Da Roma a Varanasi

Durante gli studi a Roma presso l’Università di Tor Vergata sono entrato in contatto con Lelio Sganga collezionista e proprietario di TarMusic, la showroom romana di strumenti musicali professionali di tutto il mondo. All’epoca passavo volentieri i pomeriggi nel quartiere di Garbatella a provare bansuri, nei, shennay, tabla, daf, duduk, un bellissimo koto giapponese in legno di rosa, sitar di trenta o quaranta anni, surbahar con delle frequenze così basse che facevano vibrare il pavimento e i tampura che mi ipnotizzavano. L’attenzione si focalizzava sempre di più sugli strumenti dell’India e dopo qualche tempo acquistai un esraj, un cordofono indiano ad arco il cui timbro ricorda molto quella della voce femminile. Grazie a Tar Music ebbi la fortuna di incontrare e frequentare due cantanti che si dedicano a stili abbastanza particolari. Mauro Tiberi, esperto in canto armonico mi diede un infarinatura generale sul canto di Tuva, sulle diplofonie e su varie tecniche utilizzate da vari cantanti più o meno contemporanei che hanno affrontato la ricerca sulla vocalità, tra cui Demetrio Stratos e John de Leo. Francesca Cassio etnomusicologa e cantante di livello internazionale per due anni propose presso la sede di TarMusic, dei seminari sul canto Dhrupad, lo stile piu’ antico della musica classica indiana, e sul Nada Yoga o meglio una serie di pratiche meditative ed esercizi fisici e respiratori che si basano sulle dottrine yogiche, ma che sono particolarmente consigliati per i cantanti e per i musicisti. Quest’esperienza del canto e del rapporto tra il corpo e la produzione sonora cominciarono a stimolare quella passione per la ricerca e lo studio che oggi è parte integrante della mia quotidianità. 

L’incontro con il Maestro Gianni Ricchizzi 
Lo stesso Lelio mi consigliò di andare ad Assisi per fare visita al Maestro Gianni Ricchizzi, musicista esperto in strumenti a corde dell’India settentrionale e presidente dell’Associazione Culturale “Saraswati House” e quell’incontro cambiò la mia vita. Gianni Ricchizzi ha studiato per dieci anni a Varanasi presso la Benares Hindu University, ottenendo sia un Diploma in musicologia che un Master Degree in strumenti a corde dell’India, ottenendo tra l’altro il voto più’ alto tra tutti gli studenti del corso. Ebbe inoltre la fortuna di frequentare alcuni Maestri di un certo calibro, che furono indispensabili per la sua formazione. Ad oggi grazie alla sua totale dedizione allo studio è diventato forse l’unico musicista al mondo che presenta la Vichitra Veena, una cetra dell’India del nord, attraverso lo stile Dhrupad. Ricordo che già dalla prima lezione fui impressionato dal rapporto che si e’ instaurato tra il suono ed il Maestro Ricchizzi, il tocco preciso,la precisione nell’accordare lo strumento il quale per la prima volta lo sentii risuonare all’interno della mia cassa toracica. Scoprii piano piano la totalità di questa musica, la profonda conoscenza del suono e degli intervalli microtonali, della matemica nel ritmo e dei sottili poteri di questa dottrina. Inoltre la scuola istituita da Gianni Ricchizzi rimane uno dei luoghi più magici che abbia mai frequentato. 

