Allo Stato Brado: Musica, Poesia, e Paesaggi Tra Cowboy e Butteri Maremmani al 29mo “National Cowboy Poetry Gathering” - Elko, Nevada

Il cowboy—icone americano per eccellenza—non è riducibile allo schermo cinemategrafico e neppure alla country music. Il cowboy o buckaroo (< Sp. vaquero), mandriano di mucche e cavalli, fa tuttora parte attiva dell'economia regionale americana del West, e continua a produrre cultura materiale ed orale, tra musica e poesia. In altre parole, esistono tuttora nel vasto territorio, mestieri che si aggirano intorno al bestiame, e ad una vita rurale che diremo “allo stato brado”—sia delle bestie, di chi ne ha cura, de dell'ambiente (anche culturale) in cui vivono. Il “National Cowboy Poetry Gathering” (Raduno nazionale 1  della poesia vaccara), organizzato dal Western Folklife Center (WFC), la cui 29ma edizione si è tenuta dal 28 gennaio al 2 febbraio del 2013 in Elko (Nevada del nord), è la manifestazione più importante di cultura orale regionale legata a questo mestiere. Il Raduno presenta e celebra "the everyday traditions of people who live and work in the American West" (`le usanze e tradizioni della gente che vive e lavora nell'Ovest’), una produzione culturale dei poeti, musicisti, ed artisti che sono, allo stesso tempo: vaccari , ranchers, veterinari, e rodeo riders (domatori di cavalli e di mucche selvagge in gare sportive). Dunque, è bene ricordare che, in primo luogo, è cultura di lavoro, in secondo luogo, occasione di performance. "Perchè canta il cowboy" è una questione psico-sociale interessantissima, ed è argomento del film premiato, Why the Cowboy Sings (2002), di Hal Cannon (uno dei fondatori del Raduno) e Taki Telonidis. Le tante ragioni possono sorprendere. Tra le parole indimenticabili di questo film è l’affermazione del cowboy indiano (Crow), Henry Real Bird: “Il cowboy è quello che abbiamo di più vicino all’indiano.” 

La storia della Nevada, e di Elko in particolare, ci può illuminare sull’importanza di questo luogo sul panorama culturale e storico dell’Ovest. Come bivio verso la fine del lungo tragitto nella nuova "frontiera" dell'Ovest (ovest del fiume Mississippi, s'intende), Elko fu perno delle prime rotte degli “emigranti” (così auto-definiti) di metà Ottocento, avviati sulla California Trail, l'Oregon Trail, e la Mormon Trail—un flusso migratorio che iniziava a Kansas City, nello stato di Missouri. Tra il 1840 - 1869, circa 500,000 "pionieri" fecero il tragitto di circa 2,000 miglia, a piedi, sui carretti coperti, e dopo il 1870, anche sulle ferrovie dell'Union Pacific, per popolare il vasto territorio come famiglie di “homesteaders” prima, e minatori scapoli poi. Venivano a cercare fortuna, a riprendersi dalla crisi economica del 1837, e (per i Mormoni) a trovare libertà di culto nel deserto dello Utah. Convinti di trovare l’oro per la via (come i nostri emigranti italiani…), o almeno una vita migliore, e soprattutto le terre promesse della California (El Dorado) o dell’Oregon. Nei pressi di Elko prendevano o la diramazione verso la California, attraversando la Sierra Nevada, oppure quella che portava a nord nell’Oregon. La fuga verso l'Ovest ha inizio con la crisi economica del 1837, mentre poi viene alimentata (da avventurosi minatori di tutto il mondo) 2, dalla scoperta dell’oro nel 1848, quando il sentiero diventa una vera e propria super-strada. Ci si avviava chi più e chi meno preparati per affrontare le dure prove del tragitto (a seconda della stagione di partenza). I primi consigliavano quelli che venivano dopo, alcuni fungevano da guide professionali, tra cui indiani che conoscevano bene il terreno. Tuttavia, tra le vicende più note fu quell’episodio tragico del “Donner Party,” un gruppo di pionieri che (su falso consiglio) presero una “accorcatoia” che li portò nell’alta Sierra Nevada della California in pieno inverno. A causa dell'impassabilità, la fame, e la morte, furono costretti (per disperazione) al cannibalismo 3 --non però dei propri parenti 4. Altre commitive erano ben più preparate ed auto-sufficienti. Una spedizione esemplare, svolta in maniera quasi “semi-militare,” fu quella dei Mormoni--costretti a trovarsi altra patria dopo l’assassinio dei capi Joseph Smith e il fratello, Hyrum, nello stato dell’Illinois--suddivisi da Brigham Young in squadre di 100, 50, 10. Poichè fu proprio nei pressi di Elko l’incrocio dei sentieri e dei destini, è giusto che sia qui il nuovo centro storico-culturale che illustra questa storia locale e nazionale dell’espansione verso l’Ovest: "California Trail Interpretive Center." 

