L’Archivio di Alan Lomax, Un Patrimonio Del Folk Nella Rete

Da febbraio il prestigioso archivio Lomax è andato on line all’indirizzo www.culturalequity.org e la possibilità di ascoltare le 5.000 ore di registrazioni audio e i 17.400 brani musicali, vedere i 3.000 video e le 5.000 fotografie, nonché di poter visionare le centinaia di migliaia di metri di pellicola divise in agili capitoli digitali è un’opportunità che fa gola anche a chi non è particolarmente impegnato nella musica folk e popolare. Alan Lomax è stato il primo grande etnomusicologo che il mondo occidentale abbia conosciuto, nacque in Texas nel 1915 e fu un infaticabile collezionista di musica tradizionale; seguendo la sua importante esplorazione nel mondo dei suoni è giunto negli anni a registrare i repertori più vari della musica popolare in Nord America, Caraibi, Europa, Africa, Russia e Asia Centrale. Un instancabile missionario di una giusta causa, quella della conservazione di un bene “immateriale” morto 10 anni fa a New York dove ha sede il suo archivio e centro di ricerca presieduto dalla figlia, Anna Lomax Wood. 
Il progetto on line da poco digitalizzato e destinato in parte alla vendita in cd o downloading va sotto il nome di Global Jukebox ed è stato realizzato grazie ad un programma dell’American Folklife Center della Library of Congress di Washington insieme con la Association for Cultural Equity fondata da Lomax e attualmente presieduta dalla figlia. Una parte di quell’archivio composto di 400 ore di filmati prodotti per il network statunitense PBS fra il 1978 e il 1985 è stato reso pubblico su un canale di Youtube dedicato. Il 31 gennaio scorso, per festeggiare il giorno in cui l’etnomusicologo avrebbe compiuto 97 anni, la Global Jukebox ha pubblicato “The Alan Lomax Collection From the American Folklife Center” un sampler digitale in download su iTunes e altre piattaforme digitali realizzato sotto la direzione di Don Fleming musicista, produttore discografico e direttore esecutivo della Association for Cultural Equity che raccoglie 16 tracce provenienti dai diversi teatri di ricerca di Lomax.
Scorrendo tra le tracce emergono nomi che illuminano sulla enorme vastità dei repertori quasi sempre sconosciuti prima dell’arrivo di Lomax. Jean Ritchie la cantautrice nativa del Kentucky, suonatrice di dulcimer che fu raggiunta dall’etnomusicologo negli anni Trenta e solo dopo quel contatto scoprì che la musica che interpretava si chiamava hillbilly. Texas Gladden, sorella di quel Hobart Smith che con Ed Young realizzò numerose registrazioni per Lomax anch’esse presenti qui. I Trallaleri di Genova, esecutori di una forma musicale vocale tipica del genovese. Dal contesto caraibico Neville Marcano noto come The Growling Tiger (ossia La Tigre che ringhia). 
Nell’elenco fa capolino anche quel Mississippi Fred Mc Dowell che Lomax incontrò a Como, cittadina dello stato americano, nel 1959 realizzando le prime incisioni dell’allora ignoto bluesman che si rivelò in seguito un interprete d’eccezione del Delta sound cui hanno guardato negli anni Rolling Stones con la celebre cover “You Gotta Move”, Aerosmith, Jon Spencer Blues Explosion e Jack White solo per citarne alcuni. L’obiettivo primario della Association for Cultural Equity è di dar vita a quello che i promotori definiscono un programma di rimpatrio, cioè restituire la musica registrata da Lomax alle comunità di appartenenza ripagando gli eredi con i diritti d’autore derivanti da quelle incisioni ed eseguendo così la volontà dello studioso stesso.
