Massimo Bubola – In Alto I Cuori

A cinque anni di distanza da “Ballate Di Terra e Di Acqua”, Massimo Bubola torna con “In Alto I Cuori” nuovo disco in studio che raccoglie undici istant songs, nelle quali emergono i problemi e le contraddizioni del nostro paese, storie di vita quotidiana e fatti di cronaca. Lo abbiamo intervistato per approfondire con lui le tematiche e le ispirazioni dell’album, senza tralasciare un focus sul suo rapporto con il mondo del folk. 

Come nasce questo tuo nuovo album “In Alto I Cuori”? 
Nasce dall'osservazione. In “Alto I Cuori” è un disco di instant songs. Nel corso del tempo ci sono notizie, foto e pensieri che ti attraversano il cervello a tutta velocità, ma poi si fermano dentro il cuore. Non c'è bisogno di decidere perché è la memoria che lavora silenziosa e instancabile. Quello che ti ritorna addosso è come una bella melodia nuova che sembra invece dimenticata e che ti rientra in circolo negli orecchi e non ti lascia più fino a sera. Quella musica che si trascina dietro una storia è già una canzone. Ho guardato la realtà che correva intorno abbaiando ed ho cercato di ammansirla suonandole la chitarra. 

La cosa che più mi colpisce, da Segreti trasparenti in poi, è il tuo modo di cantare. Meglio: il tuo modo di utilizzare la voce, al punto che i tuoi primi dischi (da “Nastro giallo” o “Tre Rose”) sotto quest'aspetto sembrano quasi incisi da un altro interprete. Volevo chiederti quanto di spontaneo c’è stato in questo cambiamento e quanto, invece, di voluto, di appreso, di studiato… 
La voce ha un bradisismo naturale, cioè si abbassa di tonalità col passare del tempo. Poi influisce il lavoro: 1000 concerti e 10.000 giorni di vento, di strada, di canzoni, di sigarette, di birra e di sole, qualche ruga si forma anche sulle corde vocali. 

Un discorso abbastanza simile potremo farlo anche per ciò che riguarda la tua scrittura. Che si è rarefatta ulteriormente, a tratti diventando persino oscura. Credi sia tornato il momento del messaggio dentro le canzoni? Di una ripresa della ballata d'impegno civile? 
 Ho sempre scritto canzoni politiche fin dagli inizi ma oggi i tempi sono insicuri e la gente è spaventata da come finirà. Ci sono ciarlatani e imbonitori in giro che fanno false promesse e producono un grande share televisivo. Oggi la gente non ha bisogno dell'ennesima canzoncina amorosa, ma di qualcosa che li arricchisca e li conforti al contempo. La canzone è per sua natura evocativa e consolatoria. 

La storia - intesa anche come adesione e ricerca delle tue radici - costituisce a mio avviso un topos tematico portante del tuo canzoniere. Con In alto i cuori hai saltato il fosso come, forse, mai in precedenza. Passando addirittura alla cronaca e all’instant songs. Puoi accennare qualcosa sulla gestazione (anche tecnica) di questo disco? Per esempio: il disco si è scritto davvero così di getto? 
In realtà ci ho lavorato tre anni, scrivendo venticinque brani. Avevo già fatto instant songs in passato per esempio “Alì Zazà” su un baby killer napoletano o “Cocis” su un criminale della banda del Brenta, ma questa volta sono cambiati i tempi e il contesto. Le ombre si sono allungate e siamo arrivati al Capolinea dei Sogni. 

In questo senso quanto hanno pesato i cambiamenti politici e sociali in Italia e quanto quelli nella tua vita personale, come la nascita del piccolo Giacomo? 
 Giacomo ha solo due anni e mezzo e quando è stata uccisa la bambina cinese a Roma, nel gennaio del 2012 ne aveva solo uno e mezzo e lo addormentavo comunemente io. Pensare a quel padre ucciso con una bambina di nove mesi a Roma, è stata una specie di trance. Sì, la canzone “Hanno Sparato A Un Angelo”, pone delle domande dure: se sia morta la Pietà e se sappiano stare ai piedi della Croce, cioè se sappiamo metabolizzare il lutto. 

In “Hanno Sparato a Un Angelo”, ho rivisto la scrittura di Phil Ochs come quella di Bob Dylan?  
Ti ringrazio, hai fatto due grandi esempi. Credo che scrivere della realtà ed estrapolarla dai fatti stretti che l'hanno creata, sia un modo per parlare anche di altri episodi e fatti che non hanno avuto voce ed è un modo di proporre una riflessione collettiva sul come siamo o come siamo diventati. 