Perchè il Raduno in Nevada? Per il tipo di vita rurale che venne ad installarsi su quei territori. In un certo senso però, la Nevada sembra tramandare ancora quella cultura "maschile" della frontiera selvaggia e sfrenata, se si pensa al fatto che il gioco d'azzardo, la prostituzione, il libero consumo di alcool, sono tutti ancora legali, e dove la ricerca dell’oro è tuttora vivissima. Malgrado l'epiteto antecedente della Nevada come “Silver State” (‘Stato dell'Argento,’ cf. Comstock Lode 1860), ora produce circa 79% di tutto l'oro negli USA, ed ha una delle maggiori produzioni nel mondo, grazie a grosse ditte come Barrick Gold Corporation e Newmont. 

Ma è anche il paesaggio stesso a spiegare perchè i cowboys si trovano a casa ad Elko. Nei terreni sterminati, aperti e solitari, con sullo sfondo una catena di montagne nevose (appunto, la Sierra Nevada), non c’è che macchia di erbe e cespugli, e dunque non adatto alla coltivazione. Qui, dove si brucia d'estate e si gela d'inverno, dove l'acqua è poca, e le distanze vaste, il paesaggio permette solo un magro pascolo stagionale per il bestiame—come hanno verificato anche molti pecorari baschi a fine Ottocento 5... Il Nevada è al cuor cuore di un paessaggio senza recinti, dove ancora corrono liberi cavalli allo stato brado (i famosi mustangs), insieme a branche di mucche. Il cowboy pure respira l'aria aperta, e può ancora capitargli di dormire sotto le stelle, cucinare sul un fuoco, e passare molto tempo da solo, a riflettere e a cantare. Insomma, la Nevada è una regione che, anche per l’Ovest, permette una vita “classica” del cowboy—quella (anche romanticizzata) di lavoro forte e pericoloso, ma libero. Questo spirito individualistico e anche ribelle, fa tuttora parte (come si vede nella cultura popolare, e qualche volta nella politica) della psiche americana. Il cowboy sembra integrare in sè non solo l’ethos americano ma lo stesso modo di vita. 

Che rapporti ci sono tra le due fazioni storiche nel Nevada: il settore rancher e quello minatore? Non sempre cordiali, dato il netto scarto economico (e dunque politico) tra i due. Ad esempio, i ranchers non possono competere per la mano d’opera 6, anche se cercano di resistere. Prima o poi molti sono costretti a vendere. Anche se alle grosse ditte minerarie non interessano tanto i diritti alla terra ed al tesoro minerale (che potrebbe o non esserci), quanto ad una risorsa molto più preziosa: l’acqua. (E al tema dell'acqua sono state dedicate varie tavole rotonde al Raduno). Questa risorsa, divenuta sempre più scarsa, è vitale a tutti i settori. Senza l'acqua non avviene l'estrazione dell'oro. E per chi vive minacciato dalla siccità e dagli incendi, la mancanza dell'acqua può essere questione di vita e morte per bestia, uomo, e territorio. Isolati come spesso sono, molti ranchers si auto-gestiscono, dandosi una mano tra vicini. L’autosufficienza e la reciprocità tra reti collettive sono essenziali in molti aspetti della vita rurale, e.g., non solo per la marchiatura del bestiame, ma per spegnere gli incendi. 

Il Centro etnografico (WFC) di Elko, fondato nel 1980, è diretto da Charlie Seemann. Il suo scopo è di fare ricerca sul territorio (e.g., cowboy, indiano, e vaquero), produrre CD e filmati (e.g., il già citato Why the Cowboy Sings; il Red Rock Rondo, del 2009, per il centenario del parco nazionale Zion nell'Utah; appoggiando però anche una video-produzione amatoriale) 7, e soprattutto articolare programmi per il grande pubblico. Fa tutto questo in modo intelligente e produttivo. Funge anche da centro sociale, nel suo palazzo storico al centro storico di Elko. Il Pioneer Hotel (che fu prima Saloon dal 1868), con il suo magnifico bar in magogano e ciliegio intarsiato, fu acquistato e restaurato per il WFC nel 1992, e lì si trovano anche i suoi uffici, l'auditorio, la galleria d'arte, ed il negozio (vedi: http://www.westernfolklife.org/). Il capolavoro del Centro tuttavia resta il Raduno che quest’anno ha coinvolto più di 50 poeti e musicisti su 7 palcoscenici in 4 luoghi della cittadina. Ci si viene per la musica e poesia in primo luogo, ma insieme ai concerti, balli, e poesie, ci sono anche mostre, teatro, film, “open-mic” per i giovani, e non mancano workshops pratici sull’intreccio del cuoio grezzo, la pittura "col fumo," la composizione musicale e poetica, tecniche di lettura, di chitarra, dimostrazioni di cucina, insieme a mercati di vestiario, di "Western gear" (attrezzatture), e molt'altro. 

