Il Nuovo Album di Francesco De Gregori: Una Riflessione Senza Filtro…

Francesco è un poeta. Questo lo mettiamo per iscritto subito affinché non ci siano dubbi a riguardo, mentre il sottoscritto, laddove interessasse, è un ascoltatore compulsivo di suoni e sapori, che spesso vengono dall’estero, con una certa predilezione per l’oltreoceano americano, quello del R’n’R, del blues e del soul. Da tempi non sospetti e diversamente allineati, ho incassato accuse di avere la faccia da fascista, scherno da parte di un ottuso professore dell’istituto tecnico, che frequentavo che mi arringò come filoamerikano (pareva di vedere la K che veniva usata per Kossiga!) perché avevo avuto l’impudenza di indossare una felpa con su scritto U.S.A. in classe, laddove, in tempi come i roaring seventies, anche i professori professavano una buona fiducia nel sole dell’avvenire e nella rossa libertà. Il preambolo per dirvi che, da musicista, a me interessa il suono di un disco, oltre che le parole, perché suono e parole si compenetrano e partecipano alla definizione di un mondo. In questo nuovo lavoro di De Gregori non c’è il suono, pare di ascoltare un provino dal quale poi si dovrebbe partire per realizzare un nuovo disco. Le canzoni ci sono, i testi sono indiscutibilmente interessanti e ottimamente poetici, ma il gruppo di lavoro coordinato dal bravissimo Guglielminetti, altro esempio di bassista fedele, non azzarda nessuna idea oltre che un accompagnamento a tempo e senza sbavature. De Gregori poi si vanta di non aver letto Sulla Strada a suo tempo e averlo fatto adesso. Mi sembra una roba da snob. Io, invece, sono un appassionato di Kerouac, delle sue idee folli e del suo rapporto con la musica e la vitalità tipiche dell’americano di tradizione nobile, quella che scende da Ralph Emersone a Henry David Thoreau, da Hemingway a Dave Eggers. Mi sembra davvero che improntare la solita rassegna stampa sul fatto che si intitola un disco come il libro più famoso di Jack Kerouac per ribadire che non lo si è letto negli anni 70 ma solo adesso... è abbastanza triste. Non perché sia obbligatoria la lettura di Jack, tutt’altro, solo che è poco credibile. Il tutto si allinea con la tendenza discografica italiota. Nel disco c’è una canzone d’amore splendida, cinematografica, dylaniana nel testo e melodicamente italiana. Alcuni si chiedono come mai non ci sono riferimenti dylaniani, ma a me come al solito, sembra di percepire il solito gioco di specchi, i due ormai si compenetrano, il riferimento a un immaginario pre-war per De Gregori mi sembra l’escamotage intelligente e da outsider di Bob. “I’m Not Here”, vi ricorda niente? “Guarda Che Non Sono Io”? La Musica, quella vera, è fatta di testi, di parole, di storie ma anche di timbri e sonorità, fantasia, batteria che non è solo uno strumento ma un’attitudine, la statura di uno come De Gregori non è possibile che faccia così appiattire musicalmente un disco. Ennesima occasione sprecata in un momento dove ci sarebbe davvero bisogno di un grido di potenza inaudita da parte di uno come il signor De Gregori.




Antonio "Rigo"Righetti