Riccardo Marasco, La Voce di Firenze

Artista eclettico ed attento ricercatore, Riccardo Marasco è considerato la leggenda vivente della musica tradizionale toscana e questo, non solo per la sua importante opera di recupero di numerosi canti popolari, ma anche per essere lui stesso un fine cantore della sua terra. Interprete poliedrico ed istrionico, il musicista fiorentino nel corso di oltre quarant’anni di carriera ha percorso in lungo ed in largo la tradizione musicale della sua terra, spaziando dai canti narrativi a quelli politici, passando per i canti religiosi, fino a toccare la musica colta e quella ironica e licenziosa. Il suo modo di approcciare il palco, ricorda molto il teatro-canzone gaberiano, ma a fare la differenza è soprattutto la sua dirompete carica artistica che, grazie alla sua infinita gamma di espressioni vocali, gli consente di esplorare territori interpretativi sempre nuovi e coinvolgenti, usando tanto la cifra stilistica comica e grottesca, quanto quella colta e raffinata. Assistere dunque ad un suo spettacolo non significa semplicemente incontrare la tradizione toscana, ma piuttosto essere proprio di fronte a lei, perché Riccardo Marasco ne è l’ultimo erede e depositario. Nella sua scrittura ritroviamo il melodramma di fine ottocento, gli stornelli, le canzoni da osteria come quelle dei campi, ma anche il cabaret, il caffè chantant fino a toccare la canzone fiorentina più pura di Odoardo Spadaro e Narciso Parigi. Lo ha intervistato per noi uno dei suoi più importanti collaboratori, Silvio Trotta, ed è nato così un dialogo a due voci nel quale Riccardo Marasco, si racconta a cuore aperto toccando alcuni dei momenti più importanti della sua carriera. 

Silvio Trotta intervista Riccardo Marasco 

Maestro, trovandomi in questa veste insolita di intervistatore vorrei porti una domanda che ho tenuto in serbo per una buona occasione: l’occasione è arrivata : “Sei oggettivamente, da sempre, il maggior rappresentante della cultura popolare toscana ma spesso sei assente dalle grandi citazioni e anche dalle pubblicazioni del settore. Il tuo nome dovrebbe essere sempre accanto ai nomi di Caterina Bueno o di Dodi Moscati ma non è così, ti sei fatto un’idea del perché? 
Il “folk revival” musicale, di cui son stato protagonista, è un fenomeno nato negli anni sessanta, descritto e raccontato in seguito da varie pubblicazioni, nelle quali non sono mai stato citato ed ancora oggi nella relativa pubblicistica che acriticamente si rifà a queste documentazioni, quali testimoni veraci di ciò che è stato, io continuo a non esserci: Marasco come ricercatore, studioso e folksinger non è mai esistito. Perché questo ? Perché la mia idea di folk revival superava fin da allora i criteri restrittivi con cui in quegli anni si voleva indagare il repertorio popolare miranti a rintracciare e riproporre principalmente, se non esclusivamente, espressioni di lotta sociale, e conseguentemente utili perché funzionali alle lotte politiche di quegli anni. Io ho sempre sostenuto che ciò fosse una forzatura, in quanto l’oppressione di un popolo, testimoniata e raccontata dal repertorio musicale popolare, non è mai esclusivamente di stampo capitalistico. La storia ci parla di infinite sopraffazioni del potere che, come dico in un verso di una mia canzone, è nelle mani di coloro che “ le regole sanno del gioco / e te le cambiano a poco a poco / quando si accorgono che tu le impari / e puoi fregargli onori e denari…” a qualunque schieramento politico essi appartengano. 
Ritengo che il folk revival debba umilmente riconoscere che è fiorito dagli studi sulla cultura popolare sorti e sviluppati nel primo ’800, anni scevri dagli influssi politico-ideologici dei giorni d’oggi. Quelli furono studi rivolti inevitabilmente alla sola poesia perché difficile, quasi impossibile, era studiarne le musiche in anni anteriori alla disponibilità di adeguati supporti tecnici. Negli anni sessanta invece fu possibile ritrovare e riproporre il patrimonio popolare anche dal lato musicale fermandolo con i magnetofoni e poi ripresentarlo con gran forza di penetrazione a un più vasto pubblico. Ma di questo patrimonio si volle diffondere solo quello funzionale a certi obiettivi politici, premiando così gli esecutori che condividevano questa logica e penalizzando ricercatori ugualmente preparati e competenti , ed interpreti ancor più validi, ma alla fine mortificando ingiustamente proprio la profondità e la validità della stessa cultura che si diceva di voler riscattare. Frugare nella vecchia soffitta del popolo animati solo da spinte rivoluzionarie restituisce una visione parziale della cultura del passato, significa misconoscere archivi importantissimi contenenti melodie straordinarie fatte di stornelli e di rispetti come ad esempio quello di Michele Barbi, uno dei più grandi dantisti italiani. Barbi lo lasciò alla Normale di Pisa. 
Il Fondo Barbi donato col vincolo che il suo lavoro di ricerca fosse completato, studiato e poi pubblicato, contiene anche circa mille melodie, oltre a migliaia di poesie che a tutt’oggi, dopo quasi un secolo, non son state pubblicate: autentiche testimonianze della cultura popolare, ma sicuramente di non rilevante contenuto rivoluzionario stando ai pochi esempi editi. La mia ricerca si è rivolta a repertori di ogni tipo: dai canti carnascialeschi o erotico-sentimentali a quelli religiosi, da quelli anarchici a quelli di protesta sociale, a quelli sacri o spirituali. Ma in quel periodo o cantavi chi voleva ammazzare il padrone, o “impiccare il papa con le budella dell’ultimo re” o eri indicato un collaborazionista, un nostalgico fascista, e anche se la mia visione del folk era in quegli anni condivisa da eminenti figure della sinistra italiana, primo fra queste Pier Paolo Pasolini, restò un’idea sospetta, minoritaria e non riconosciuta e accettata nei grandi circuiti nazionali. Vuoi un esempio ? Il Centro Flog Tradizioni Popolari di Firenze fondato nel ’75, e attivo dal ’76, quando io aveva già all’attivo vari successi discografici e teatrali, ha ignorato fino ad oggi la mia ricerca e la mia riproposta. Conseguenza naturale è che io sia rimasto fuori dalle manifestazioni nazionali ed internazionali organizzate all’ombra del partito e da tutte quelle comunque riconducibili ad un fazioso monopolio culturale. Sono andato avanti contro corrente, insistendo con pervicacia a lottare ……. con i mulini a vento. Una seria ricerca artistico culturale non può essere unilaterale e riguardare un solo aspetto della vita di un popolo… e poi diciamolo… spesso i canti di protesta sono anche piuttosto bruttini mancano di lirismo poetico, a parte alcune eccezioni come l’intramontabile repertorio di Pietro Gori. Quando poi sono belli intervengono gli interpreti con certe riproposte “tarantellate” che offendono l’eleganza intellettuale dell’anarchia di fine ottocento. Se tu difendi un popolo devi far emergere la sua grande anima, devi scavare nei meandri della sua visione del mondo, per far risaltare l’ingiustizia sociale subita e suscitare sdegno devi saper cogliere e sottolineare la sua nobiltà, la sua superiorità culturale, ideale e politica intesa come capacità di pensare il futuro, una superiorità alla quale il potere non ha voluto dar ragione. La musica popolare contiene la visione del mondo di un popolo, studiarla a 360 gradi permette di restituire al presente il suo vero passato. Ancora oggi sogno di approfondire la mia ricerca sugli archivi dimenticati per ricostruire la vita intera degli uomini che ci hanno preceduto che non può essere ridotta a una battaglia elettorale. 