Di poeti e musicisti cowboy ce n’erano dai legendari ai più giovani. C’era, ad es., l'ormai ottantenne, ma sempre vigoroso, Ramblin’ Jack Elliott (http://www.ramblinjack.com/) - presente fin dal primo Raduno del 1984 - musicista cowboy d.o.c., narratore (nota bene: il “rambling” non viene dai suoi tanti spostamenti, ma dalla sua parlantina), amico e compagno di viaggio di Woody Guthrie. (Jack adolescente scapò via dalla sua famiglia nuova yorkese per darsi al rodeo—come bramavano di fare molti giovani a quell'epoca, sedotti dal mito del cowboy). Decine di noti musicisti successivi—tra cui Johnny Cash, Bonnie Raitt, Ry Cooder, Bruce Springsteen, i Grateful Dead, Bob Dylan, e i Rolling Stones—fanno omaggio a Jack. Raccontò a noi italiani delle sue avventure nelle tournée europee, ed in Italia dove era venuto a portare musica americana nelle maggiori città, ricordò con grande gioia i viaggi che fece su una vespa, con chitarra e la prima moglie abordo, fin giù nel Sud! Ascoltammo poi il famoso, ex-veternario e poeta schizzante, Baxter Black, con una mimica comica notevole ed estro poetico bizzarro; ed il conosciutissimo Waddie Mitchell, secco e conciso. Poeti più recenti come Keith Ward, del North Carolina mi afferma che, da quando ha consosciuto al Raduno tante anime amiche, ormai da cinque anni, non mancherebbe nemmeno morto (“come hell or high water” ) a nessuna delle future puntate. In effetti, il Gathering sembra creare un pubblico lealissimo negli anni. Di bande musicali invece si andava dal Tex-Mex (Max Baca e Los Texmaniacs), al nostalgico (Quebe Sisters: http://westernfolklife.org/NPBroadcast.html), al Cowboy Celtic; e di bande da ballo: The Saddle Cats e Wylie and the Wild West. Fenomeno curioso (che però dimostra quanto vitale sia questa cultura), era lo stile dei ragazzi al di sotto dei vent’anni, in mostra al ballo di chiusura (iniziato a mezzanotte), con la musica di Corb Lund and the Hurtin’ Albertans (dall’Alberta, Canada). Si potrebbe definire uno “iper”-swing che rassomigliava, a dir la verità, ad un virtuosistico gioco di lariat (corda dei cowboy per la doma del cavallo), con le braccia della coppia—dentro e fuori, sotto e sopra—sempre legate in un laccio ininterrotto, come nel “fancy roping.” 

Il pubblico arriva da tutto l’Ovest: Montana, Wyoming, Idaho, Utah, Colorado, California, Arizona, New Mexico, Texas, anche dal Canada, e certo da tutta la Nevada. C’è chi viene per la poesia e la musica, chi per l’arte e l’artigianato, e chi per ritrovare amici e colleghi del mestiere. Però c’è anche chi ci torna per il puro gusto di tra/vestirsi da cowboy. Non si può negare il fascino dell'attrezzatura (“gear”: selle, corde intrecciate, sproni, ecc.) e dello stile Western—dagli stivali ai gilè, da cinture e foulards, dai cappelli all'argento lavorato, per non parlare della varietà davvero straordinaria di baffi. (Molti cowboy “veri” tuttavia sdegnano l’eccessiva cura nell’abbigliamento “Western.”) Lo storico e legendario rifornitore di Elko, Capriola, continua a produrre selle e cinture lavorate insieme a tutta l'attrezzatura necessaria ad uno del mestiere. Arrivano però da lontano anche stilisti di alto livello, tra cui il più Hollywoodiano (infatti, ha sede a Los Angeles): Old Frontier Clothing Co. (http://www.oldfrontier.com/), che rifornisce attori western, cantanti country, e tutti quelli ansiosi di fare bella figura. Dei suoi “frock coats” alla Calvin Klein (ma a prezzi più abordabili) e cappelli se ne sono visti tanti in giro durante il Raduno, ed anche noi ci siamo quasi lasciati convincere--con i colleghi di New York, Joseph Sciorra e Lucia Grillo, quest'ultima però, in versione vegan (cioè senza cuoio)! 