“Un Paese Finto”, è uno spaccato della nostra nazione, cosa ti ha ispirato nella scrittura di questo brano? 
 L'ipocrisia ormai galleggia sulla nostra realtà come una coltre gialla di smog. Sentiamo e diciamo cose che vogliamo sentire. E' finita la cultura del confronto saldo tra amici, la severità dell'amore. La solitudine è una minaccia e per sfuggire quella paura si fa di tutto, come passare i pomeriggi delle festività nei centri commerciali, dove ci sono finte piazze e finti paesi e finti bar. la Tv è la dea della finzione e tutti vogliono essere famosi, tutti vogliono un pezzo di questa dea, come nel finale di Blind Willie McTell " Dio e' in paradiso e tutti vogliamo ciò che è suo, ma potere ed avidità e il seme della corruzione sembrano essere tutto quello che c'e' rimasto". 

In “Cantare e Portare La Croce” canti del duro mestiere del cantautore, un brano molto personale… 
E' una situazione che mi è capitata spesso, essendo stato uno dei primi artisti indipendenti che tredici anni fa si è creato un'etichetta, dopo aver cambiato quattro major, ma la canzone è dedicata in realtà alle nuove generazioni . “Bisogna cantare e portare la croce/Perché i figli ritrovino pace/Perché troppo di niente può farli morire/Perché il niente non può mai finire/Bisogna cantare e portare la croce/perché questo al pubblico piace/le sconfitte, le lacrime, la pietà e la finzione/son più vere in televisione/Bisogna aver buoni ricordi/E un po’ d’infinito negli occhi”. Come vedi la Tv è comunque un tema ricorrente, perché quella nel nostro paese ha fatto la tragica differenza ed ha creato una vasta sottocultura. 

Altro brano che mi ha colpito moltissimo è “Lacrime Parallele”, che s'inserisce in quel filone di canzoni come “Specialmente in Gennaio”. Ci puoi raccontare com’è nato questo brano? 
E' dedicato a un mio amico alpinista scomparso da poco. E' una canzone sulla cultura alpina che spesso è esulata nel nostro paese. Inizia con un ipotetico quadro di Segantini dove due sorelle che come due lacrime scendono dal profilo di una montagna, dove una luce s'è spenta per sempre. “Sono lacrime parallele le rotaie del nostro cuore/che ci seguono fino in fondo, oltre la curva del dolore”. 

Non posso non chiederti di “Analogico-Digitale”. Per un duplice motivo: perché, a mio avviso, è tra i pezzi più incisivi e riusciti del cd, e perché reca anche la firma di Beppe Grillo. Hai ribadito in altre circostanze che la canzone risale a prima del suo coinvolgimento politico. Hai dunque atteso l’album giusto per inserirlo in scaletta, oppure c’è dell’altro? C’era, per esempio, qualcosa che non ti convinceva? 
No, anzi. Tre anni fa sembrava che la cantasse Mina e suo figlio Massimiliano mi aveva chiamato, poi credo che qualcosa non avesse funzionato nel loro arrangiamento, insomma era rimasta lì ed era un peccato, perché per me è un blues che affronta un tema che mi sta molto a cuore che riguarda la fine del mondo contadino, che ha avuto lo stesso impatto storico della caduta dell'Impero Romano, anche se la maggior parte della gente non se ne è quasi accorta. Vengo dalla bassa pianura Veronese, sono nato nella Mesopotamia d’Italia vicino ai due grandi fiumi: l’Adige e il Po e in quella terra nel secondo dopoguerra erano forte la presenza della Povertà e di Dio, che erano considerati entrambi con grande rispetto. Lì mi sono formato e da lì viene molto di me e della mia scrittura. Ho avuto un’infanzia felice in una famiglia patriarcale che oggi definirebbero allargata. 

“A Morte I Tiranni” è una rock ballad nella quale canti di alcuni omicidi che hanno cambiato la storia, come l’uccisione di Giulio Cesare e la Presa della Bastiglia. Quanto c’è di attuale in questo brano? 
La tirannia è sempre in agguato sotto diverse forme. C'è oggi una dittatura del marketing che è quasi invisibile. Non ha le posture o i tic dei grandi dittatori del '900 che erano visibili e inventarono la Propaganda, cioè la pubblicità dall'alto, che è contraria al passaparola che è la pubblicità dal basso che t'informa e non ti deruba come l'altra. 

