Martha Mavroidi Trio – Portaki (Autoproduzione/www.marthamavroidi.com)

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Ho conosciuto Martha Mavroidi, protagonista tra l’altro di uno dei concerti dello scorso Womex di Salonicco, leggendo un bell’articolo sull’autorevole mensile britannico fRoots, diretto da Ian Anderson, che le ha dato la copertina nel numero di marzo 2013. "Portaki" è il più recente, eccellente progetto discografico in trio della musicista originaria di Atene. Trentacinquenne, papà etnomusicologo ed operatore radiofonico, Mavroidi vanta un composito curriculum di studi musicali in patria, alla SOAS, all’UCLA e al Conservatorio di Amsterdam (musica bizantina, vocalità bulgara, tradizioni musicali greche e turche, improvvisazione, musica indiana carnatica), nonché frequentazioni di maestri del saz come il greco Periklis Papapetropoulos e il turco Talip Ozkan. Numerose anche le sue collaborazioni (tra cui citiamo quella con la cantante Savina Yannatou) e la scrittura per film, documentari, pièce teatrali e danza. Martha utilizza un lafta elettrificato, il cosiddetto liuto di Costantinopoli (cordofono a manico lungo non tastato, dotato di quattro corde, nella versione imbracciata da Martha); la versione acustica del lafta, chiamato anche laouto politiko, diversa per ordine di corde, nell’Ottocento era uno strumento molto in voga tra i musicisti greci dei caffè di Istanbul e Smirne, ma era già diventato desueto all’epoca della storica migrazione di popolazioni greche e turche nel 1922. Mavroidi (lafta elettrico, saz, voce), che ha pubblicato The Garden Of Rila nel 2010, propone un lavoro di differente natura, che la vede affiancata da Giorgos Ventouris al contrabasso e Giannis Aggelopoulos alla batteria. Potrà piacere chiamarlo Balkan jazz, ma il trio, molto coeso, è quasi sempre abile nel non adagiarsi su cliché o ambiti codificati. 
Se da un lato nei dodici temi "Portaki" è un lavoro che aderisce al jazz per la struttura dell’organico, i criteri improvvisativi, la libertà lasciata a ciascun musicista, dall’altro si riconosce nelle composizioni il crogiuolo di esperienze della musicista, con una preminenza delle tradizioni popolaresche greche e turche e dei tratti balcanici nei profili melodici, nelle scale, nelle ritmiche e nelle ornamentazioni. Di questa sintesi tra senso melodico, ritmica e solismo sono un esempio i primi due brani di fattura levigata, “Ampos” e “Finika”: mentre il primo ha una fisionomia incalzante, il secondo mostra un portamento disteso e lirico. Il disco vira verso una maggiore incisività con il terzo brano “Kopanitsadam”, la cui figurazione ritmica ci trasporta in Bulgaria. “Anoizi” (“Primavera”), uno dei sei brani cantati, mette in mostra la qualità vocale della compositrice ellenica. Non si può dire che Portaki non sia un album pieno di umori diversi. Certo “Flow River” disorienta un po’ per la scelta del canto in lingua inglese, mentre in “Stian’s dance” fa capolino addirittura un wah-wah. Invece, trionfo di quarti di tono in “Ballos”, composta da Ventouris, e architetture orientali disegnate anche in “Tapping”. Primeggia per vigore “I ptissi tis Alexandras” (“Il volo di Alessandra”), il cui testo è ispirato alla vicenda di Sant’Alessandra d’Egitto (la giovane rinchiusa in una sorta di tomba, munita di una finestra da cui riceveva il cibo), narrata nella Storia Lausiaca di Palladio di Galazia: qui è la tecnica strumentale di Mavroidi al saz che affascina, come pure nell’altrettanto energica “Vrohi” (“Pioggia”), altro brano che lascia il segno. Sul versante più meditativo ecco snodarsi “O Agapimenos” (“Beneamato”), su versi di una lirica di Rumi. Esalta la sintesi tra diversi linguaggi la title-track, dove la tensione ritmica si giustappone all’inflessione vocale di stampo mediorientale di Martha, epilogo di un’opera che mostra lo spiccato spessore espressivo del trio. 


Ciro De Rosa