B-Choice: Fanfara Tirana Meets Transglobal Underground – Kabatronics

“Kabatronics” ovvero l’incontro tra la brass band albanese Fanfara Tirana e le alchimie elettroniche in chiave world di Transglobal Underground, è senza dubbio uno dei dischi dell’anno: qui due concetti di fare musica si incontrano, dando vita ad una festa travolgente di suoni, ritmi e colori che affondano le radici nella tradizione musicale del sud dell’Albania per aprirsi al futuro, verso timbriche e melodie inesplorate. Abbiamo intervistato i due solisti di Fanfara Tirana, Fatbardh Capi “Mr. White” e Xhemal Muraj “Colonnello James”, per approfondire con loro la genesi del progetto, il rapporto con i Transglobal Underground e le sonorità dell’album. 

Partiamo da lontano, come è nata Fanfara Tirana? 
Siamo nati nel 2002. Durante le prove con la banda dell’Esercito Albanese, dove lavoriamo, a volte si scherzava a suonare Bach o Mozart con timbriche tradizionali o folk, dato che tutti o quasi, durante il weekend singolarmente suoniamo anche nei matrimoni. Abbiamo tutti quanti una formazione musicale classica e tradizionale e conosciamo bene entrambe. Quello che sarebbe stato il nostro futuro manager e produttore ci chiese di suonare con i fiati il repertorio tradizionale. Ci provammo e lo scherzo durò ben cinque anni di tournée in giro per l’Europa, senza avere nemmeno un disco pubblicato. Era un’anomalia piacevolissima. Quest’anno siamo già ad undici anni di carriera. I nostri connazionali, al primo ascolto erano meravigliati ed entusiasti. Noi non facevamo null’altro che suonare musica albanese con i fiati, ma la spiacevolissima sparizione della tradizione delle brass band in Albania negli ultimi cinquant’anni ha fatto si che le nuove generazioni non abbiano proprio idea di quella tradizione così ricca. Noi non facciamo altro che quello che nel diciannovesimo secolo facevano le bande di ottoni albanesi di Scutari, Koriza o Elbasan. Quasi lo stesso repertorio, senza disdegnare Hava Nagila di tradizione ebraica, brani bulgari o greci. Certo che noi siamo un po' più funky o jazzy negli arrangiamenti rispetto ai nostri bisnonni. 

Una brass band albanese, 1887
Come nasce il progetto Kabatronics? 
Nel 2007 registrammo in fretta e furia il nostro primo album “Albanian Wedding”, e ad essere del tutto sinceri non eravamo molto entusiasti. Addirittura per un guasto del computer dove erano salvati i file ci siamo ritrovati a non poter mixare propriamente le tracce. Il nostro produttore fece dei miracoli in fase di postproduzione. Sapevamo che non era un album all’altezza di ciò che potevamo offrire al nostro pubblico, anche se vi erano degli ottimi materiali. Quindi ci mettemmo subito a pensare a quello successivo. Eravamo nel dubbio se fare un album d’ascolto con pezzi lenti albanesi, basati sul Kabà, oppure andare nella direzione balkan beat e intrattenimento. Quindi registrammo 20 pezzi che erano più o meno bilanciati. In poche parole registrammo due album. Dietro precisa richiesta del nostro produttore, Olsi Sulejmani (Ballkan World Music Management), non registrammo le percussioni ma solo dei ritmi da tastiera o da computer che nella fase successiva ovviamente vennero cancellate. Lui prese il materiale e lo presentò a vari artisti internazionali della sua scuderia, tra i quali i Transglobal Underground che conoscevamo benissimo per fama e bravura. All’inizio doveva essere una specie di featuring, e loro dovevano solo registrare la parte percussiva e mixare l’album. Ci provarono con “Qaj Marò” (“Piangi Maria”) e poi ce la fecero ascoltare. Erano intervenuti con estrema delicatezza senza stravolgere l’originale. Il dub che incontrava il Kabà albanese era spettacolare. Quel brano non lo toccammo più. Era sublime! Fu l’inizio della collaborazione! I Transglobal Underground ossia Tim Whelan, chitarra, basso, campionamenti, tastiere e Hamilton Lee, batteria, campionamenti e chitarra, ci misero qualche mese a capire che volevano essere parte integrante e noi fummo felicissimi di acconsentire. 

