giovani. Fiorela Asqeri, la violinista ha diciannove anni, Darena Petrova che suona la viola ne ha ventiquattro, mentre il violoncellista, Mehdi Baba Ameur ne ha ventitrè. Sono ragazzi che ho recuperato tra coloro che erano messi un po’ da parte al conservatorio, solo perché di origine straniera. Loro hanno un problema grande, perché non possono lavorare in orchestre italiane. Non entro nel dettaglio delle cose, ma trovo questo molto ingiusto, che ci siano ragazzi bravissimi e di talento, e che per legge non possano suonare in orchestre italiane solo perché stranieri. Questa è una cosa orribile! Un uomo che non è tollerante verso lo straniero è grave, ma una legge intollerante verso gli stranieri lo è ancor di più. Quindi anche per dare un segnale a chi fa queste leggi assurde, sono andato a recuperare questi ragazzi, e li ho inseriti nell’orchestra. Per quello che riguarda la parte percussiva, pensavo ad un sound mediterraneo e la scelta degli strumenti è stata rigorosamente legata a quest’area con tamburello, darbouka, daf, cajon, e ho scelto dei musicisti che suonassero realmente questi strumenti, come Simone Pulvano che suona i tamburi a cornice, e i tamburelli. Al basso ho voluto Bruno Zoia, che è un grande jazzista di scuola classica, mentre Paolo Sordini e Paola Capone suonano le chitarre, e quest’ultima ha curato anche gli arrangiamenti. Oltre al violinista, c’è anche un altro solista ovvero il francese Thomas Vahlé ai flauti. L’idea iniziale era quella di creare un orchestra classica da affiancare all’organico di musicisti etnici, ma ciò non è stato possibile per motivi economici. Sarebbe stato forse più coinvolgente nel riarrangiare i brani popolari in una chiave più classica ma sono soddisfatto lo stesso, perché gli sforzi sono stati tanti per portare a termine questo progetto. 

Quali sono i progetti futuri? 
All’Auditorium abbiamo registrato un video professionale che andrà in onda sulla tv di Uninettuno. Per il futuro l’idea è quella di appoggiarci a tutti gli istituti di cultura nel mondo, per presentare una cosa nuova. L’Italia non è più quella di trent’anni fa che esporta solo musica classica o pop, l’Italia di oggi può propone nuova musica e questa nuova musica non può non essere di fusione tra culture e suoni idee differenti. Questo progetto dà l’idea di contemporaneità. Penso sia il momento giusto per esportare qualcosa di nuovo Made in Italy. Io vivo a Roma da ventidue anni e mi sento italiano. Non mi interessa il documento di identità io mi sento più italiano che marocchino, così sono felice di andare a presentare nel mondo questa nuova realtà musicale made in Italy.


Salvatore Esposito