Steven Mithen, Il Canto Degli Antenati. Le Origini Della Musica, Del Linguaggio, Della Mente e Del Corpo, Codice Edizioni 2007, pp. 411, Euro 9,00

Perché la musica, di ogni genere, è capace di sollecitare le nostre emozioni e ci trasporta, dopo appena qualche accordo, in un mondo altro? La domanda non è certo originale e indubbiamente molti sono stati gli studiosi che, nel corso del tempo, si sono cimentati nell'arte dell'interpretazione, spesso con risposte scientificamente molto articolate e, per giunta, in un orizzonte multidisciplinare. Ma il tema non è riservabile esclusivamente per gli addetti ai lavori. Perché, e su ciò dovremmo ormai tutti concordare, la musica è un campo del sapere con un alto tasso di "accessibilità", in cui davvero tutti, democraticamente, possiamo avere diritto di parola e di pensiero, per il solo fatto che la biografia sonoro-musicale di ognuno di noi, unica ed inedita così come straordinaria ed irripetibile è l'esperienza individuale di ogni esistenza, costituisce già di per sé un documento molto prezioso sull'argomento. Non può quindi sorprendere che un archeologo - ovvero il professionista che si occupa del recupero, della conservazione e valorizzazione dei siti e dei reperti storici e artistici - il britannico Steven Mithen, abbia scritto su questo tema un libro di grande fascino, un testo che attraversa disinvoltamente, oltre che la personale competenza specialistica dell'autore, anche aree della conoscenza molto complesse, come la genetica, la neurologia, la paleontologia, e non solo... Il libro, per la verità, ha già qualche anno di vita - essendo stato editato nel 2006, con il titolo "The Singing Neanderthals: the Origins of Music, Language, Mind and Body" e poi pubblicato, nel 2008, in italiano (anche nel formato digitale che qui proponiamo) per i tipi della Codice edizioni, con la traduzione di Elisa Faravelli e Cristina Minozzi - ma conserva tuttora una sua forte carica di suggestione. Steven Mithen si propone di colmare, prima di tutto, una lacuna storico-scientifica. Se molte culture (semplifichiamo, naturalmente) hanno considerato la musica come un semplice dono degli dei o di una particolare divinità, Mithen non comprende come la stessa letteratura scientifica abbia potuto sottovalutare questo campo di studio, definendo la musica non come un adattamento selettivo, ma piuttosto come un prodotto creato e destinato solo a finalità ludiche e ricreazionali. Secondo Mithen, i primi ominidi comunicavano attraverso un linguaggio musicale, ovvero un miscuglio tra il linguaggio e la musica, così come li intendiamo noi oggi, un puzzle comprendente gesti, danza, onomatopee, imitazioni vocali e sonore. Questa forma di comunicazione avrebbe toccato l'apice nei neandertaliani, i quali possedevano una configurazione delle alte vie respiratorie del tutto particolare, tale da consentire loro di parlare ma che, nel contempo, non disponeva di quei circuiti nervosi specifici e deputati al controllo del linguaggio. Le difficili condizioni ambientali in cui vivevano, la conformazione e le grandi dimensioni del corpo, oltre che la crescente complessità dei loro gruppi sociali richiesero uno scambio continuo di informazioni, tutti fattori convergenti che contribuirono alla costruzione un sistema di comunicazione articolato che includeva, appunto, sia suoni sia gesti del corpo. Le ipotesi di Mithen sono necessariamente di natura speculativa, ma le prove indirette che porta a sostegno delle sue argomentazioni sono numerose e tali da indurre ad una rivisitazione degli studi sull’origine del linguaggio (e più in generale dell’abilità comunicativa dei nostri antenati), studi che dovrebbero essere rivalutati alla luce dell’aspetto musicale, il quale, a sua volta, non può prescindere dall’evoluzione del corpo e della mente umana. La convinzione di Mithen è che, oggi, gli esseri umani moderni abbiano a disposizione relative e limitate capacità musicali rispetto a quelle dei loro antenati neandertaliani, suggerendo attraverso il suo studio l'ipotesi che proprio l'evoluzione del linguaggio abbia provocato in tal senso un forte processo di inibizione. Certo è che Mithen fa un'interessante e coraggiosa operazione di recupero sociale dei nostri antenati, non avendo paura di attribuire loro l'utilizzo di una complessa comunicazione emotiva, estremamente necessaria d'altronde ai fini di un'utile cooperazione fra i gruppi. In questo modo cerca di salvare queste creature da un'immagine, quella dell'uomo delle caverne, cristallizzata e forse un po' stantia, certamente da rivedere. Ed è anche certo che il contributo di Steven Mithen ci offre nuovo materiale di riflessione sul come e sul perché gli esseri umani pensano, parlano e creano musica. 

La versione in formato Epub è disponibile su SaperePopolare

Michele Santoro