Aaron Neville - My True Story (Blue Note)

Il signor Aaron Neville fa parte dell’aristocrazia del sound americano, essendosi palesato dalla natia New Orleans con un singolone in odore di doo wop come “Tell It Like It Is” nel 1965. Aaron nasce a New Orleans, nella città culla del sound jazzy ma non solo nel 1941. La sua intera famiglia ha rapporti strettissimi con i Neville Brothers e i Meters, per intenderci, sono i musicisti che gli altri musicisti seguono per imparare a suonare. Personalmente ho sempre adorato e invidiato il senso del groove che questi musicisti riescono a mettere dentro la loro musica, ho avuto la fortuna di vedere i Neville Brothers al Rolling Stone di Milano nel 2005, in quello che sarebbe stato per me l’ultimo concerto visto nella prestigiosa venue, ora tristemente divenuta un parcheggio. Ah, lo spettacolo... inavvicinabile, inimitabile, un appeal da soul revue, voci che sono oltre l’umano, quella di Aaron autentico pugno di acciaio in guanto di velluto...come puoi definire a parole una voce soave e purissima dentro un aspetto fisico che si tende a considerare congruo verso chi la vita l’ha vissuta fino in fondo. Ora esce un vero e proprio omaggio al genere doo wop e quale etichetta si fa avanti per un progetto come questo? La BlueNote, la storica etichetta jazz, attraverso il suo nuovo A&R, il grande eclettico e bassista Don Was, già produttore degli Stones e membro dei Was (Not Was). Ad affiancare la produzione di Don Was si aggiunge un chitarrista e autore di primo pelo, un certo Keith Richards. Alla batteria, troviamo il signor George G. Receli, da diversi anni sullo sgabello della batteria di Bob Dylan, anche per i suoi ultimi dischi in studio. Art Neville è evidente che spazzola il suo Hammond con sapienza, dividendosi con il signor Benmont Tench, degli Heartbreakers di Tom Petty, credo il tastierista che ha registrato più dischi della storia. Il songbook affrontato è eclettico, passando dal philspectorismo di Be My Baby, agli immortali Pomus e Shuman, fino al Curtis Mayfield di Gipsy Woman e altro. La musica è registrata in modo eccezionalmente coerente col bel progetto, il doo wop, genere che da grande risalto agli arrangiamenti vocali, risente della irriproducibilità tecnica della palette sonora di quegli anni, io sento una linea di continuità produttiva nel lavoro di Keith con Chuck Berry, per il film “Hail Hail Rock ’n’ Roll” , rispetto ma anche un tentativo di creare qualcosa di nuovo, sentite come sono tenute dentro le voci e capirete anche che il controllo dei vari colori è da fare (e da farsi fare) da persone con la malattia ossessiva della musica, Keith è una di queste. Bello è vedere la volontà di allargare i confini di una etichetta con un catalogo come la Blue Note che ha un catalogo di incisioni che hanno fatto la storia della musica, capito lo stato di salute del genere jazz che purtroppo soffre una mancanza di scrittura da parte di autori capaci di creare qualcosa di nuovo da ...vediamo... oltre vent’anni credo... è bello vedere allargarsi l’interesse verso dischi che non ti verrebbe da mettere in relazione con l’etichetta. Un gran bel disco...


Antonio "Rigo"Righetti