Jason Pine, The Art of Making Do in Naples, University of Minnesota Press 2012, Euro 62,36, pp. 360

“The Art of Making Do in Naples” (L’Arte di Arrangiarsi a Napoli, ed. University of Minnesota Press) di Jason Pine antropologo americano presso Purchase College State University of New York è un ampio e circostanziato viaggio in prima persona nel variegato mondo della musica neomelodica. In questo panorama sempre più eterogeneo si affollano una pluralità eccezionale di interpreti e autori che da tempo hanno superato i confini regionali portando il genere ad essere annoverato tra i prodotti di consumo in contesti diversificati tanto da rappresentare un esempio calzante di musica transnazionale con un’ampia circuitazione in Europa e in parte minore negli Stati Uniti. Sul finire degli anni Novanta la musica neomelodica era popolare tra i napoletani e i siciliani residenti a New York. A Brooklyn si contava un buon mercato di dischi, cassette, cd, vhs e dvd dedicati a questo repertorio, racconta Pine in un altro studio che fa da corollario al libro. C’era anche un discreto giro di cantanti in tour come Natale Galetta, Mauro Nardi e Mauro Caputo. Si esibivano in feste private proprio come accade a Napoli e nelle aree circostanti. Ma il repertorio eseguito era spesso costituito di canzoni della tradizione classica in dialetto giacché il pubblico, per lo più gente di mezza età, preferiva quelle melodie, mentre i giovani di origine italoamericana erano - e lo sono tuttora - orientati verso il pop e soprattutto l’hip hop. Alla diffusione del genere ha contribuito molto il canale delle vendite on line e l’uso dei social network come MySpace, Facebook e YouTube. La nascita poi su internet di Radio Studio Emme di Napoli ha dato la possibilità ai cantanti al loro debutto di esercitare un impatto eccezionale e simultaneo sull’audience internazionale. I social media si sono rivelati lo strumento più appropriato per questo segmento della cultura contemporanea che è rimasta esclusa dai circuiti dominanti. Così quella che Pine chiama “cultura economica alternativa” si è guadagnata ampio consenso in Germania e in Belgio, per esempio, dove dagli italiani lì residenti viene rubricata come “musica italiana meridionale” mentre, una volta superata la barriera etnica, i tedeschi e i belgi non italiani la chiamano semplicemente “italiana”. Come spesso è accaduto per la produzione legata ai movimenti migratori italiani, il riconoscimento di musica nazionale arriva per paradosso dalle aree extraterritoriali e non all’interno dei confini nazionali. Anche se a molti produttori e performer è stata offerta l’opportunità di lavorare in un contesto musicale più ampia, la scena neomelodica in sé resta per molti aspetti autoreferenziale sia come circuito economico che estetico - nonostante sia una cultura poco stigmatizzata - e solo sporadicamente interagisce con altri ambiti locali, nazionali o transnazionali. L’indagine compiuta da Pine e confluita nel libro e in alcuni illuminanti articoli comincia nel 1998 e si intensifica negli anni attraverso un approccio diretto con il campo di osservazione. Il dialetto e la mediazione attraverso la tv e i canali privati spesso illegali rappresentano la porta di accesso verso un specifico repertorio musicale e umano insieme. La fascinazione per il modo di cantare il napoletano - allora suggestivo ma incomprensibile mezzo linguistico per l’autore - per gli abiti, la gestualità, gli sguardi hanno agito come grande catalizzatore. “Man mano che mi immergevo tra quelle persone percepivo un pubblico intimo, prossimo, amico – racconta Pine - ho abitato per molto tempo a Napoli e poco alla volta cominciavo a riconoscere le voci e le canzoni diffuse nei quartieri. Avevo un amico al quale parlavo del mio interesse per i neomelodici e fu lui ad insistere dicendomi che avrei dovuto assolutamente esplorare quella scena. Mi dette un zaino pieno di musicassette di canzoni neomelodiche, canzoni sceneggiate, canzoni di mala e brani classici. Mi regalò un tesoro. La scena mi ha arricchito contribuendo a costruire un’impalcatura teorica per la mia ricerca, una fenomenologia nella sua continua trasformazione. Mi ha fornito gli attrezzi concettuali per creare una vera e propria etnografia. Questo, secondo me, dovrebbe essere l’approccio metodologico per ogni caso di studio umano, una comprensione che deriva dalla condivisione della realtà autoctona”. Il dire qualcosa a parole ma volendo intendere altro nei fatti, l’imbroglio inteso non solo come truffa ma anche come groviglio di relazioni e rapporti costituiscono le modalità di comunicazione per la creazione di legami in un’atmosfera di intimità ma anche di incertezza e insicurezza. Da qui, secondo lo studioso americano, nasce la sovrapposizione tra la scena neomelodica e le reti della criminalità organizzata. La chiave ermeneutica elaborata da Pine ruota intorno al concetto di contatto affettivo-estetico capace di generare una comunità solidale. La dimensione emozionale che diventa impronta estetica e che rimanda ad un sistema di relazioni sociali specifico sono le tappe costituenti il mondo musicale neomelodico così come interpretato da un punto di osservazione inaugurato dall’altra