“Tasse Sui Sogni”, che per certi versi ricorda “Everything Is Broken” di Bob Dylan, è un altro spaccato della situazione politica italiana. Le tasse, che servono a mantenere lo stato, ma anche a far arricchire i politici, un'invettiva senza mezzi termini, insomma… 
Quest'estate ho letto che qualcuno del governo voleva mettere le tasse sui gatti e lì mi sembrava tutto folle e surreale e che fosse stato passato il segno. Per quanto riguarda “Everything Is Broken”, devo dirti che Dylan è stato uno dei più importanti poeti del novecento, tutti gli dobbiamo molto, anche chi non lo sa. Ma lo schema di una parola “chiave” su qui ruota intorno il testo non lo ha inventato lui, lo utilizzavano già i poeti greci e latini e lo ha usato per esempio anche Jacopone da Todi, poeta umbro nell’Italia medievale: “S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo/s'i fosse vento, lo tempestarei/s'i fosse acqua, i' l'annegherei”. La musica del mio brano poi è uno standard di rock & roll e Dylan non ha inventato il rock & roll, così come il blues e l’armonica a bocca ma arricchito queste cose della sua arte. 

Ci sveli un trucco del mestiere? Come hai fatto a non cadere nella trappola della sloganistica (che del resto non ti appartiene) e che invece è prerogativa della maggior parte delle canzoni di denuncia? 
La retorica è nemica della poesia. La retorica è pressapochismo e spara nel mucchio; la poesia invece ha la precisione di un killer con un lungo cannocchiale a raggi infrarossi. C'è una sola parola per dire quella cosa e devi trovarla. 

Per mantenere ulteriormente in alto i cuori dei recidivi all’addomesticamento di massa dei cervelli: cosa può fare la canzone d’autore al tempo della dittatura pop e dell’abbassamento dello stato di veglia dei cittadini-ascoltatori? 
Noi siamo dei poeti popolari e non dei filosofi o dei sociologi, poniamo delle questioni che sono nell'aria e sull'asfalto, ma sono questioni che riguardano tutti. Quindi il nostro racconto può diventare epos cioè racconto collettivo. La canzone è una forma di arte breve, ma la parte del non detto è vasta e rimane dentro la canzone, solo che ognuno la riempie di sé. In Italia noi che scriviamo canzoni cantabili, ma che creano riflessione, siamo un po' all'indice delle Radio- network che non ci trasmettono per principio. Quindi subiamo un maccartismo e una forte discriminazione nella nostra terra. Eppure io ho scritto sempre canzoni popolari, ma i grandi media non ci danno poco spazio e questo è un attentato alla libertà, perché la gente deve potere sentire le voci delle belle anime di questo paese e arricchirsi. E' da mesi che sentiamo per ore e ore i politici, ma sentire un po' anche i poeti non sarebbe meglio e più ricostituente per una nazione? Quando i sostenitori del pop nell'industria discografica e nelle Radio raccontano che noi non siamo commerciali è una bugia enorme, perché se guardassimo veramente le vendite e l'editoria musicale e la continuità artistica ed economica che abbiamo creato con canzoni che esistono e resistono da oltre trent'anni, non è nemmeno paragonabile a quello che ha restituito certo pop con gli investimenti che hanno fatto, che per consistenza non sono nemmeno paragonabili a quelli che hanno fatto a suo tempo su di noi. E, infatti, l'industria discografica italiana va male di là dal calo fisiologico che ha avuto la discografia occidentale. 

Concludendo, mi piacerebbe, anche a beneficio dei nostri lettori prevalentemente di area folk e world, che ci parlassi del tuo rapporto con la musica folk, sia essa straniera o italiana, e a riguardo ricordo lo splendido disco “Quel Lungo Treno” ma anche quello con il Circolo Sociale del Liscio... 
La musica folk non è stata selezionata da nessuno tranne che dalla gente. Nessun discografico, nessun DJ, nessuna classifica taroccata. Come le migliori storielle e barzellette sopravvivono nel tempo, perché la gente se le ricorda per raccontarle a casa agli amici, così le più belle canzoni e melodie navigano il tempo. Così come per la cucina, i piatti della tradizione non sono il frutto della creatività spesso opinabile del singolo, ma di un lavoro di sistemazione e di verifica collettiva. Da ragazzo ricordo mio nonno che cantava le canzoni di montagna legate alla sua giovinezza di soldato della Grande Guerra, con lo stesso trasporto degli inni sacri. Nelle grandi feste contadine come la trebbiatura oltre al cibo in abbondanza c'era la musica da ballo. Mio nonno a un certo punto suonava una campanella per chiedere a tutti un momento di silenzio e di attenzione e iniziava a cantare con gli amici quelle tristi, grandi canzoni che aveva imparato al fronte, finché i suoi poco a poco si riempivano di lacrime. La bellezza e la malinconia di quei canti hanno lavorato dentro di me e sotterraneamente mi hanno suggerito di fare questo mestiere di scrivere canzoni e di cercare di toccare con la musica e le parole, il cuore degli altri. Oggi per tanti ragazzi cantare le stesse canzoni dei nonni sarebbe improponibile. E' una cultura in gran parte perduta sotto le spallate (e la pubblicità martellante) dei talent show, che ti danno l'illusione di diventare famoso e risolvere la vita, perché l'importante è essere vip. Qualche anno fa ho dedicato un album a quelle canzoni di montagna, ne ho rivisitate alcune e altre nuove le ho scritte su quello spirito e spero con quella partecipazione. Credo che un albero che ha radici non possa rotolare come un cespuglio ai venti del marketing ed è per questo che molto marketing non ama queste culture e queste canzoni che riempiono il cuore, alimentano i ricordi e sono degli antidoti contro la stupidità. C'è stato o un periodo della mia giovinezza tra i sedici e i venti anni che ho ascoltato molto folk inglese come gli Steeleye Span, gli Amazing Blondel e i Fairport Convention. Ho cantato in un coro di montagna da ragazzo, ma avevo anche una rock band e poi dal '76 ho scoperto l'Irlanda col primo viaggio. Ho sempre amato le canzoni folk, perché sono il corpo e lo spirito del song-writing. 