L’India e i due sistemi di formazione 
Dopo un anno di lezioni decisi, consigliato dal Maestro Ricchizzi, di andare a Varanasi per poter incontrare il sitarista Guruji Pt. Amar Nath Mishra e poter apprendere i segreti di questa scienza. Lasciai l’esraj e mi dedicai esclusivamente al sitar. In contemporanea venni ammesso presso la Benares Hindu University alla Facoltà di Musica dove continuo tuttora il corso di studi. Mi resi conto da subito che il metodo di insegnamento tradizionale detto gurushyshyaparampara, per cosi dire “a bottega”, è totalmente l’opposto rispetto all’offerta formativa universitaria che in India è qualcosa di molto moderno e di derivazione coloniale. Con il Maestro ad esempio non ci sono mai stati orari, giorni prestabiliti o piani di studio da seguire, la musica viene assimilata col tempo che trascorre in totale rilassatezza e la maggior parte delle mie conoscenze le devo alla sua pazienza nel ripetere le cose ad oltranza sino al totale assorbimento. La dedizione deve essere totale, non esistono giorni liberi e tutto il resto diventa di secondo piano. La pratica del sitar come quella di altri strumenti si basa quasi esclusivamente su esercizi utili a raffinare la tecnica e ad acquisire pulizia e velocità: si comincia con una scala, si esplorano gli intervalli di seconda di terza e di quarta, poi si passa ad esercizi con tre note, con quattro note, con cinque note e così via, cercando sempre di partire da un esercizio base per renderlo sempre più vario e complesso. La cosa più importante è quella di rendere la pratica interessante, di far lavorare sia il corpo che la mente e questo rende il percorso interminabile. Molti potrebbero rischiare di soffrire di una leggera frustrazione, in effetti più si apprende e più ci si rende conto di non sapere, ma bisogna invece comprendere che questo dev’essere lo stimolo per andare avanti e che sin dall’inizio si diventa responsabili rispetto ad una tradizione centenaria che dovrà continuare ad essere tramandata da Maestro a discepolo. L’istituzione universitaria invece si basa su una struttura da seguire, fornisce la possibilità di conoscere e studiare diversi stili e diversi strumenti, propone studi storici e teorici e naturalmente garantisce un titolo di studio che certifica le conoscenze acquisite. Inoltre solo grazie all’università si può ottenere un visto studentesco di almeno un anno e rinnovabile per altri cinque. A mio parere integrare i due sistemi, sopratutto per un outsider è la cosa migliore da fare, da una parte il sistema tradizionale da solo può risultare confusionario per la mentalità occidentale e d’altro canto affrontare esclusivamente il sistema universitario, paradossalmente, può risultare qualitativamente carente. Studiare in India L’India non è per tutti, ma ad oggi è uno dei posti migliori dove poter vivere, i costi sono accessibili e le tradizioni sono ancora vive, mentre l’Europa si sta appiattendo culturalmente e sta diventando economicamente impossibile. L’unica cosa di cui si ha bisogno è di un po’ di coraggio e di un biglietto aereo. Ad oggi il governo indiano rilascia sei mesi di visto turistico il che è un ottimo periodo per poter apprendere le tecniche e la teoria della musica indiana, anche se ufficialmente le istituzioni richiedono un visto da studente per poter apprendere una qualsiasi materia. C’è sia la possibilità di iscriversi ad università come la Benares Hindu University, la Delhi University o la Shanti Niketan di Calcutta, dove è richiesta la frequenza obbligatoria e vi è un sistema di sessioni d’esame semestrali oppure esistono università come la Prayag Sangeet Samiti di Allahbad che si basa sul sistema tradizionale e richiede solo il supporto di un Maestro che possa guidare lo studente nella preparazione degli esami da privatista che sono invece a cadenza annuale. Tra l’altro esite anche la possibilità di ricevere una borsa di studio da parte del governo indiano attraverso l’ICCR, un istituzione dedicata alle relazioni culturali ed esiste una lista precisa di scuole riconosciute per poter ricevere dei finanziamenti per lo studio della musica e della danza. Naturalmente si potrebbe optare per qualsiasi materia come filosofia, hindi, sanscrito, ayurveda etc. che rendono più probabile il ricevere un sostegno economico governativo e poi privatamente frequentare un Maestro che possa guidare nell’apprendimento musicale. Studiare in Italia In Italia vi sono varie istituzioni e vari musicologi e musicisti che portano avanti lo studio della cultura musicale indiana in modo eccellente. Il Conservatorio “A.Pedrollo” di Vicenza ad esempio offre dei corsi triennali di musiche extraeuropee ad indirizzo indologico, l’Associzione Culturale “Saraswati House” offre continuamente workshop e lezioni individuali e organizza concerti per la maggior parte degli artisti indiani che passano in Italia, la Fondazione Cini a Venezia continua a sostenere gli studi di A. Danielou, uno dei primi studiosi europei della tradizione musicale indiana. Tra i vari musicisti italiani segnaliamo Gianni Ricchizzi e Guido Schiraldi per gli strumenti a corda, Francesca Cassio e Amelia Cuni per il canto, Pepe Fiore e Federico Sanesi per le percussioni, Eleana Cittaristi e Rossella Fanelli per la danza ed infine Marco Colle e Roberto Perinu per la trattazione dei testi classici in sanscrito. Bisogna sottolineare comunque che la nuova generazione di appassionati della musica indiana, molti dei quali hanno studiato nelle suddette istituzioni o seguono i maestri appena citati, è molto numerosa rispetto a quella precedente, formata principalmente da pionieri; ci si aspetta quindi un futuro molto rigoglioso per la scena della musica classica indiana in Italia. 

Tidibits.com-Un sito dedicato alla musica indiana 
La passione per questa musica mi ha portato a voler creare un sito internet dedicato alla musica indiana (www.tidibits.com) visto che da qualche anno la tendenza editoriale è quella di preferire la piattaforma web al classico supporto cartaceo. Vi è una sezione dedicata alla terminologia della musica indiana con più di trecento termini, una parte dedicata all’organologia o meglio alla descrizione degli strumenti musicali più rappresentativi della musica classica indiana. Una sezione è dedicata ai vari Raga, alla loro classificazione e vengono segnalati dei video che meglio rappresentano l’esposizione melodica del Raga e ancora una sezione dedicata alla musica tradizionale dei vari paesi del mondo. Ci vorranno vari anni per completarlo come ci vorranno vari anni per completare gli studi, ma la cosa non mi preoccupa anzi. Il sito è completamente gratuito ed invita la community degli appassionati a partecipare attraverso segnalazioni di eventi, pubblicazioni di articoli e offre la possibilità di inserire gratuitamente offerte di vendita di strumenti musicali tradizionali. Il primo a partecipare è stato il cantante Giuseppe Sportaro neolaureato presso il Conservatorio di Vicenza che ha gentilmente contribuito con la sua trattazione sul Nada Yoga dal titolo: “Vibrazione primordiale e cosmogenesi”.

Remo Scano