Raccogliere la tradizione, studiarla e poi interpretarla, hai cominciato così? Il mio interesse per la tradizione è profondo e si è da subito rivolto non solo ai repertori ma anche e soprattutto ad una componente sottovalutata da tutta la cultura “ufficiale”: la vocalità. 
Ho sempre riconosciuto alla musica popolare il grande merito di difendere la vocalità di un popolo, espressione profonda della sua storia e sono convinto che solo nelle campagne, quelle degli anni sessanta, si poteva ritrovare quella lingua originale popolare. Ora le tonalità sono inquinate dalla televisione, dal telefono e sono lontane da quella vocalità salvata solo dal canto popolare. Le voci di allora erano voci di uomini e donne che vivevano all’aperto e modulavano i toni e le espressioni nel loro ambiente naturale fatto di suoni e rumori naturali. Studiando i materiali cartacei delle musiche medievali, alla ricerca delle radici, incontrando documenti acusticamente morti mi sono posto una domanda che ha orientato tutto il mio lavoro: “Esiste una vocalità da difendere oltre che un repertorio da proteggere? Con quale voce dovremmo interpretare quei canti antichi?” Andando avanti negli anni ho trovato una spiegazione basata su considerazioni così interessanti e valide da esser stato chiamato anni fa a darne comunicazione al Parlamento Europeo in una conferenza sull’importanza per l’espressione poetica del rispetto della sonorità dei fonemi della madre lingua e dunque della vocalità quale parte integrante di una cultura. 

