B-Choice: Orchestra Bailam e Compagnia Di Canto Trallalero – Galata

Approdo a Galata 
Intervista a Franco Minelli ed Edmondo Romano dell’Orchsetra Bailam 

Arrivare sul Corno d’oro, alle pendici della collina di Beyoglu, sembrava già inscritto nel girovagare dell’Orchestra Bailam nel mosaico mediterraneo orientale, facendo propria l’estetica dell’invenzione della tradizione. Nati sul finire degli anni ’80 del secolo scorso, con un assetto strumentale diverso da quello odierno, con un nome che in Liguria richiama la confusione, il caos, ma anche un rincorrersi di voci. Senz’altro una band di precursori – all’epoca paragonabili ai britannici 3 Mustpahs 3 – che guardava tanto al Nord Africa come al mondo balcanico, al revival klezmer come agli stilemi del musicalità urbana sottoproletaria greco-ottomana, con deflagrante temperamento scenico. Una storia quasi venticinquennale per i genovesi, di cui “Galata” è il sesto capitolo discografico. Una sorta di concept album che circumnaviga il Mediterraneo, dall’Andalusia all’Asia minore, ne fa incontrare i diversi suoni con la tradizione urbana del trallalero. Un passaggio di ponte che si fa itinerario plurimo: geografico, temporale e immaginario; traccia della memoria, metafora di antico retaggio – quando la Superba era crocevia di fitti scambi lungo il piccolo mare – ma anche felice esaltazione di quella parte di città che si identifica nella vivacità multiculturale, lontana dalle becere spinte xenofobe. Riconosciamo, non da oggi, a Franco Minelli, musicista con un passato di profondi studi di musica arabo-andalusa e di rebetiko, “il suo diventare ciò che scrive” – come ha scritto Guido Festinese – la sua capacità di misurarsi sentitamente con le forme e gli stili musicali espressivi dei popoli che abitano il Mediterraneo, “unità nella differenza” (Bruno Nettl), più luogo in comune che luogo comune. Lo zigzagare attraverso ritmi e melodie meridiane, l’ebbrezza dei sentori delle spezie e del caffè di “Galata” si pongono in continuità con il precedente lavoro “Lengua Serpentina”, costruito per la cantante concittadina Roberta Alloisio, e trovano felice confluenza nella polivocalità della Compagnia di Canto Trallalero: Matteo Merli (o primmo e a chitara), Paolo Sobrero (o contraeto) e Alberto Bergamini (o contrabasso e basso). In una piazza mediterranea, incrociamo Franco Minelli ed Edmondo Romano per raccontare il viaggio di “Galata”. 

Vorrei cominciare chiedendo chi è oggi l’Orchestra Bailam. 
Franco Minelli: Luciano Ventriglia (batteria, darbouka, riqq, percussioni, baglama) ed io (chitarra nylon, chitarra battente, oud, bouzouki 6 e 8 corde) che nel 1989abbiamo fondato l’Orchestra. Edmondo Romano (sax soprano, clarinetti, flauti) è con noi dal 1999. Successivamente sono entrati Roberto Piga (violino), Luca Montagliani (fisarmonica), Tommaso Rolando (basso, contrabasso). 

Da “Mamma li Turchi” siete arrivati a “Galata”. Proviamo a ripercorrere la storia in musica di Orchestra Bailam. 
Franco: Beh, dal primo vinile “Mamma li turchi” sono passati la bellezza di 22 anni….. allora c’era tanta ingenuità ma sicuramente una grande lungimiranza artistica che ci premiò più all’estero, nelle numerose serate in Francia, che in madrepatria. Dalla metà degli anni ‘90 la vena compositiva si attenuò per lasciare spazio allo studio di tutte quelle musiche che sarebbero diventate l’ispirazione dei progetti successivi: la convivialità del Klezmer, i ritmi balcanici di origine ottomana, il fascino fumoso e denso del rebetiko, il tarab di Oumm Kolthoum e la vena compositiva di Mohamed Abdel Wahab. Nel ‘99 con l’ingresso di Edmondo Romano, che prese in mano l’aspetto di produzione si procedette a un rinnovamento importante sia sonoro che di organico, che portò alla registrazione nel 2001 di “Bailamme”. Fino al 2006, anno di uscita di “Non occidentalizzarti”, l’Orchestra è stata impegnata in diverse pièce teatrali per “Chanceeventi” (Butterfly bazaar, Moka cabaret, Il mare negli occhi, Il pesce ritrovato) e numerosi concerti in Italia ed in Europa (Francia, Russia, Crimea, Turchia). Nel 2007 esce “Lengua Serpentina”, album suonato e concepito dall’Orchestra Bailam come omaggio all’interprete Roberta Alloisio. L’album è il primo approccio di commistione tra medioriente e lingua genovese, palestra ben riuscita per i progetti successivi. Il singolo “Ya salam” diventerà la colonna sonora del “Festival Suq” di Genova. Nel 2009 esce “Harem Bailam”, album registrato dal vivo per il ventennale dell’Orchestra Bailam, dove si esibiscono, per festeggiare l’evento, numerosi amici musicisti (Marco Beasley, Eyal Lerner, Arcotrafficanti, Marco Fadda, Marika Pellegrini, Roberta Alloisio). Dal 2010 comincia la lavorazione al progetto “Galata”. 