Qual è stato il metodo di lavoro che avete usato per gli arrangiamenti, ovvero per mescolare i suoni multietnici dei Transglobal Underground e quelli tradizionali di Fanfara Tirana? 
Dopo il primo brano ne vennero degli altri. All’inizio i Transglobal Underground erano timidi a intervenire, e spesso chiedevano conferma, anche sui piccoli cambiamenti. Fummo noi a spronarli a sperimentare, anche stravolgendo i pezzi. I materiali cominciavano a prendere una nuova forma senza perdere di originalità e tradizione. Gli input che arrivavano da Londra ci stimolarono a rientrare in studio ed aggiungere altri suoni, melodie e accompagnamenti. Anche il cantante Niko Zela registrò materiali nuovi o cambio qualcosa delle versioni originali. A un certo punto i pezzi viaggiavano su e giù da Londra a Tirana e viceversa. Tra di noi lo chiamavamo scherzando “Yo Yo Album”. 

La produzione del disco è durata quasi quattro anni. Quali difficoltà avete incontrato nel far dialogare l'elettronica con gli strumenti tradizionali, e il trip hop londinese con il kabà albanese?
Per quanto ci riguarda la lavorazione del disco è durata quattro anni, dei quali negli ultimi due ci hanno affiancato i Transglobal Undergound. Paradossalmente noi non abbiamo avuto alcuna difficoltà a dialogare con i suoni trip-hop, mentre loro hanno avuto un po’ di problemi. Vi erano dei brani che non si pensava potessero funzionare, e così li lasciavamo a riposare anche per tre mesi prima di riprenderli in mano. Il brano “Kabatronics”, da cui prende il titolo l’album l’abbiamo cambiato una decina di volte. I Transglobal Underground a un certo punto ci avevano anche rinunciato. Fu il nostro manager ad insistere. Alla fine ci siamo trovati con un super brano, che in qualche misura rappresenta al meglio la nostra collaborazione. Il nostro Kabà e il sound underground londinese. Le difficoltà più grosse erano quelle di inserimento del sitar indiano per via delle tonalità. Sheema ha speso ore ed ore per imparare i pezzi e intonare al meglio il sitar. 

Come sono nati i vari brani e cosa li ha ispirati? 
Abbiamo voluto dare un’impronta fortemente albanese all’album, anche se non mancano altre sonorità. Quindi ci siamo basati sul kabà albanese, che abbiamo il dovere di spiegare ai vostri lettori. Il kabà è un lamento al clarinetto basato sulla pura improvvisazione, principalmente sulle notte basse. Legenda vuole che fu un clarinettista in lacrime sul letto di morte della propria amata che vedendolo piangere lo supplicò di non farlo, oppure farlo col suo strumento. Nacque così il primo kabà. Una specie di balkan jazz o balkan blues, o forse entrambi. E’ unico! Di solito è diviso in due parti. La seconda parte diventa vivace e ritmata. E’ la speranza nel domani. Rappresenta un po’ il nostro popolo. Moriremo da fottuti ottimisti. Ahahah! 

Quanto è stata importante la ricerca sui brani e sulle sonorità tradizionali albanesi nell'ambito della scrittura del disco? 
E stata importantissima! Nessun artista albanese ha osato tanto. Anche noi eravamo un po’ terrorizzati all’inizio. Non si può giocare troppo con quelle che vengono considerate le perle musicali di una nazione. Crediamo di esserci riusciti. 

Nel disco non sono presenti solo suoni della tradizione albanese, ma i vari brani si aprono a sonorità che spaziano dall'India all'Azerbaijan, qual è il punto di contatto tra le varie sonorità? 
Il disco è talmente vario che se uno ascoltasse singolarmente i pezzi, non penserebbe mai che facciano parte dello stesso album. Allo stesso tempo se si ascolta l’album invece ci si rende conto che si tratta di un concept. Il punto di contatto è sicuramente l’Oriente, che noi abbiamo assorbito durante cinque secoli di occupazione ottomana, mentre le sonorità dei Transglobal Undergound, hanno sempre guardato con interesse a quelli dell’India e del bacino del Mediterraneo. Le Brass band balcaniche nacquero dalla tradizione ottomana. Erano le bande Mehter a seguito dei giannizzeri, che portarono nei Balcani la grancassa, le trombe e i piatti. A riguardo mi piace sottolineare come tutti i batteristi del mondo che preferiscono i piatti Zildjian li debbano alla famiglia turca che ne inventò la lega, proprio perché si sentissero di più in battaglia. Quei musicisti a seguito dei turchi erano in gran parte gitani indiani, o avevano subito l’influenza musicale indiana. Per esempio la grancassa in hindi si chiama dhol, in turco davul, e in albanese daulle. E praticamente la stessa parola per lo stesso strumento. 