parte dell’oceano in un ambiente in cui alcuni aspetti non sembrano poi troppo lontani dall’oggetto analizzato posto nel cuore del Mediterraneo. “Ho seguito la storia dei due cantanti arrestati a Torre del Greco l’anno scorso perché sospettati di incitazione alla violenza con alcuni videoclip. Vengo da New York dove abbiamo sentito questi dibattiti sul gangsta rap più di 30 anni fa e sappiamo bene che il discorso allora era razzista, classista e colonialista. Se c'è complicità e collusione con la criminalità organizzata la musica cambia poco: non genera consenso. Tutt’al più esprime un consenso che c'è già. Per persone che conducono vite inestricabilmente aggrovigliate in varia misura con la criminalità organizzata, che vivono quell’incontro giorno per giorno in molti ambiti della vita quotidiana c’è già un’abbondante opportunità di cadere vittime del consenso senza bisogno di riferirsi alla musica”. La musica neomelodica è una combinazione di elementi associati alla tradizione della musica folk dell’entroterra campano e della canzone classica napoletana. Nell’analisi dell’autore la presenza di tastiere elettroniche, chitarre elettriche e sintetizzatori recuperati direttamente dal mondo del rock e della disco anni ottanta richiamano i repertori del pop anglo/latinoamericano e italiano in una miscela di testi provenienti dall’italiano, dall’italiano contaminato con il dialetto napoletano e desunto dai registri linguistici più disparati e elaborati dalla vita di tutti i giorni delle fasce sociali più popolari. A differenza della canzone classica di impronta borghese i temi qui sono semplici e disadorni: desiderio sessuale, tradimenti, crimini, carcere, tensioni familiari, il tutto riferito attraverso le tinte di un acceso realismo melodrammatico. L’arte di arrangiarsi del titolo allude a qualcosa di molto più articolato e complesso nel suo insieme. Non è solo il riferimento alla pratica dello sbarcare il lunario assediati da un’incertezza quotidiana costante ma rivela il tentativo di costruire qualcosa fuori dai codici etici dominanti nella prospettiva di autodeterminarsi e fuggire la precarietà in maniera creativa e appagante. Il merito maggiore della ricerca di Pine sta nell’aver penetrato profondamente le maglie di questo disomogeneo tessuto culturale mettendo da parte la supponente distanza dell’intellettuale e immergendosi direttamente per oltre 10 anni in questo intrico umano. Il libro fornisce un metodo di indagine efficace da contrapporre ai molti interventi d’occasione che hanno approcciato la musica neomelodica con una corriva pregiudiziale criminoso-camorristica o attraverso una disimpegnata lettura in chiave esotica scevra di complessità. “Sono legato da sincera amicizia a compositori, cantanti, manager che producono e cantano canzoni che sembrano celebrazioni della criminalità ordinaria e organizzata. Ho passato molto tempo con ascoltatori che adorano la musica di malavita ma non per questo la sostengono. La sovrapposizione tra la scena neomelodica, che non è mai unica e omogenea, e la criminalità organizzata c’è. Però i confini tra contatto, complicità e collusione sono opachi, slittano continuamente. Come ha detto Gigi D’Alessio che proviene da questo mondo: se vuoi cantare un certo genere di musica a Napoli e guadagnarti un po’ di fama è inevitabile che finisci in certi giri. Ma un conto è fare un mestiere un altro è collidere. Devi negoziare questi confini. Non si tratta di prendere una decisione una volta per tutte ma è piuttosto un lavoro continuo perche stai navigando in un territorio in rapida trasformazione e può diventare facile sbagliare. Chi presume di essere capace di saper individuare il colpevole dall'innocente parla in termini ideologici. Onestamente trovo classista e mistificatorio il discorso sulla questione neomelodica, sembra quasi di ascoltare la questione meridionale applicata al mondo del vicolo e della periferia. Chi conosce realmente queste persone fino al punto di insinuare che sono fedeli gregari della camorra? Non e' una classe di persone omogenea. Ci sono motivi, desideri, bisogni, investimenti, obblighi, insicurezze, paure, indifferenze, repulsioni e odi che modulano le espressione e l’azione di tutti coloro che compongono la scena neomelodica”. L’indagine di Pine che pesca dalla cronaca e dalla storia recente di Napoli e traccia una strada interpretativa a partire dal concetto di egemonia culturale di gramsciana origine attraverso gli strumenti offerti dai media studies e dalla filosofia post-strutturalista, infine si rivela un esempio eccellente di cosa siano le relazioni culturali ed emotive e quanto la musica possa intervenire a determinarle in un senso specifico. “Avvicinare e studiare questa cultura mi ha insegnato che c’è bisogno di enorme pazienza, di una sospensione di giudizio e di aspettative, di riservatezza. Richiede esattamente quel che è operativo nella scena stessa ovvero ancora una volta il contatto affettivo-estetico, giacché condividi lo stesso tempo/spazio esperienziale per quanto è possibile. La musica è un’ottima opportunità di avvicinarsi perché costituisce una lingua allusiva, connotativa, affettiva. Ti aiuta a ‘sentire’ i concetti”.  

Simona Frasca