Geddo - Non Sono Mai Stato Qui (L'Altoparlante/Tomato/CNI)

La scena musicale ligure sembra vivere una nuova giovinezza e questo non solo per merito di qualche esponente storico come Max Manfredi o Federico Sirianni, ma anche per qualche bella novità degli ultimi anni come Zibba e in tempi più recenti Davide Geddo, che dopo aver debuttato con "Fuori Dal Comune" nel 2010, di recente ha dato alle stampe il suo secondo disco “Non Sono Mai Stato Qui”. Inciso presso l'Hilary Studio di Genova, il disco raccoglie quindici brani incisi in collaborazione con alcuni ottimi strumentisti come Claudio Bellato alla chitarra, Fabio Biale al violino, Maurizio De Palo alla batteria, Dario La Forgia al basso elettrico, Michele Savino alle tastiere, Rossano Villa al trombone, Saverio Malaspina alla batteria, Carlo Dellepiane al contrabbasso, Fabrizio Cosmi alla chitarra elettrica e Tony Menenes alle percussioni. L’ascolto rivela sin da subito un approccio non convenzionale agli arrangiamenti, volti a ricreare quanto più possibile le emozioni che emergono dai testi in un continuo interscambio tra musica e parole. Ironia, rabbia, passioni ed emozioni, si riflettono così nella musica dando vita a spaccati che spaziano dallo spoken word al teatro canzone, passando per la canzone d’autore. Ad aprire il disco è l’intensa “Venezia” che brilla tanto per il testo quanto per la musica dove spicca il violino di Fabio Biale a colorare la linea melodica di rimandi al jazz manuche. Si passa poi ai suoni mariachi di “Tristano” che apre la pista all’intimista “Equilibrio” in cui a fendere la linea melodica è l’assolo blues di Paolo Magnani all’elettrica. A brillare ci sono poi le due collaborazioni con Chiara Ragnini che colora di soul “Il Post Amore” e Sergio Pennavaria con cui Geddo duetta in “Dall’Amore”, brano nel quale spicca anche la chitarra di Claudio Bellato, così come di ottima fattura ci sembrano Sole Rotto e la beatlesiana “Un Pugno In Un Muro”. Non mancano spaccati rock come nel caso di “Dicono Che Io” o “La Campionessa Mondiale Di Sollevamento Pesi”, tuttavia il vertice del disco arriva con la title track uno spoken word di grande intensità, in cui le parole si intrecciano alla perfezione con la trama elettroacustica costruita per l’occasione. Nel complesso il disco funziona molto bene, e laddove il cantautore ligure sembra un po’ perdere la bussola nel mare della sua urgenza creativa, c’è un pugno di canzoni di grande qualità che ci segnalano, se mai ce ne fosse bisogno, che la scena cantautorale ligure è più florida che mai. 


Salvatore Esposito