David Bowie – The Next Day (Columbia Records/Iso Records)

E' una giornata di pioggia in questa piccola città, una domenica di marzo con una temperatura insolitamente rigida. Io sono nello stato d'animo che mi caratterizza quando il sabato sera lavoro. Di mestiere faccio il bassista, insieme a tante altre cose, ma le quattro corde del basso sono quelle con le quali mi mantengo. La notte scorsa ho percorso un bel pezzo d'Italia con il nuovo album di Bowie "The Next Day", come colonna sonora. Non sono mai stato un fan sfegatato di Bowie, malgrado lo apprezzi enormemente per la ricerca e lo spostamento dei limiti della pop music operato dal suo fare musica. Mi è piaciuto parecchio il pezzo che è servito come appetizer per dire che Bowie tornava, quel "Where are We Now", che mi ha colpito subito per le emozioni e la capacità di evocazione del mondo della trilogia berlinese. L'album intero è una faccenda un poco più complicata. Ritmicamente come al solito il disco è molto forte e ricco, Bowie ha sempre avuto una particolare attenzione per le architetture ritmiche, qui la batteria e il basso, insomma la sezione ritmica la fanno da padroni, anche se alcuni riff virali di chitarra elettrica e qualche bell'arrangiamento di fiati lo riportano sospeso come un ponte tra il soul americano e la sua idea di rock. La voce. Artisti come Bowie sono la loro voce. Quella di Bowie è una voce tutta di cervello, di ricerca, non è esattamente la prima linea vocale che ti viene la sua espressione, lui è l'archetipo del fare musica come viene fatta e soprattutto pensata e progettata in Inghilterra. E' un fare musica che fa dell'intelligenza e della provocazione la sua bandiera. L'inglese ti stupisce per la novità, per l'iconoclastia, la ricerca e la suggestione artistica ma spesso ti allontana da sè con la freddezza, l'americano ti travolge col sudore e la carica, con il groove e il tiro. In questo caso, Bowie mette in fila diverse sue armi, la ballad esistenziale del singolo “Where Are We Now”, il rock geometrico di “Dirty Boys”, l'introspezione e l'art rock. Quello che si capisce è uno sforzo controllato di fare musica tentando di farlo diventare un piacere. Non tutto è essenziale nel disco, siamo al ventisettesimo album per David, e non si tratta di una esperienza facile per uno così, ma già l'artwork della copertina com quel quadrato quasi fontaniano a celare l'icona di Heroes la dice lunga. Tutto il resto è un bel lavoro di produzione del fido Tony Visconti, unitamente a una serie di collaboratori di Bowie e nessun vera e propria guest star. Le batterie suonano molto interessanti seppure, in qualche episodio datate, mentre il lavoro del basso elettrico della brava Gail Ann Dorsey, unitamente allo stesso Visconti e a Tony Levin, è davvero sopraffino. Il disco merita di entrare nelle vostre case e di essere ascoltato, dandogli il tempo che si merita, lasciandolo crescere ed apprezzandolo in profondità, come ogni lavoro di intelletto si meriterebbe. Bel disco!


Antonio "Rigo"Righetti