In molte delle edizioni passate, il Raduno ha messo a fuoco altre culture pastorali, ad es., quella del: gaucho argentino, pustzta ungherese, vaquero messicano, stockman australiano, paniolo hawaiiano, insieme ai mandriani della Camargue francese e dell’altopiano della Mongolia. S' invitano cowboys internazionali perchè, come dice il collega, Charlie: "crediamo che sia importante introdurre il rancher e cowboy americano ad altri con cui condivide il mestiere, ma che forse hanno altre maniere per affrontare il lavoro." Quest’anno, grazie ad un finanziamento dell’E.L. Weigand Foundation, è stata la volta del buckaroo italiano. Per noi studiosi “a cavallo” tra l’Italia e l’America, la cosa incuriosiva non poco, dato che di cultura popolare italiana da queste parti se ne presenta ben poca, e certamente non sarà quella offerta per il 2013 (“l’Anno della Cultura Italiana”). Anzi. 

Ma cosa c’entrano dunque gli italiani —non quelli degli Spaghetti Western, ma quelli di mestiere--con i cowboy dell’West? A parte il fatto che sarà stato Colombo ad importare i primi buoi, cavalli, e pecore nelle Americhe, oppure che il tessuto dei blue jeans sarà stato inventato dai Genovesi (cf. toile di Gênes/jeans), la nostra cultura mediterranea (romana e pre-romana) ci offre notevoli esempi di pastorizia non solo ovina ma bovina, che permane nella Maremma Toscana e Laziale, e precisamente nel buttero (< Gr. bútoros, “colui che pungola il bue”) 8. La "delegazione" maremmana non era quella toscana, forse più conosciuta (e forse anche più da spettacolo agrituristico), ma della Maremma laziale, il cui epicentro storico fu Cisterna di Latina, decisamente butteri di "mestiere." 9  (Da Cisterna venne il buttero forse più famoso di tutti, Augusto Imperiali che, secondo molti, battè i cowboys di Buffalo Bill Cody in una gara storica che si tenne a Roma.) Tra i laziali: Giulio de Donatis, buttero di professione (e virtuoso di lacciaia), insieme alla giovane moglie e buttera Francesca Prato (studente di scienze veterinaria), ed il figliolo di quattro anni, Brando!; con i butteri “di marchio”—i fotogenici coniugi, Drew (Andrea) Mischianti e Natalia Estrada (spagnola, ex-personalità televisiva in Italia, ed ora donna di cavallo e fotografa)—entrambi direttori dell’Accademia del Cavallo (http://www.ranch-academy.com/info/andrea-mischianti/); i musicisti Gianluca Zammarelli (zampogna, ciaramella, chitarra battente) e Marco Rufo (organetto, tamburello); ed infine, lo chef Valerio de Donatis, ex-buttero e fratello di Giulio. 

La "Maremma amara," era terra di migrazioni stagionali, malaria, e morte dove, come dice il canto: 
l'uccello che ci va perde la penna
io c'ho perduto una persona cara;
sia maledetta maremma maremma
sia maledetta maremma e chi l'ama
sempre mi trema 'l cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai. 


La costiera paludosa che andava dalla Toscana meridionale fino al Agro Pontino, era terra di cavalli e mucche allo stato brado, ed anche riparo di fuorilegge datosi alla macchia e banditi come Domenico Tiburzi 10. La Maremma ci ha dato la mucca dalle tipiche corna lunghe e pericolose, cavalli solidi ed agili, squisitamente adattati lungo i secoli al terreno e soprattutto alla palude malarica. A testimonianza del buttero Giulio, poche altre razze di mucche sopravvivono ai malanni indigeni, e possono deperire e morire entro 48 ore dal contatto con il territorio—lascito della malaria in una zona finalmente bonificata solo negli anni Cinquanta. (Nel popolo invece, il lascito della malaria si tramanda come netto aumento nel tasso di malattie del sangue.) 

La mostra “Italian Buckaroos: Old World & New World,” curata da Mischianti, Estrada, ed il WFC, rivede la cultura della Maremma storica (apparentemente tri-millenaria), insieme a quella attuale, attraverso l'immagine, il vestiario, l'architettura (cf. il capanno), ed altro 11. Di particolare interesse: un settecentesco Libro dei Marchi—registro dei nobili marchi equini (non bovini); un dipinto raffigurante una gondola che trasporta cowboys ed amerindiani (del Wild West Show di Buffalo Bill) su un canale di Venezia; ed un bel dipinto del 1864, Al Fontanile, di Giuseppe Raggio, riprodotto sul manifesto del Raduno quest’anno. Troviamo anche attrezzatura: ad. es., l'uncino, detto "il terzo braccio," la lacciaia, e selle (“col pallino”; la “bardella”; e la più recente “scafarda”—di derivazione militare), insiemi a capi del vestiario buttero. 