Al disco hanno collaborato anche Johnny Kalsi, Frank London, Marko Markovic, Dr Das, quanto è stato importante il loro contributo? 
Johnny Kalsi è il precursore ed è stato tra i fondatori di tutte le formazioni che si sono ispirate all’ Indian beat in Inghilterra, e sarà con noi anche in tour. Frank invece è l’istrionico e il genio della musica klezmer mista al jazz newyorkese. Lui ha fondato la Knitting Factory con John Zorn. Marko è indubbiamente il miglior trombettista degli interi Balcani di oggi e di ieri, lo ammiriamo e crediamo che insieme al padre e la band siano la miglior brass section al mondo e non solo di musica balcanica. Loro vanno oltre i confini della world music. Se fossero nati a New York o nel delta del Mississippi oggi sarebbero la più grande formazione jazz al mondo. Gli assoli degli ospiti sono importanti per il valore aggiunto e sono tutti musicisti ai quali noi ci inspiriamo tecnicamente. Sicuramente il violoncello di Redi Hasa in "Flowers Lament" ci ha regalato delle emozioni fortissime anche a noi, tanto da togliere i nostri assoli. Dr. Das, bassista degli Asian Dub Foundation, invece, ci ha regalato un remix molto dub e per nulla commerciale. Grandioso! 

Il brano che apre il disco "Qaj Marò" un brano tradizionale albanese, ma a livello sonoro quanto ha inciso l’apporto dei Transglobal Underground? 
“Qaj Marò” è un brano tradizionale puro, dell’Albania del sud dove l’orchestra di solito è formata da clarinetto, violino, def, grande tamburello con un suono molto dub, fisarmonica e llahute, una specie di oud o liuto. Il dub come sonorità quindi, è già presente nella tradizione albanese. I Transglobal Underground l’hanno portato al XXI secolo, senza togliere nulla alla tradizione. La voce del maestro Hysni (Niko) Zela non ha bisogno di commenti. Lui è il vero asso nella manica della nostra band. Speriamo continui a rimandare il pensionamento. Siamo fortunati di suonare con una legenda vivente come Niko. Inoltre è la fontana di idee dove ci dissetiamo data la sua conoscenza smisurata in ambito folk. Quella voce, il kabà del clarinetto e il kabà del sitar intrecciati sono forse il capolavoro dell’intero album. Noi, come sezione di fiati, abbiamo solo rivestito con un bordone o come si direbbe in albanese “iso”. 

"Weeping Willow Tree" mescola i suoni del reggaeton con la tradizione albanese, come è stato possibile sposare i ritmi in 7/8 con quelli del reggae? 
La follia di Tuup e il genio dei Transglobal Underground. Ci siamo divertiti davvero tanto a vedere le facce di Niko quando ha sentito il suo brano trasformato in reggae. Adesso si sta divertendo moltissimo anche lui. Le ultime prove sono state spettacolari. Il live sarà qualcosa di scoppiettante. 

"No Guns To The Wedding" è invece un brano più vicino al mood di Transglobal Undergound… 
È il brano più “commerciale” dell’album e abbiamo giocato molto sugli stereotipi balcanici. Siamo andati a toccare alcuni problemi sociali, come la presenza delle armi, o i crimini dentro le mura di casa, proprio a causa di questa diffusione delle armi da fuoco, con un guizzo di autoironia. Tutto l’artwork dell’album, il videoclip, il poster dove indossiamo l’uniforme della banda dell'esercito e gli occhiali da sole, il nostro sito web e l’immagine in generale legata a questo album e al tour, li abbiamo voluti un po’ pulp. I Balcani sono molto pulp. Se Tarantino ci venisse a vivere per alcuni mesi la sua creatività raggiungerebbe vette insuperabili. 