Mario Bonanno e Salvatore Esposito 

Massimo Bubola - In Alto I Cuori (Eccher Music) 
Va bene l’impasto folk/rock, va bene denuncia & poesia come da impronta cantautorale, va bene la rodata Eccher band di supporto, e va stra-bene qua e là persino un certo clima da caligine blue(s), ma a conferire taglio, passo e spessore aggiunto a un disco coi contro-fiocchi è soprattutto la voce. Che anse, che pieghe, che rimandi si occultano nella (oltre la, dietro la) timbrica di Massimo Bubola. Qualcosa che ha a che vedere in maniera intrinseca coi diavoli e le farfalle (la citazione non è casuale, chi ha da capire capirà), i segreti trasparenti (idem come sopra). Qualcosa di materico, di profondo, di angelicato e di notturno insieme. Un ibrido coheniano-deandreiano, rimando ad abissi, richiamo a giardini lussureggianti, a deserti, ad altrove, che cattura, suggestiona comunque. E’ da “Segreti trasparenti” (2004) in qua che Bubola lavora sul suo modo di cantare e la sua voce, divenuta magnetica, quasi altro da sè. Finanche in un disco che per tematiche sembra una costola (più dark, però) di “Storie d’Italia” (il cd dei Gang supervisionato dallo stesso Bubola nel 1993), il modo di cantare buboliano ingerisce, e incide sull’insieme in senso metafisico (“Lacrime parallele”), assegnando corpo e trasversalità a ciò che dice (per intenderci: niente slogan e nemmeno precetti da cantautore antagonista). Vengo alle tracce a sostegno del discorso: undici stazioni come grani di un rosario sulla decadenza, come il focus sfaccettato su una Nazione per gran parte post e sub umana, dove niente è più vero del falso (“Un paese finto”), dove il grado zero della civiltà è commisurato al naufragio dei sogni. Scippati (“Hanno sparato a un angelo”, ispirata all’omicidio di Zhou Zeng e della figlioletta di nove mesi Joy. A Roma, lo scorso anno), smarriti (“Cantare e portare la croce”, “Al capolinea dei sogni”, bilancio luci-ombre di una generazione), soppressi sul nascere, in una surreale (non fosse drammaticamente autentica) miscela di neo-gabelle e antica follia (“Tasse sui sogni”). E se “A morte i tiranni” parrebbe ri-esumare prurigini combat folk, le rarefatte “Una canzone che mi spacca il cuore” e “Ridammi indietro” ri-conducono il discorso al topos della poetica di Bubola, quello più evocativo. Alla traccia n.6 della scaletta (“Analogicodigitale”) non ci può nemmeno Beppe Grillo a radicalizzare il clima come si deve. Sette minuti e spiccioli di blues-capolavoro redatti dal leader Cinque stelle (a quattro mani con il cantautore), dove la cultura arcaica e quella attuale fanno a botte, diventano pretesto di antinomia ontologica, di un discorso sull’aut-aut. L’estremo appello resistenziale del cd è affidato, in ultimo (non a caso: è una specie di messaggio nella bottiglia) alla title-track che - per metterla giù in soldoni e parafrasare - invita, malgrado tutto, al coraggio, alla tutela di uno stato accettabile di veglia. Del (compatto) impianto sonoro ho già detto. Ballate in alternanza di folk-country-rock-blues (come se niente fosse) per un album che conferma Bubola post-poeta della canzone di contenuto: un occhio al qui e ora degli eventi un altro al cielo della meta-letteratura, stra-ordinario scrittore di racconti per musica e parole. Per quanto mi riguarda - e riguarda la ballata d’autore - il 2013 non poteva cominciare in modo migliore. Davvero un disco da applausi. 


Mario Bonanno