Salvio Vassallo – Il Tesoro di San Gennaro (RTF Productions)

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Come incipit per la presentazione Salvio Vassallo sceglie le parole di Raffaele La Capria da L'armonia perduta (1986) – l’opera che a partire dalla sconfitta della rivoluzione giacobina del 1799 riflette sull’invenzione della napoletanità – tradotte nella lingua della comunicazione globale di oggi. Il Tesoro di San Gennaro è un vibrante progetto discografico in procinto di dialogare con le arti visive e con il teatro. Una produzione veicolata e diffusa prima nella Rete, per poi acquisire la forma di iridescente dischetto. Produttore e musicista, Vassallo, classe 1975, riconosce che nascendo all’ombra del Vesuvio si avverte la necessità di “misurarsi con la storia che trasuda densa e incessante dai vicoli della città e perfino letteralmente dal sottosuolo, ventre misterioso di una storia sotterranea, che pure esiste e resiste”. Scrive ancora nel libretto del disco: “Resistere. Ed esistere. Tra il fuoco e l’acqua. Tra il sacro e il profano”. In copertina trionfa la mitria del santo patrono già invocato e cantato da Enzo Avitabile, altro autore di partiture sincretiche che provano a narrare la complessità della città mediterranea, spogliandola delle oleografie. Richiamando nel titolo il tesoro inestimabile di Faccia Gialla che si può ammirare nelle teche museali, Vassallo si produce in un’operazione azzardata: mettere mano al nobile patrimonio immateriale dell’umanità (benché non dichiarato ancora tale dall’UNESCO) che è il canto di Napoli, la città che è “una delle ultime via dei canti dell’Occidente, come ha scritto Marino Niola. Vassallo asseconda la melopea partenopea alla sua rilettura inusitata; per qualche purista, va da sé, perfino inaudita. Canto di donna, dal Duecento al Novecento, con in mente le Folk Songs di Berio – che Vassallo ha rielaborato tempo fa nel suo Remembering the Future – piuttosto che cedere a confortanti filologie o rifugiarsi nelle convenzioni della riproposta neo-folklorica. Salvio accoglie inevitabilmente, e debitamente, il portato della ricerca desimoniana ma si confronta anche con l’essenziale leggerezza interpretativa di Roberto Murolo, la cui poderosa antologia il musicista ha studiato con cura. Si avvertono devozione e rispetto. ma anche sguardo obliquo e dissacrante, che si traducono in interventi sonici senza remore e preclusioni. “Cercavo un suono misterioso e allo stesso tempo luminoso[…]. Suggestioni contemporanee che abbracciano materiali musicali antichissimi dove le melodie riescono ad uscir spontanee e senza forzature stilistiche”, spiega in un’intervista a Donpasta per il periodico Left (n. 14, 6 aprile 2012). In piena sintonia con Vassallo (tastiere, soundscapes, programmazione, batteria) agiscono Valentina Gaudini (voce), Ernesto Nobili (chitarre), Riccardo Veno (clarinetto basso, flauti), Enrico Barbaro (basso), Emidio Ausiello (tammorra) e, non da ultimi, Francesco Albano e Corrado Taglialatela (additional programming). Il lavoro assembla brani storici del canzoniere partenopeo (un decimo di quanto il compositore ha già rielaborato), ma propone anche due riuscite composizioni di Vassallo che ben si innestano nel tessuto del lavoro, la prima è “Bonanotte”, sorta di preghiera ispirata ad una invocazione alle anime “pezzentelle”, scovata in un vecchio libro, un brano dedicato alle vittime dimenticate del periodo postunitario, i cosiddetti briganti. Poi c’è “Incubo Napoletano (for the braves only)”, che esprime procedimenti reichiani. In effetti, il racconto di Napoli inizia con “The Dawn of Michelemmà”, sorta di introitus dell’opera: riscrittura di “Michelemmà” avvinta da levità iterativa ed irrorata da schegge chitarristiche che spargono accentature d’Africa. Pulsazioni di carnalità elettronica e intarsi di corde nel classico “Lo Guarracino”, cui segue il crescendo ritmico e parossistico di “Lavandaia’s Dream”, tratto da La Gatta Cenerentola: robustezza drum’n’bass, ostinati chitarristici ed inserti etnofonici per un capolavoro di reinvenzione operato da Vassallo. Data primo Settecento “Le sorbole e le nespole”, proveniente dalla commedia per musica Lo cecato fàuzo, musica di Leonardo Vinci, librettista Aniello Piscopo; la rivisitazione delinea scenari minimalisti, onirici ed avvolgenti, con inserti glitch e sequenze di sapore prog. Futuro-antico anche nel “Canto delle Lavandaie del Vomero”, trionfo della magnifica vocalità sottile di Valentina, sospesa tra elettronica e corde acustiche. Proviene ancora dal capolavoro desimoniano la viscerale “Canzone della zingara”, né manca la classica “Villanella ch'all'acqua vai”, dai morbidi rivoli elettronici ad esaltare il canto della Gaudini. Ci ha messo quasi due anni di impegno, Salvio Vassallo, per comporre questo flusso sonoro che anche una storia di Napoli. Un progetto di cui già prevede un secondo capitolo (dovrebbe contenere, tra le altre cose, “Nova gelosia”, 'A Capa ro Cane”, ma anche brani dal repertorio della sceneggiata). E io l'aggio sentuta na musica nova! 



Ciro De Rosa