Di "No Guns To The Wedding" è stato realizzato sia uno splendido video sia un travolgente remix da Nevenko… 
Il video ha raggiunto 4oo.ooo visualizzazioni, se si sommano con quelli del promo. Quasi un viral. Il team Kuviomakaroni che lo ha realizzato è stato geniale a cogliere i nostri suggerimenti e aggiungere la sua creatività. BJ Nevenko ha puntato e renderlo veramente commerciale quel brano con il suo remix e la cosa non ci dispiace anche alla luce del successo clamoroso essendo presente in tutte le playlist dei DJ che fanno crossover, world music o balkan beat. D'altronde i remix si fanno proprio per questo no?

Come nasce "Bring The Bride In" che rimanda a suoni orientali… 
Pura tradizione di Tirana, dove l’influenza turca nella musica urbana si sente molto di più che nel resto del paese per quanto riguarda sonorità e colori. 

"Shtojzovalle" è caratterizzata da una ritmica moombathon… 
Il brano era leggermente diverso nella versione originale, ma con la versione rap che ci mandarono i Transglobal Underground noi tornammo in studio e ci aggiungemmo anche il rapper kosovaro.

"Kabatronics" ha avuto un grande riscontro da parte della stampa mondiale arrivando al nono posto della World Music Chart, quale sarà il vostro approccio dal vivo? 
Il quinto posto questo mese! Si! Effettivamente la stampa internazionale si è sbizzarrita su questo album. Abbiamo avuto cinque stelle sul Manifesto in Italia e su Mondomix in Francia. Quattro sul The Times, The Guardian, The Indipendent, Rumore, Rolling Stone, e una miriade di altri giornali e riviste world music, jazz, rock dal Giappone al Canada, dagli Stati Uniti alla Colombia. Impressionante! Anche per i Transglobal Underground, che di dischi di successo ne hanno pubblicati molti. Crediamo anche di sapere il perché. Kabatronics non è un semplice disco: è un progetto che ridetermina, superandola forse definitivamente, la questione di "genere" nella contaminazione musicale che proprio recentemente, aveva trovato nelle sonorità balcaniche nuovi riferimenti. Il nostro è un album nuovo nel suono, nel concept, nel messaggio. Sicuramente non abbiamo fatto un album di musica balcanica, come la intendete voi in Italia. Certi brani possono essere considerati indie come per esempio “Flowers Lament”. L’album è molto vario pur avendo uno stile inconfondibile. E’ Kabatronics! Comunque sia siamo veramente lusingati. Sapevamo di aver fatto un buon album ma non ci aspettavamo questa risposta da parte della critica e degli ascoltatori. Abbiamo curato moltissimo la produzione sotto l'aspetto tecnico sia a Tirana che a Londra dove i Transglobal Undergound hanno confezionato il tutto nella fase finale di produzione artistica, così come l'artwork e la confezione. Non volevamo lasciare nulla al caso. Forse proprio alla luce di ciò che era successo con il nostro primo album. Questi riconoscimenti quindi ci fanno capire che la qualità conta e il nostro sforzo non è stato invano. Il live sarà due ore di pura combustione e commistione! Entrambe le band sul palco dall’inizio alla fine. E’ un progetto vero e non un double bill. Il nostro produttore ha insistito molto su quest'aspetto. Abbiamo altri brani non presenti nell’album che sono molto adatti per il live e inoltre abbiamo riarrangiato totalmente alcuni brani dei TGU Transglobal Undergound tanto da stupire anche loro durante le ultime prove. Siamo galvanizzati. Faremo una decina di date d’estate solo nei grandi festival europei come headliner e poi in autunno abbiamo un mese di tour in Scandinavia e Nord Europa. Sarà la promozione vera e propria.