L’approdo a “Galata” mi sembra fosse disegnato, quasi un obbligo, nell’avventura estetica dell’Orchestra. Quale la genesi del nuovo viaggio tra assonanze, affinità storiche e invenzione della tradizione? 
Franco: “Galata”, proprio di fronte al Corno, è stata veramente una Genova mediorientale per più di due secoli. Porto di riferimento per le colonie genovesi del Mar Nero e del Mediterraneo orientale. Ancora adesso, salendo per i caruggi e le creuze che portano alla torre genovese, sembra di sentire le voci levantine che rievocano l’antico legame. Creuze e caruggi, dove facevano da cornice tekès, taverne, caffè aman, fumerie... dove abbiamo immaginato l’incontro tra i makam (scale modali mediorientali) e le melodie del magico cerchio del Trallalero.
Edmondo: “Galata” è la naturale conseguenza del lavoro da noi già composto anni fa per “Lengua serpentina”. In quel caso la voce era quella legata alla tradizione femminile nella vocalità e nella ricerca dei testi; in “Galata” si è dato respiro alla più dura voce maschile, quella riconosciuta nel mondo come il canto trallalero. La tradizione non è mai cosa ferma, progredisce naturalmente, muta, si trasforma. Gli stessi strumenti che noi suoniamo si sono evoluti nel tempo, quindi le sonorità inevitabilmente si sono trasformate. “Galata” riscrive in qualche modo, con il massimo rispetto per le esecuzioni tradizionali, il trallalero in modo snello, dove le voci tipiche sono presenti ma condensate in pochi elementi. L’unione della musica mediorientale dell’Orchestra Bailam insieme a questa veste del trallalero potrebbe anche riavvicinare una parte di giovani alla musica tradizionale della propria terra. Una volta le formazioni di canto trallalero in Liguria erano circa una quarantina, oggi sono solo sei o sette gruppi: la nostra formula in parte vuole anche ridare forza e vitalità, nuova dignità ad un genere che nel tempo è stato in parte abbandonato o dimenticato. 

Galata è metafora di lontananza e vicinanza… 
Franco: “Dove i zeneixi van, ûn atra Zena fan” è un antico proverbio genovese che sintetizza il significato di “Galata”. “Dove i genovesi vanno, un’altra Genova fanno” sta naturalmente a significare che i genovesi ovunque vadano ricostruiscono la loro città. Ma con un po’ di attenzione il suo significato ci può dare una doppia chiave di lettura, dove la parola “altra”, assume il significato di “altra” come uguale, ma anche di “altra” come diversa, con le stesse caratteristiche, ma diversa. Insomma una Genova lontano da Genova…. Galata diventa così il luogo d’arrivo di chi parte, spinto da sempre dalla semplice e umana speranza di una vita migliore, ma spesso condizionata dal dolore del distacco dalla propria terra. 

Come si sviluppa la collaborazione con la Compagnia di Canto Trallalero? Nasce in questa occasione o è precedente il progetto “Galata”? 
Franco: Dietro la Compagnia di Canto Trallalero, oltre ai due elementi di spicco della tradizione: Matteo Merli, tenore della “Squadra” e Paolo Sobrero, contralto dei “Canterini della Val Bisagno”, ha trovato spazio l’attore Alberto Bergamini, controbasso dalla voce profonda. Questa Compagnia nasce con il progetto, ma ha già un’esperienza individuale pluriennale. Cresciuta attraverso i numerosi incontri di studio e di lavoro, ha fatto si che, partendo dalle basi della tradizione, guardasse verso il medioriente aprendosi a qualcosa di innovativo. 

