Girolamo de Simone – Di Transito E D’Assenza (Hanagoori Music/Konsequenz)

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È un dato di fatto che Girolamo De Simone sia uno di quegli artisti votati alle musiche di frontiera che maggiormente sono capaci di suscitare un forte coinvolgimento emotivo in chi ascolta le loro composizioni. Con Di transito e d’assenza, il pianista, autore, musicologo resistente ai grumi di incuria politico-culturale partenopea porta a compimento la ricerca intrapresa con la sua “Trilogia bianca”, iniziata con il capitolo “Ai piedi del monte” e proseguita con “Inni e antichi canti” (tra l’altro, i tre CD sono ora disponibili in un cofanetto). Il titolo del terzo dischetto, della durata di 30 minuti (De Simone siede allo Steinway & Sons 498258), presenta un programma che accosta composizioni dell’artista vesuviano a capisaldi dell’estetica della sottrazione: dal compianto Luciano Cilio (“Della conoscenza”), il compositore napoletano precursore delle intersezioni della border music, sperimentatore da non dimenticare per aver prodotto interferenze tra musica colta e pop progressive, al Cornelius Cardew di “The Croppy Boy”, ballata irlandese dei tempi della sollevazione del 1798 che se avesse avuto successo avrebbe cambiato la storia dell’isola, come avrebbe potuto essere per la rivoluzione napoletana dell’anno successivo. 
In continuità con l’essenza dei due precedenti capitoli, l’eloquio strumentale rigoroso e fluido di De Simone si principia nell’”Inno di San Giovanni”. Riluce poi la libera, incisiva rilettura alla tastiera della piazzollana “Milonga del ángel”, c’è il Brian Eno ambient di “First Light”, la sospensione crepuscolare di “Midsommar”, magnifica creazione di quell’altro propugnatore dell’oltrepassamento dei confini musicali che è Max Fuschetto, anch’egli campano. Spazio anche per le rifrazioni del frammento tensivo “Ribattuto”, per il tocco austero di “Fabula – incipit”. Altri due motivi provengono dall’opera meta-compositiva che De Simone ha concepito e rappresentato al PAN di Napoli qualche anno fa in occasione delle celebrazioni scarlattiane (“Scarlact – abstract” e “Scarlact – bordone”). Pur riunendo in un solo ascolto una varietà di fonti e di rimandi, De Simone crea un flusso sonoro compiuto che conduce nel suo ibridato percorso di senso che, come nei due album precedenti che compongono il trittico, coniuga cammino ed attesa, studio e comunicazione, riflessione e dialogo, “rivendicando la necessità della memoria”. 



Ciro De Rosa