La mostra inoltre, ci ha fatto conoscere una parte della storia italiana diasporica meno conosciuta: quella dei buckeroo italo-americani del Nevada, presenti sul territorio già dagli anni 1880, ed in gran parte d’origine lucchese (cf. nomi come Tomera, Buzzetti, Mori). I primi arrivati erano legati alle miniere, come costruttori di forni carbonai per i minatori, ma poi sono tornati alla terra, come contadini e mandriani per rifornire i minatori, dai quali c’era da guadagnare parrecchio. Interessante questa storia di italiani contadini e pastori tornati, nella diaspora, a vivere di agricultura e pastorizia—certamente sono meno studiati degli immigranti dei centri urbani come New York, Chicago, Philadelphia 12

 Lo scopo degli incontri tra cowboys americani e butteri italiani (e tra italiani ed italo-americani) era quello di offrire molte occasioni per un libero scambio di pensieri, preoccupazioni, e soluzioni su questioni pratiche: e.g., il prezzo del petrolio, il consumo pro capite del manzo, come contrattare con i padroni dei terreni (e.g., il poco amato Bureau of Land Management che rilascia i permessi al pascolo, 13  vs. l’ancor meno amato Vaticano), la conservazione dell’acqua, il clima che cambia; alle questioni ideologiche intorno agli ambientalisti urbani (“tree huggers”) estremisti (e magari anche vegetariani), apparentemente più interessati a proteggere speci in pericolo di estinzione (i.e., sage hen, spotted owl), che il modo di vita del rancher. Ma chi, ci chiede il cowboy, ha interesse a conservare l’ambiente e proteggere la qualità e i diritti all’acqua (ed impedire chi vuole sviluppare e sfruttare il terreno), più di lui, poichè su di questo dipende la propria capacità di guadagnarsi il pane? Si rivela che il cowboy, il buttero, e l’ambientalista hanno uno scopo simile: conservare il territorio allo stato brado. Poi, il cowboy affermerebbe, allevare il bestiame in modo naturale, lasciandolo al pascolo libero, è anche un atto etico (contro gli odiosi “feed lots” dell'allevamento industriale, fonti anche di alti tassi di metano e dunque dell'effetto serra). 

A confrontarsi c’erano anche le donne—buttere e cowgirls—in una tavola rotonda intitolata “Ranch Women Swapping Stories,” con discorsi legati al lavoro, ma anche alla vita di famiglia, e alle aspirazioni personali: e.g., perchè è preferibile allevare i figli in ambienti rurali e liberi, come e se integrarli nella scuola, come non essere ridotte a lavandaie, cuoche, e massaie… Ambienti diversi, livelli variabili di maschilismo (e classismo), ma molte questioni di base assolutamente uguali. 

Un'ansia più profonda si aggirava intorno alla domanda: come proteggere non solo un settore economico, o un paesaggio, ma un modo di vita (e aggiungeremo: bene culturale) rurale? Laddove c’è sdegno storico e di classe nei riguardi del lavoro agricolo e d'allevamento (come in Italia), la cosa può sembrare grave. Gli italiani erano, in effetti, meravigliati dall’alto livello di organizzazione, di finanziamenti, e di rispetto per la cultura d’allevamento, mostrati dal Raduno stesso—una manifestazione che dubitavano potesse accadere in Italia. 

Ci si domanda: sarà possibile sopravvivere solo di mandrie? Alcuni resistono ma con sforzi e trasformazioni notevoli, mentre altri mollano—sia da questa che da quella parte dell’Atlantico. Ad es., i proprietari di Reds Ranch http://redsranch.com/ (località Lamoille, Nevada, uno dei più pittoreschi dei paesini nell’area delle Ruby Mountains, “Le Alpi Americane”), hanno convertito la tenuta a "resort" di villeggiatura di gran lusso: alloggi con “tutti i confort moderni,” centro congressi, attività culturale (musica informale dal vivo attorno al grande cammino), ristorazione di alta qualità (con l'ormai richiesto localismo alimentare: vedi la curiosa “salsiccia di serpente e coniglio” sul menu di fine gennaio!). Lo chef, Francy Royer, insieme al marito Joe, offrono anche un servizio di sci in elicottero (http://www.helicopterskiing.com/about/reds-ranch). 