Come avete lavorato all’integrazione delle voci della Compagnia? 
Franco: È stato un lavoro lungo, dove si è cercato di rispettare le rispettive sponde di esplorazione senza mai precludere le sperimentazioni. Edmondo: Si, è stato un lungo lavoro di ricerca. Io ho curato tutto l’aspetto delle registrazioni nel mio studio, ed è stato interessante vedere come anche nella fase solitamente considerata conclusiva, cioè la registrazione, ogni giorno le parti, le interazioni tra strumenti e voci mutassero in continuazione, sempre alla ricerca di nuovi equilibri. 

Ci sono stati ascolti mirati o punti di riferimento nella fase di preparazione del disco? Potrà anche apparire scontato, ma penso al classico Creuza de Mâ di De André, con cui ci si rapporterà sempre… O avete attinto al vostro più che ventennale girovagare tra le sponde del “piccolo mare” ? 
Franco: Un’opera come “Creuza de mâ” preferirei non tenerla nemmeno in considerazione, proprio per il suo alto valore è un capolavoro ineguagliabile e non avvicinabile a nessun altro lavoro. C’è l’ascolto dei grandi autori turco-greci dei primi del Novecento: Tanbur Cemil Bey, Dede Efendi, Stellakis, Toundas, Skarvelis… è una mia grande passione ed è probabile che mi siano venuti in sogno diverse volte, è inevitabile….. Direi che “Galata” è anche una logica consecutio di “Lengua serpentina”. 
Edmondo: Sono stato attratto dalla musica del primo bellissimo album di Mauro Pagani molto prima dell’uscita di “Creuza de mâ”, così come naturalmente ero attratto sin da bambino da tutto ciò che provenisse dalla musica tradizionale (non solo quella mediorientale, anche quella irlandese, indiana, bretone…) e da sempre istintivamente il mio modo di suonare ha cullato l’attenzione per la tradizione. La trasformazione della tradizione è da sempre stata elemento caratteristico della Bailam, sempre con seria, consapevole ricerca e studio. Da qui credo che nasca tutto ciò che il gruppo produce. 

Dialetto, lingua di poesia e lingua di popolo. 
Franco: Il dialetto genovese ha in sè qualcosa come 160 parole di origine araba e un centinaio di origine turco-greca, perché eredità e retaggio della sua peregrinazione nel mediterraneo: giustamente come dici tu, sono da considerare parole di poesia e di popolo. 

Come si è sviluppata la composizione dei brani del disco? Quali procedure? Testi e poi musiche o viceversa? 
Franco: Approfitto di questa domanda per dirti che sono proprietario del mitico vocabolario “Olivieri” Genovese-Italiano, originale del 1855. Una rarità, un documento che mi ha aiutato nella ricerca di parole antiche che nel disco si riprendono il posto che gli si addice…. Come sempre non esiste una modalità compositiva, quando scatta la molla dell’ispirazione, la devi seguire… Vero è che ho raccolto molto su testi sia popolari che colti della tradizione (detti, proverbi, formule magiche, filastrocche, antichi manoscritti…), ma ha avuto grande importanza il passaggio orale di anziani amici che chiacchierando mi hanno stimolato a scrivere. A questo proposito mi piacerebbe ringraziare il mio grande amico “Sergio” di Finale Ligure con cui ho parlato tanto e dalla cui semplicità ho tratto ispirazione e tanta piacevolezza. Le musiche rispettano spesso andamenti ritmici e caratteristiche tipiche mediorientali, ma la lingua non ha avuto difficoltà ad inserirsi in modo fluido. 

Che ne dite di passare in rassegna con la loro poetica di personaggi marginali (Zio Tommasino), reminiscenze, storie immaginifiche di viaggi e di incontri, tra aromi delle tekiedes, ritmi andalusi, mediorientali, balcanici e canzoni… 
Franco: “Zio Tommasino” (“Barba Tomaxin” è uno zeibekikos lento e trascinato in 4+5 dei più classici) è il personaggio maschile di Galata, un uomo che nel dolore sa mantenere una grande riservatezza: la sua identità mediterranea non conosce confini e nelle difficoltà sa come stringere i denti (“Rizo ræo”). Sa come divertirsi e non disdegna frequentare gli avventori delle tekès e delle fumerie di cui si parla in “Erzurum”, che è un nissiotico isolano. Se i suoi ricordi lo portano alla malinconia (“Ninnâ dindanâ”) basta “un occhiolino” della mezza luna per farlo tornare a sorridere (“Galata”: ritmo flamenco peteneras al servizio di un seyir). Anche se, come dicono i turchi: l’husun (la tristezza) è sempre in agguato per riportarti nei ricordi di gioventù di “Primmaveia”. Zio Tommasino conosce il sacro (“De sotta o mæ angiòu”) e il profano (“A pattunn-a”, un karsilamas in 9/8) dell’amore, e ne è anche vittima (“Sperlengheuia”, un mix tra zeibekikos e tsifeteteli). Conosce l’inevitabilità degli eventi e delle loro amare ripetizioni (“Bestente”, un ritmo flamenco seguiriya su makam Hijaz), fatte di dolore e di speranza (“Pupun de pessa”). Canta, per ricordarsi che lui viene da lì, da Genova, la patria del cerchio del trallalero (“A mæ moæ”, “A paisann-a / I drappi”). La terra natia. 

