Ry Cooder, Los Angeles Stories, Elliot, pp. 224, Euro 16,50

Ry Cooder a buon diritto può essere definite come una delle grandi leggende viventi del rock, e non solo perché, nel corso della sua carriera, ha messo in fila una lunga serie di collaborazioni da Taj Mahal ai Rolling Stones, con i quali ha suonato in Let It Bleed e Sticky Fingers, ma anche per i suoi splendidi dischi, attraverso i quali ci ha raccontato i suoni dell’America, dal rock al folk dal tex-mex al jazz, attraverso la sua peculiare sensibilità artistica. Dopo i successi messi in fila negli anni Ottanta, tra cui spicca quella “Across The Borderline” resa famosa da Willie Nelson con il disco omonimo del 1993, cominciò una nuova fase, quella della world music con dischi come “Talking Timbuktu”, inciso insieme ad Ali Farka Touré, l’epocale progetto “Buena Vista Social Club”, e i successivi “Mambo Sinuendo” con Manuel Galbán, e quel gioiellino che è San Patricio con The Chieftains. In parallelo, negli ultimi anni ha preso vita una trilogia di dischi dedicati a Los Angeles, composta da “Chávez Ravine” del 2005, “My Name Is Buddy” del 2007 e “I, Flathead: The Songs of Kash Buk And The Klowns” del 2008, che oggi trova il suo completamento con la raccolta di racconti “Los Angeles Stories”. Sebbene la traduzione italiana non riesca a cogliere sempre la ricchezza di sfumature dell’originale in inglese, la lettura delle storie di Cooder ci consente di compiere un viaggio in dietro nel tempo, alla scoperta di una Los Angeles, in cui musica e storie scure si incrociano, tra locali dove succede di tutto, a musicisti squattrinati. Il fluire delle storie sembra di tanto però interrompersi, quasi ci fossero delle pause, dei silenzi, ma in quei momenti è la musica a parlare, evocata ora dalla comparsa in scena di John Lee Hooker, ora dall’ascolto di Glenn Miller, ora ancora da Charlie Parker. E’ la Los Angels in cui “una pistola cambia le cose”, quella dove “o si va forte o te ne vai a casa”, una città insomma che da sfondo, diventa man mano protagonista, proprio come accade nelle canzoni di Cooder, laddove le trame melodiche diventano atmosfera e viceversa. In alcuni momenti la scrittura del chitarrista americano regala momenti di grande fascino, quasi la narrazione si interrompesse per lasciare posto ad un evocativo assolo di chitarra. Emergono così spaccati che vanno ricercati nel disco, meno amato della trilogia, quel “Chávez Ravine”, in cui Cooder ci raccontava di uno dei quartieri messicani della sua città cancellato dalla cementificazione, tra suoni che spaziavano dai ritmi latin, al folk, dal blues al jazz. In questo senso “Los Angeles Stories” è un omaggio a cuore aperto ad un epoca che non c’è più, al jazz al blues al latin beat, che accompagnavano le esistenze turbolente di musicisti, di loser, e gente, che hanno incrociato spesso il lato buio della vita tra night club di periferia e bar dimenticati. Insomma leggere questa raccolta di racconti il giusto completamento di un viaggio musicale, pieno di fascino cominciato tra i solchi di un disco e finito tra le pagine di un libro. 


Salvatore Esposito