I nostri butteri della campagna romana (la Tolfa, 60 chilometri a nord di Roma) hanno fatto similmente: Giulio, buttero di terza generazione (la famiglia è di origine abruzzese, arrivata nel Lazio nel secondo dopoguerra), gestisce la Tenuta dell’Argento. Alleva mucche maremmane su pascoli aperti, macella la propria carne "naturale," e pratica una vendita diretta al pubblico ed anche ai ristoranti di Roma, dove la carne è molto richiesta (http://lecarnidellargento.com/). Ma non basta. La tenuta offre agriturismo alberghiera (con maneggi e piscina, gestito da un secondo fratello), e ristorazione (in mano al terzo fratello, Valerio). 

Il compito preciso assegnatomi dal WFC era quello di accompagnare e tradurre lo chef maremmano nei suoi stage di cucina buttera (oltre che offrire informazioni intorno alla storia e cultura alimentare italiana in generale) 14. I due workshops su “Italian Cow Country Cuisine” sono stati svenduti nel giro di pochi giorni, tanto vivo era l'interesse per la cucina italiana. Per l'americano "mangia-manzo" (bistecche e hamburgers), quando pensa alla cucina italiana, terra della così vantata dieta Mediterranea, non viene subito in mente la carne. Ma di carne (“alternativa”—cioè quelle parti meno pregiate) ce n’era parrecchia: coda alla vaccinara, lingua salmistrata, ossobucco—piatti una volta poveri ed ora richiesti nei migliori ristoranti romani e a prezzi profumati. Però, il piatto emblematico del buttero maremmano resta l’acqua cotta (a proposito di piatto povero!), una zuppa secondo lo chef, che si poteva preparare 365 giorni all’anno, variabile a seconda delle erbette selvatiche a disposizione (cicoria, dente di leone, mentuccia, ecc.), cotta in un pentolone sul fuoco aperto, con l’aggiunta di un battuto di lardo ed aglio, arricchita da un uovo sopra, e servita con il pane di grano. 

Di alimentazione dei vaccari ne hanno parlato anche gli italo-americani. L’inimitabile Tom Tomera, dai baffi incerati--che insieme alle figlie tiene duro sulla tenuta a gestione familiare, Tomera Ranch—ci raccontò di come vivevono (e come s'incontravano) gli italiani sparsi per quei luoghi ai tempi dei nonni, alla fine dell’Ottocento. La nonna dovette prendere in mano la gestione del ranch quando il marito, presa una zampata nel petto, morì e la lasciò vedova. Mantenevano tradizioni alimentari intatte con ingredienti che veniva dal proprio orto e dal proprio bestiame, con l’aggiunta di solo pochi prodotti d'importazione (olio d’uliva dall'Italia, e uva da vino dalla California, che arrivarono direttamente sui binari locali), e pochi prodotti comprati (farina e fagioli). Tutto il resto era fatto in casa e conservato in cantina (giardiniere, “salcicci,” prosciutto, formaggio, burro). "Homesteading" ed auto-sufficienza all’italiana, insomma. 

Ma non mancarono racconti anche umoristici al riguardo: Tomera racconta un episodio sulla nonna ed i suoi vari malintesi culturali: di quando la maestra mandò a casa un biglietto con il figlio, ricordando alla madre di non mandare il vino a scuola nel cestino dei ragazzi! Oppure il giorno in cui un treno fece fuori una ventina di maiali ed una decina di tacchini in un solo colpo, visto che si trovavano a pascolare tra i binari. Quella macellazione (estiva) imprevista richiedeva l’aiuto dei vicini di casa. Insieme però riuscirono a salvare tutta la carne. Mentre l’ottantenne, Nel(l)o Mori, immigrato all’età di 14 anni (e che ancora ricorda l'italiano), parlò anche dei rapporti con gli indiani locali e lo scambio di beni alimentari: magari di pesce essicato degli indigeni per qualche gallina degl’immigranti. 

Tra gli italo-americani c’erano anche altre presenze inattese: ad es., Paul Zarzyski (www.paulzarzyski.com), l’estroso poeta di madre trentina e di padre polacco, laureato all'Università della Montana (Masters of Fine Art), ed insieme rodeo rider. Zarzyski si manifestò di una sensibilità raffinita, con capacità mimetica e senso umoristico, unici. (Di notevole interesse e.g., una poesia briosa sullo sterco—scritta da chi, lavorando con il bestiame, certamente lo conosce da vicino!) Ci raccontò come, per non fare la fine del padre minatore e per potersi guadagnarsi il pane in maniera meno schiacciante,  15 si mise a girare per i rodeo. (Non so se, in effetti, gli acciacchi siano stati meno.) Bravo anche in cucina, in una delle edizioni precenti del Raduno ha non solo recitato poesia, ma ha insegnato a fare i canederli. I ricordi alimentari entrano perfino nella poesia: giardiniera e funghi sottaceto nella cantina della memoria (ne conserva ancora qualche baratolo dopo la morte della madre anni fa) e zuppa di caffelatte nella sua “scudela” dalla “noni.” 