Si avverte un senso di malinconia (stato d’animo che ricorre spesso) in diversi brani… 
Edmondo: La malinconia è una serena e radicata espressione emotiva da sempre presente nella cultura genovese, fonte di grande ispirazione. 

“Galata” è un disco, ma anche uno spettacolo, immagino. Andrà in tour? Avete in programma di riportare il canto di Genova anche in altri paesi del Mediterraneo? 
Edmondo: Galata è in parte nato dal desiderio di viaggiare che ognuno di noi ultimamente sente crescere. L’Italia è grande paese di tradizioni e cultura, ma che, ma come ben sappiamo, negli ultimi anni (mi verrebbe da scrivere… “da sempre”) viene turlupinata in ogni sua forma. Per un artista che svolge solo questa sua naturale vocazione vivere in equilibrio e rispetto con la società è diventata impresa molto difficile. Galata vuole esser progetto da far conoscere al nostro paese, ma che naturalmente desidera esprimersi all’estero. Per prima cosa chiuderemo il cerchio che il progetto esprime andando a presentarlo proprio nel quartiere genovese Galata ad Istanbul davanti agli italiani che vivono in questa città. Questo avverrà a breve in collaborazione con la “Promozione per la Città di Genova”, che ha intensi contatti da sempre con le sue ex “colonie” in giro per il mondo, a cui dovrebbero seguire vari concerti in Francia, dove l’attenzione per il tradizionale trallalero genovese è da sempre molto alta. 


Orchestra Bailam e Compagnia di Canto Trallalero – Galata (Felmay) 
L’incipit di finezze polifoniche della Compagnia sfocia nell’esplosione strumentale dove convivono l’intervallo di un antico maqam e ritmica di matrice andalusa, senza dimenticare sequenze di matrice prog: “Bestente” apre la nuova opera della potente orchestra ligure. Rotta egea nell’esaltazione della succulenta profanità di “A pattunn-a”, che è carezze di corde ed archi con pieno di voci. Una fisarmonica dall’incedere melanconico conduce “Primmaveia”, in dialogo costante con il dinamismo dei plettri ed il calore del clarinetto. Si cambia passo con il primo trallalero tradizionale, episodio in cui – come nella successiva title-track – si coglie appieno il gioco di incastri delle parti, vocali e strumentali, che giocano un ruolo di pari importanza. Si coglie la capacità della band di far interagire la polifonia genovese con gli stilemi turchi ed il flamenco, tanto che ci viene il dubbio che sia sempre stato così. Tra l’altro, in “Galata” ascoltiamo la divan baglama di Cenk Güray, ospite anche nell’atmosfera niossitica di “Erzurum”. Ci si lascia cullare dalla poetica levantina di “De sotta o mæ angiòu”, mentre evoca una formula magica genovese “Sperlengheuia”, sviluppata su combinazione di tempi di danza zeibekiko e çifteteli. Eccole narrate le gesta di “Barba Tomaxin”, sottolineate dal ney mansûr di Giovanni De Zorzi, secondo ospite del disco, che procede seguendo il lirismo dolente dello zeibekiko. Incontriamo la forma canzone in “Pupun de pessa”, dove la più famosa ninna nanna genovese che ha come sfondo le storiche migrazioni italiane dà voce a speranze e tragedie delle nuove migrazioni nello specchio mediterraneo. Ci muoviamo ancora a ritmo di çifteteli per parlare della fatica dei marinai: si canta “aman aman a sarsî o mâ, ossia “poveri noi a rammendare il mare” in “Rizo ræo“. Persistono ricordi e inquietudine del navigatore in “Ninnâ dindanâ”, accarezzante commistione di tradizioni di tempi e luoghi diversi. Poi il nostos con “A paisann-a / I drappi”, secondo esempio di tradizionale polifonico genovese, riunione di voci empatiche, su un tessuto strumentale innervato dal battito dei tamburi e dall’irrompente divagare della zurna. Un lavoro che resterà. 



Ciro De Rosa