António Zambujo – Quinto (World Village)

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Acclamato come uno dei migliori album dello scorso anno dalla stampa portoghese, apprezzato anche dal gotha della world music, il quinto lavoro del musicista di Beja si fa amare per la poetica, per la pronuncia vellutata, per il temperamento misurato e discreto, per i richiami al più ampio mondo lusofono, che oltrepassano la madrepatria, accarezzando moduli e timbri dell’Africa e del Brasile. Parlare di nuovo astro del fado è semplicistico, quasi fuorviante, perché se da un lato l’artista dell’Alentejo (terra di magnifico stile di canto polifonico dalla cui influenza non è esente il nostro) guarda al fado come al fondamento della sua musica, dall’altro per espressività e attitudine António non rientra nella schiatta dei tradizionalisti. Anzi nelle quindici canzoni del disco la propensione intimistica coniugata ad una sobrietà che sembra levigare l’austero portamento fadista, lo avvicina all’universo della música popular brasileira, della bossa nova in particolare, tanto che la critica si è spinta a paragoni con João Gilberto. Che dire poi della fascinazione per la morna e per la canzone angolana? La prima chiamata in causa anche dalla sostanziosa presenza nell’album di Jon Luz al cavaquinho, la seconda, non solo dall’impianto di alcuni brani, ma anche dal testo di “Milagrário Pessoal”, uno dei vertici del CD, scritto dal romanziere angolano José Eduardo Agualusa, con cui in un certo senso Zambujo condivide l’interesse per il triangolo culturale Lisbona-Luanda-Rio.
In tal senso, come non ricordare che dopo tutto il fado è il portato di un reticolo di influenze che raccordano Africa, Brasile e Portogallo? Altro tratto dello stile di Zambujo è l’inflessione jazz (è noto il suo amore per Chet Baker, il che ci riporta ancora in Brasile) che si infiltra qua e là quando entrano i clarinetti di José Miguel Conde e il trombone di André Conde, ma che diventa addirittura dominante nel brano più cool del disco: "Nào Vale Mais Um Dia”. A completare l’organico dell’eccellente Quinto sono Bernardo Couto e Luís José Manuel Neto (chitarra portoghese), Carlos Manuel Proença (chitarra acustica), Mário Delgado (chitarra elettrica), Ricardo Cruz (contrabasso, basso e produzione musicale) e Alexandre Frazão (batteria). Se l’apertura di “Fado desconcertado” – musica di Ricardo Cruz su liriche della poetessa lusitana Maria Do Rosário Pedreira – rientra nell’alveo fadista, già “A Casa Fechada” si apre a colori carioca, così come il classico “Rua dos Meus Ciúmes” produce squarci canori che ricordano il canto di Caetano Veloso. Gli autori brasiliani entrano direttamente nella composizione di “Fortuna” e “Maré, rispettivamente opera di Márcio Faraco e Rodrigo Maranhão. Invece “Algo Estranho Acontece” e “Queria Conhecer-te Um Dia” provengono dalla penna di Pedro Da Silva Martins, leader dei Deolinda, nuovi alfieri del folk-pop portoghese. L’umore della canzone urbana portoghese prevale in “Lambreta”, “Madrugada e “Noite estrelada””, mentre un respiro capoverdiano anima “Sò pode ser amor”. Brilla per intensità “Flagrante”: ancora liriche di Maria Do Rosário Pedreira per un tema dal composito aroma lisboeta e bahiano, mentre la polivocalità di “O Que É Feito Dela?” ci riporta alle origini alentejane di Zambujo. 


Ciro De Rosa