Per quel che riguarda la musica italiana, c’erano Zammarelli e Rufo. Zammarelli, tra i migliori stornellatori mai sentiti, con la sua voce schietta e melodica, ed una maniera magistrale con zampogna e chitarra battente, ha cantato stornelli, canti di lavoro e d'amore, serenate, ed una versione di “Maremma amara” davvero memorabile. Insieme al bravissimo suonatore d’organetto, Rufo, hanno presentato un repertorio che sembrò rappresentativo non solo dell’ambiente specifico maremmano, ma di quello pastorale centro-meridionale più in generale. Per il pubblico americano poi, la zampogna italiana era inaspettata, poco conosciuta (si conosce normalmente solo la “bagpipe” di tradizione scozzese). I musicisti hanno fatto comparse formali ed informali nei contesti più vari: dai ricevimenti, a stage culinari, gite, e perfino in qualche ristorante di Elko. Alcuni momenti spontanei sono stati tra quelli più indimenticabili: l’improvvisazione musicale nella galleria d’arte con Brigid Reedy, la giovane ragazza violinista (oltre che yodler), la tarantella di Tom Tomera con Natalia Estrada (vedi: http://www.youtube.com/watch?v=36y6VTvDoiY), una tarantella improvvisata in cucina con Bette, la vedova del conosciutissimo poeta, Buck Ramsey, durante un “fundraiser” VIP… 

Intervistando i musicisti per conto di Lucia Grillo, regista della trasmissione televisiva “Italics” (CUNY, City University di New York), ho chiesto a Zammarelli (che frequenta pastori e zampognari da vicino), il suo parere sulla cosidetta “gerarchia” agro-pastorali: bovari>pecorari>contadini. Mi ha risposto che in realtà le divisioni non erano così nette, dato che gli allevatori di bestiame dovevano anche coltivare campi da fieno, ed il contadino da parte sua, allevava animali. Ha poi affermato un altro fatto interessante: si dice che le zampogne più vecchie si trovano negli scantenati degli emigrati in America anzichè in Italia 16. (Pensiamo di avere avuto notizia di una di queste zampogne da un californiano in gita con noi alla tenuta Tomera… e ne siamo sulle tracce.) 

In conclusione, tra cowboy e buttero, tra americani ed italiani, come abbiamo verificato, ci possono essere più punti di contatto di quanto ne avremo immaginato (oltre al fatto che fu Colombo, come si suol dire, a portare mucca, cavallo e pecora nelle Americhe). Forse ora, quando si guarda una carta della penisola italiana, si deve, in effetti, pensare allo stivale di cowboys e butteri. E quando vediamo i cornetti, talismani portati intorno al collo dagli italiani, ricordarci le proprie culture bovine mediterranee—territorio di maremmane, buoi, ed antichi bisonti—bestie dalle corna buone a tenere lontano non solo il malocchio, ma forse anche qualche temuto ambientalista (“tree hugger”) vegetariano. 

Luisa Del Giudice, Ph.D. 
Los Angeles 

CELEBRATING ITALIAN COWBOYS - IL VIDEO
di Steve Green



IL REPORTAGE FOTOGRAFICO COMPLETO
di Luisa Del Giudice - Montaggio di Salvatore Esposito





Note
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1 Decretato dal senato americano un raduno nazionale a partire dal 2000, perchè bene culturale di tutta la nazione. 

2 Basta guardarsi la toponimia delle miniere, e.g., Italian Bar, French Camp, Dutch Flat. 

3 La storicità dell’episodio viene ancora dibattuto per concludere, una volta e per sempre, se è stato praticato o meno il cannibalismo dai superstiti. Da alcune ricerche recenti sulle ossa dei defunti, non sembra esserci traccia, ma dai racconti e diari dei testimoni diretti, la risposta è senza dubbio all’affermativo. Per coincidenza stagionale (il Raduno si tiene a fine gennario), eravamo lì con una nuova e fitta nevicata, e dunque ci sembrarono del tutto comprensibili le difficoltà e la disperazione degli emigrante colti all’improvviso in tali circostanze. 

4 Una macabra illustrazione del proverbio "chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova." Una donna indigena Paiute, Sarah Winnemucca, ricorderà successivamente che il suo popolo li avrebbe anche aiutati, se non fosse stata per la paura dei bianchi! 