Il primo atto di questo processo è stato proprio di donare le registrazioni, le fotografie, i video e gli altri documenti di Mississippi Fred Mc Dowell alla biblioteca pubblica di Como, città natale di Mc Dowell. Il principio di “cultural equity” che negli anni ispirò Lomax risponde all’idea che le differenti forme con le quali comunicano i popoli non sono altro che le diverse espressioni del modo in cui l’uomo si è adattato sulla terra. Questo spinse Lomax a dedicarsi alla ricerca comparata che lo condusse per il mondo con gli strumenti offerti dalla musicologia, l’antropologia, la linguistica e la scienza coreutica. Il progetto culminò all’inizio degli anni Novanta con la nascita del Global Jukebox, un monumentale sforzo teso ad organizzare e sintetizzare le scoperte connesse alle discipline citate che ripristinassero le relazioni tra espressione artistica, geografia umana e modelli sociali. “Alan – racconta Anna Lomax Wood raggiunta tempo fa a New York nella sede dell’associazione – si spostò verso l’ascolto e la distribuzione in Rete quando insieme ai suoi colleghi sviluppò il Global Jukebox, progettato come uno strumento mediatico digitale, interattivo e multimediale e finalizzato all’esplorazione e all’apprendimento musicale trans-culturale, già prima che nascesse Internet nella forma a noi nota oggi. Tutta la sua vita fu spesa alla ricerca di strade che potessero disseminare la musica ovunque e contemporaneamente restituirla a coloro che l’avevano concepita in quel modo. Mise a punto un sistema di analisi definito cantometrico, che è un procedimento di riconoscimento della musica altamente sofisticato. 
Sarebbe stato entusiasta delle possibilità offerte da Internet oggi e sono certa che avrebbe trovato un modo per mettere la sua raccolta al servizio della musica e della cultura per un avanzamento dell’umanità”. Dai suoi modesti uffici presso l’Hunter College di Manhattan il Global Jukebox si autofinanzia con un budget che l’anno scorso si aggirava appena intorno ai 250 mila dollari. “La più grande difficoltà nel preparare questo progetto – continua Anna Lomax – è stata quella di rincorrere la tecnologia in continua trasformazione, i software e gli standard per quello che riguarda il mondo dell’archiviazione digitali. Così il progetto si è necessariamente evoluto a mano a mano che si evolveva la tecnologia. Abbiamo costruito tutto pezzo per pezzo anche per gli scarsi finanziamenti, anche se poi ci siamo resi conto che il fatto di avere pochi soldi in qualche modo è stata una benedizione perché ci ha permesso di adattarci ai cambiamenti poco per volta. La collaborazione di studiosi quali David Evans, Judith Cohen, John Cowley e Gage Averill che hanno lavorato ciascuno a specifiche sezioni della collezione e hanno avuto la pazienza di immettere i dati è stata fondamentale per ultimare l’operazione“. Che difficoltà comporta la legislazione sul diritto d’autore per un archivio come il vostro? “Inizialmente le leggi sul copyright in America concedevano il diritto a breve scadenza, poi si è esteso progressivamente fino ad arrivare nel 2004 a promulgare la legge Sonny Bono che protegge l’autore in vita e 70 anni dopo la morte. Ma lo status giuridico del diritto d’autore per la musica folk è stato sempre vago e fino a tempi piuttosto recenti la posizione predefinita è che è tutta di pubblico dominio. Questa era la situazione quando mio padre cominciò la sua carriera alla Library of Congress. Durante la sua permanenza lì, egli si batté affinché i musicisti folk chiamati a registrare all’Archive of American Folksong fossero pagati e, per esempio, quando registrò Muddy Waters nel 1941, riuscì ad ottenere una forma di pagamento. La musica folk all’epoca era un campo di interesse per gli studiosi e il pagamento era un aspetto assolutamente trascurabile nel rapporto con l’informatore così come la protezione dei diritti. In ogni caso Alan si rese conto del potere commerciale di questo repertorio, possibilità che a suo dire non poteva essere ignorata. 
Quella potenzialità permetteva inoltre di diffondere quei materiali in altri canali che non fossero quelli della ricerca e allo stesso tempo ricompensare i musicisti. Insomma aveva individuate una potente forma di feedback culturale. Anzi il fatto che la musica folk fosse esposta in termini commerciali sin dagli anni Venti ha permesso ai folksinger di essere consapevoli sin dall’inizio del loro potenziale economico. Oggi esiste il WIPO che si occupa di tutelare i patrimoni legati alla cultura orale. In ogni caso la questione dei diritti e delle restrizioni è un argomento enorme e noi stessi per alcuni anni non abbiamo potuto riprodurre canzoni per intero ma solo segmenti a causa del copyright. Come archivio siamo comunque molto fortunati perché amministriamo molti diritti del materiale che conserviamo, anzi forse dovremmo limitare di più l’accesso per alcune sezioni anche se non è questo lo spirito della nostra iniziativa".