Fanfara Tirana Meets Transglobal Underground - Kabatronics (World Village/Ducale) 
Frutto di una gestazione durata quattro anni “Kabatronics”, il disco che sugella il connubio tra Fanfara Tirana e Transglobal Underground, è la piena dimostrazione di come la world music rappresenti un concetto ancora vivo e tangibile, rispetto alla sua riduttiva derubricazione in semplice categoria, nella quale paracadutare dischi che presentino in qualche modo sonorità meticce. Partendo dal grande lavoro di ricerca sul repertorio delle brass band albanesi del diciannovesimo secolo compiuto in questi anni da Fanfara Tirana, i londinesi Transglobal Underground hanno puntato a valorizzare tutte le influenze e le stratificazioni culturali che nei secoli hanno caratterizzato la musica balcanica, dando vita ad un architettura sonora in cui presente, passato e futuro dialogano tra le latitudini e le longitudini del mondo globalizzato. Gli ottoni albanesi sono stati così il ponte per attraversare l’Oriente, andando a recuperare dapprima le radici ottomane delle Mehter, le bande che seguivano i giannizzeri, per poi toccare l’India, dalla quale provenivano molti dei gitani che le componevano. Ma non è tutto, perché a completare la travolgente onda sonora non manca una commistione tra trip-hop, dancehall giamaicana, elettronica e black music, insomma il marchio di fabbrica dei Transglobal Underground. Si tratta dunque di un lavoro che nasce su una solida base storica e concettuale, nel quale nulla è lasciato al caso, ogni loop elettronico, ogni chitarra elettrica e ogni percussioni ha un suo addentellato sonoro a cui agganciarsi. Con Fanfara Tirana al gran completo, ovvero Hysni (Nico) Zela (voci e strumenti tradizionali), Fatbardh Capi (clarinetto e sax), Xhemal Muraj (tromba), Roland Shaqia (sax baritono e tastiere), Pellumb Xhepi (filicorno baritono e tenore), Mark Luca (trombone), Luan Ruci (tuba), Devis Cacani (tuba), e Mario Grassi (darbouka), anche Transglobal Underground non è stata da meno presentando l’ormai consolidata formazione composta da Tuup (voci e percussioni), Mantu (batteria, loop e chitarra), Tim Whelan (chitarra, loops e tastiera), e Sheema Mukherjee (sitar e basso), ai quali sono aggiunti una lunga lista di ospiti guidata da Johnny Kalsi (dhol & tabla), già membro storico di Transglobal Underground, e tra cui spiccano Frank London (tromba), Marko Markovic (tromba), e Redi Hasa (violoncello), quest’ultimo ben noto in Italia per aver impreziosito con il suo originalissimo stile musicale numerosi dischi. Ad aprire il disco è il lento ed evocativo brano tradizionale albanese “Qaj Marò”, brano che in un certo senso rimanda alle sonorità del loro disco di debutto “Albanian Weddings”, ma nel quale spicca il sitar ad impreziosire la linea melodica. I ritmi si fanno più trascinanti con la successiva “Weeping Willow Tree” nella quale Transglobal Underground irrompe con il suo stile aggiungendo ai fiati balkan una potente dose di reggaeton. Arriva poi il singolo “No Guns To The Wedding”, il cui splendido video è l’Easter egg del disco, e che ci introduce alla title-track nella quale i beat elettronici fungono da rampa di lancio per una improvvisazione in chiave balkan-jazz. I ritmi si rallentano con “Three Beauties”, per prendere di nuovo il volo con “Bring The Bride In”, in cui si avvertono più marcatamente le sonorità orientali. Se le ritmiche moombathon caratterizzano “Shtojzovalle”, la successiva “Flowers Lament” ci riporta ad atmosfere più pacate, ma è solo un momento prima della travolgente “Baklava Revanche” in cui brilla tutta la potenza sonora dei fiati. Se il vertice del disco è “Afërdita” in cui tocchiamo con mano la sofferta malinconia del kabà albanese, lo strumentale “Mehndi” ci consente di scoprire anche venature mariachi che fanno capolino nella linea melodica. E’ il momento poi “The Eagle Takes Flight” che ci introduce ai due remix di “No Guns To The Wedding” curato da Nevenko e “Three Beauties” ad opera di Dr. Das degli Asian Dub Foundation, che chiudono il disco. “Kabatronics” è dunque un disco ricchissimo, pieno di energia e soprattutto in grado di combinare un approccio originale e non scontato alla world music, con una bella dose di divertimento e ballabilità. Insomma se da un lato conferma i Transglobal Underground come una delle band più innovative della scena world, dall’altro ci consente di scoprire tutta l’abilità e l’apertura al dialogo e al confronto musicale di Fanfara Tirana, in grado di compensare le differenze musicali e tecniche con una passione e un intensità senza eguali.



Salvatore Esposito
in collaborazione con Ciro De Rosa

Un grazie a Ballkan World Music Management