5 Il territorio che comprende pecorari baschi è una rete inter-statale che abbraccia la Nevada, Idaho, e la California. Il festival nazionale dei baschi, ad esempio, ha luogo ogni anno ad Elko, il 4 di luglio; esiste un importante quartiere e centro basco a Boise, Idaho; e all’Università della Nevada, a Reno, invece, c'è un centro di studi baschi. 

6 Ad es., a confrontare l'attuale paga di un minatore, che va dai $20-25/ora, contro circa $75-100/giorno (con vitto e alloggio) che rancher potrebbe offrire ad un cowboy, si capisce perchè una tenuta come quella dei Tomera debba essere a gestione familiare--a meno che non si importi mano d’opera, ad es., dall’America del Sud. 

7 Il programma “Deep West Video” insegna ai non-addetti ad auto-documentarsi, e a creari i propri progetti visivi. 

8 Il termine è centro-meridionale. Il compito del mandriano (a cavallo) di mucche è quello di pungolare il bue, di farlo muovere (=come “cowpuncher” pungolatore di mucche). Il buttero, infatti sisi aiuta con un lungo “uncino” (“il terzo braccio”), un attrezzo che può avere una serie di funzioni: pungolare la mucca, chiudere un cancello, raccogliere un capello. 

9 Esistono varie associazioni di butteri in Toscana e nel Lazio; vedi, ad es.: Butteri Cisterna di Latina - Associazione Butteri di Cisterna e dell'Agro Pontino http://www.buttericisterna.it/; Associazione Butteri dell’Alta Maremma: http://www.butteri-altamaremma.com/. Pare che lo spettacolo e la gara più o meno elaborato, faccia ormai parte di ognuna di queste (oltre al lavoro stesso di mandriano). 10 In effetti, l'immagine classico del bandito laziale e quella del buttero—col capello nero, avvolti dal pastráno—si possono anche confondere (se non fosse per le ciocie dai primi). 

11 La prossima tappa della mostra sarà ad "arte italia," centro culturale ed artistico italiano della Nevada, a Reno. 

12 Anzi, noi studiosi della diaspora italiana negli stati dell'Ovest abbiamo spesso notato uno scarso interesse, da parte degli studiosi della migrazione italiana, per gli stati del Sud, del Mid-West, e del West. Recentemente però (il 22 ottobre del 2012), nel dipartimento d'Italianistica dell'Università della California di Los Angeles (UCLA), si è tenuto un simposio sugli Italiani in California (Italian Americans, California Italians: http://www.italian.ucla.edu/lectures-recent-.html). Ed è anche in produzione un documentario sull'argomento, diretto da Gianfranco Norelli e Suma Kurien. 

13 La lotta storica per mantenere il diritto al pascolo libero (“open range” – la Nevada è ancora terra “aperta”), contro la presenza degli indiani, la pressione demografica dei contadini e “homesteaders,” ed dei regolatori governativi, fa tuttora parte della realtà americana di tutto l’Ovest. Storicamente, i poteri delle Cattlemen’s Associations, e dei loro interessi in tutti i settori politici e civici, si mantengono più o meno intatti laddove sono numerosi e potenti. Sembra tuttavia che la situazione stia forse cambiando (anche in Nevada), grazie ad altre forze settoriali e governative, in crescita (e.g., minatori, e il BLM stessa). 

14 A dire la verità, il Raduno offre non solo ai mandriani, ma anche ai folkloristi che operano in tutto l’Ovest, l’occasione per rivedersi e per collaborare all’evento, dando una mano nella presentazione di concerti, stages, e tavole rotonde di vario genere. Una cena di soli folkloristi ha avuto luogo nello storico ristorante/albergo basco, Star Restaurant (dove ancora alloggia qualche pastore basco), iniziando con il tradizionale Picon punch (non per i deboli), e dove una cena tipica comporta 5-6 contorni fissi, oltre al piatto ordinato—sostanziose porzioni di carni ovine o bovine. 

15 Racconta un episodio penoso che gli creò grande imbarrazzo, sorto dalla voglia di offrire una cena come si deve (grazie ai guadagni tipici del rodeo) alla madre ormai anziana. L’ha invitata per la prima volta ad un rodeo per potersi affermare presso di lei, ed invece, trascinato più volte intorno al tondino—e quasi schiacciato dal bronco (cavallo non domanto, altro ispanismo dell-ovest)—è andato a finire non in un bel ristorante per una bistecca “prime,” ma all’ospedale. 

16 Un documentario recente sulla zampogna nel Meridione (Zampogna: The Soul of Southern Italy), è quello di un americano (anche zampognaro), David Marker: http://www.youtube.com/watch?v=3pa4W7iA5So