Ali Mohammed Birra - Ethiopiques 28: Great Oromo Music (Buda Musique)

Voce tra le più rappresentative della scena musicale etiope, Ali Mohammed Birra è considerato una vera leggenda in Africa al pari dei più noti Lionel Richie e Marvin Gaye, e questo per la quantità di successi prodotti a partire dalla prima metà degli anni Sessanta, che hanno fatto ballare una generazione di giovani. Nato nel 1950 nel villaggio di Lagaharrè nelle vicinanze di Dire Dawa, e sin da piccolo innamorato della musica, il cantante etiope dopo la formazione scolastica presso la scuola araba e quella accademica, all’età di tredici anni entrò negli Afran Qallo, gruppo culturale, impegnato, in modo non ufficiale, nella diffusione e nella divulgazione della musica e della cultura Oromo, etnia molto diffusa in Etiopia e Kenya. Tra i primi brani portati al successo dal gruppo troviamo quella “Birra Dha Bari’e” che gli fruttò successivamente il soprannome di Ali Birra, che in lingua oromo vuol dire Ali Di Primavera. Nel 1965 a causa della dura repressione del regime di Haile Selassie, che mise fuori legge il gruppo arrestandone alcuni membri, il musicista etiope fu costretto alla fuga e a trasferirsi ad Addis Abeba. E’ lì che entrò in contatto con il nazionalista Ahmad Taqi, che scoperto il suo talento vocale, gli regalò una chitarra in modo da consentirgli di esibirsi con più facilità. Ben presto la sua fama si diffuse in tutta la città, per la sua capacità di cantare in tutte le lingue delle etnie somale ovvero amarico, arabo, harari, nonché in oromo, la sua lingua madre. A lanciarlo definitivamente verso il successo fu però il suo incontro con Eyoel Yohannes, che all’epoca era alla guida dei Kibur Zebegna, e che volle nel gruppo come cantante solista, e ciò gli consentì di allargare il giro delle sue collaborazioni con altri famosi cantanti del corno d’Africa ovvero Mahmoud Ahmed, Tilahun Gessesse e Bizunesh Bekele con i quali lavorò come musicista e compositore. Nel 1971 arrivò la svolta definitiva con il suo primo album, che rappresenta il primo esempio discografico di musica oromo, e che diede il via ad una lunga serie di successi con brani come "Hin Yaadin", "Asabalee", "Ammalelee", e "Gamachu" a cui si aggiungono la canzone sudanese "Al-Habib Ween" e quella in harari "Yidenqal". Abbandonata la natia Etiopia nel 1986 per seguire la moglie, vice segretario dell’ambasciata svedese ad Addis Abeba, dapprima in Arabia Saudita e successivamente in Svezia, attualmente Ali Mohammed Birra, continua la sua attività di cantante e performer, nonostante nel 2009 un cancro al colon abbia fatto temere per la sua carriera. A raccogliere i principali successi del cantante etiope è il ventottesimo volume della serie Ethiopique, che mette in fila quindici brani, registrati per lo più tra il 1973 e il 1975 a cui si aggiungono i tre inediti risalenti alla metà degli anni sessanta. Si tratta di una antologia preziosa perché copre quasi per intero le varie sfumature stilistiche e sonore di Ali Birra, mescolando gouragué, amhara e ritmi tigrigna, evidenziando molto bene la sua continua ricerca di un identità sonora e di uno stile chitarristico sempre più personale. Durante l’ascolto brillano senza dubbio brani come l’iniziale “Awash” incisa nel 1973, “Imiman Jalaala” ma soprattutto le travolgenti “Eessaati Si Argaa ?” e “Si Jaalallee”, nel cui incredibile groove si incrociano suoni della tradizione oromo con il soul e il blues d’oltreoceano. Di grande interesse sono anche i tre inediti ovvero “Yaa Hundee Bareedaa”, e le due versioni embrionali delle già citate “Awash” e “Si Jaalallee”, dal cui ascolto emerge come Ali Birra, sin dai suoi primi passi nel mondo della musica aveva già ben chiara la direzione sonora in cui si sarebbe mossa la sua ricerca musicale, mescolando sapori e colori tipici della tradizione musicale del corno d’Africa con quelli delle più moderni del soul americano. A lungo sottovalutato Ali Mohammed Birra è senza dubbio uno degli esempi più importanti di quanto ricca fosse la scena musicale etiope, la cui riscoperta negli ultimi anni ha aperto la strada ci ha consentito di far riemergere piccole grandi perle dimenticate.


Salvatore Esposito