 John Szwed, professore alla Columbia University e autore della biografia “Alan Lomax: The Man Who Recorded the World” (Viking Adult, 2010), descrive Lomax come un utopista al quadrato. L’etnomusicologo partiva da ciò che aveva ovvero una grande quantità di dati ed un setting di parametri che pensava fossero premonitori di qualcosa, egli immaginava qualcosa di simile a Internet basandosi sul fatto che tutto ciò che lui aveva, ovvero i dati, fossero patrimonio comune del mondo intero bastava solo metterli a disposizione di tutti comodamente dalla propria casa. 
Alan Lomax con la sua aria schiva e scontrosa, per il totale disinteresse verso il denaro appariva come un tipo bizzarro dal momento che ai più sfuggiva l’obiettivo della sua vita e delle sue ricerche che era profondamente umanistico. Lomax fu al centro di controversie politiche: J. Edgar Hoover, il temibile direttore dell’FBI si interessò a lungo di lui giudicato un simpatizzante del Partito Comunista fino al punto di chiedere ai servizi segreti britannici di seguire le attività dello studioso in Inghilterra quando vi si recò all’inizio degli anni Cinquanta per una serie di trasmissioni alla BBC. A partire dagli anni Trenta Alan Lomax e suo padre il musicologo John Lomax erano stati gli infaticabili testimoni di centinaia di registrazioni collezionate negli Stati Uniti che contribuirono a sviluppare il prezioso archivio di musica folk americana della Library of Congress di Washington.
In seguito Alan promosse il nome di musicisti allora sconosciuti come Woody Guthrie, Pete Seeger, Molly Jackson, Lead Belly, Muddy Waters, Josh White, Burl Ives, organizzò programmi radiofonici, concerti e festival, firmò saggi illuminanti, inaugurò carriere artistiche e movimenti culturali e politici che conobbero l’avvio proprio grazie alla presa di coscienza di una nuova identità nazionale incoraggiata attraverso la musica folk. Negli anni la raccolta di brani musicali e di testimonianze orali dell’archivio Lomax si è arricchito sempre più nella convinzione confermata dalla storia che la musica afroamericana e l’hillbilly, fino agli anni Sessanta considerati stili minori, fossero i repertori che avrebbero costituito il contributo principale della musica americana. In tempi più recenti la ricerca di Lomax ha intercettato l’interesse di musicisti come Moby che per il suo seminale album “Play” ha utilizzato frammenti delle incisioni che lo studioso americano aveva raccolto nel Sud degli Usa, così come pare abbia fatto Bruce Springsteen per il suo ultimo lp “Wrecking Ball”. 
 A questo proposito racconta ancora Anna Lomax: “Alan è sempre stato affascinato dalla musica pop e sicuramente la ascoltava con molto piacere. Lui e i suoi colleghi firmarono un interessante studio sul pop e sul ballo che mise in evidenza gli elementi di scambio tra cultura bianca e nera nel Novecento. Quando ero ragazza ascoltavamo rock’n’roll per radio e lui mi interrogava su come questa o quella qualità o caratteristica della musica mi facesse sentire, cosa mi attraesse di più nell’ascolto di un brano specifico. Alan sarebbe stato molto interessato alla tecnica del campionamento ma avrebbe criticato il modo in cui questo processo talvolta banalizza e rende commerciale la grande musica. Non gli piaceva il modo in cui l’idioma pop fosse forzato verso un unico filtro che è quello sempre più monolitico dell’industria dell’intrattenimento di stampo americano/europeo. ‘Noi siamo la musica’ è lo slogan dei Grammy Awards. Questo modello occidentale è ovunque e spesso cancella le migliaia di specificità musicali presenti nel mondo”. Certo è che, come ricordava Fleming, l’immagine di Lomax in giro per il mondo con il suo registratore Presto intento a fermare sul nastro ciò che la maggior parte della gente ignora o non ritiene degno di un minuto di ascolto è incredibilmente vicina all’attitudine punk rock comune a molti per fortuna nonostante l’omogeneizzazione corrente degli ascolti. 


Simona Frasca