Sei autore di moltissimi brani, alcuni noti e molto famosi e altri ancora nel cassetto. Raccontaci come dividi la tua arte tra riproposizione e creazione... 
Quando cominciai non pensavo di poter mai scrivere canzoni. Poi ho provato e usando uno stile vicino alla poesia popolare, utilizzando molto i metri italiani classici, endecasillabi e ottonari, ho composto molti brani e anche con un certo successo. La riproposta invece nasce dal mio interesse personale per la musica tradizionale toscana e solo nel 1962, quando il prof. Piero Adorno mi chiese di fare delle conferenze sull’argomento, scoprii di poter condividere questa passione comunicandola agli altri. Mi resi conto che volendo essere comunicativo ed efficace diventavo teatrale con estrema naturalezza e che il palcoscenico in qualche modo mi apparteneva. Nei miei spettacoli, che parlano sempre di Toscana e di toscanità, le mie canzoni convivono con la riproposta popolare. Sono un toscano che in qualche modo interpreta se stesso: l’ironia, il sarcasmo di uno che fa la guerra con gli stornelli, il pudore del sentimento, tipico di che crede che la sua intelligenza lo renda “culo e camicia” con il Padreterno. Il canto comico toscano, graffiante e provocatorio, sembra superficiale e qualunquista ma contiene sempre sottili riferimenti di denuncia. I canti dolorosi di protesta vanno riconosciuti alla tradizione emiliana, lombarda, romagnola, i canti di ironica denuncia dei difetti del mondo alla nostra Toscana. 

Ti sei esibito con il grande Roberto Murolo, parlaci di quell’esperienza. 
Nel 1967 vengo chiamato a cantare con Roberto Murolo. Io lo ammiravo moltissimo, lo consideravo un grande maestro. Ricordo ancora i suoi primi dischi, una prima raccolta di canti popolari napoletani che spaziava da fine cinquecento a inizio ottocento. Erano dei piccoli trentatrè giri, di piccolo diametro, che contenevano 10 canzoni circa, avevano una copertina bianca con delle belle incisioni antiche. Da quelle prime registrazioni nacque in seguito la grande collana della Durium “Napoletana”. Avevo tanto apprezzato quel repertorio antico, popolare ma colto. Mi avevano colpito soprattutto la dolcezza della vocalità di Roberto tipicamente napoletana e la bellezza dei testi. Ascoltando quei dischi pensavo: Potessi arrivare a cantare così ! E sorprendentemente qualche anno più tardi arrivò quest’invito ad affiancarmi a Murolo che mi fece tremare le vene e i polsi, ma prima di accettarlo volli che lui mi ascoltasse e andai a trovarlo a Napoli, nella casa che era stata di Ernesto Murolo, e cantai per lui tra quelle mura, come nel tempio della canzone napoletana. Ebbi l’ardire di cantare anche qualche canto napoletano che guarda caso lui non conosceva: “Ma guarda se dovevo trovare un fiorentino che mi insegna dei canti napoletani!” Superai la prova e affrontammo insieme il pubblico più volte e frequentandolo aggiustai il mio napoletano e i segreti di quella vocalità. Fu un connubio perfetto tra noi: lui maestro della più elevata musica tradizionale, io che, più giovane di un venticinque anni, portavo un repertorio toscano brioso e spigliato. Fu contento di “ intrupparsi con me”, e io con lui. Furono due anni belli e significativi che mi hanno dato coraggio e motivazione nel continuare a interpretare anche la canzone napoletana che ancora oggi rimane uno dei miei repertori preferiti. La canzone napoletana fino agli anni venti la trovo meravigliosa, dopo gli anni trenta inizio un lento declino in cui perderà via via la sua vocalità originaria. 

Hai portato la cultura toscana nel mondo, hai cantato in Giappone, in America in Australia, come sei stato accolto, che tipo di attenzione hai ricevuto all’estero? 
Sono state occasioni soprattutto culturali, incontro tra paesi, incontro tra civiltà che ti mettono in contatto con un pubblico sconosciuto, variegato, con il quale ho potuto sfoggiare la mia voce italiana. Presentando un repertorio melodico, napoletano ma anche toscano del seicento che è ricco di grande melodia, adatto alla mia voce fortunatamente dotata di notevole estensione, ho sempre ottenuto il gradimento e il rispetto del pubblico, anche quando non comprendeva la lingua, perché con la musica l’interiorità e l’anima dei canti passa al di là delle parole. Mi si riconosce una certa capacità comunicativa e lo straniero apprezza molto l’interpretazione. Riesco a esprimere il cuore delle canzoni e il pubblico entra in sintonia con questo modo di cantare. Talvolta mi sono trovato in situazioni anche disarmanti come a Philadelphia: ero solo, in un anfiteatro all’aperto su di un palco per grandi orchestre, con duemila spettatori davanti, ed ebbi l’intuizione di affidarmi al bel canto, alle grandi melodie italiane. Non solo conquistai l’attenzione e gli applausi ma con certi brani più briosi e ritmati trascinai il pubblico a scendere nella platea dell’anfiteatro e a ballare. In Giappone fui tanto apprezzato la prima volta che alcuni anni dopo fui richiamato e mi misero a disposizione un’orchestra straordinaria, 25 mandolini e 10 chitarre, e un direttore d’orchestra al mio comando: costruimmo delle serate indimenticabili con repertorio napoletano e toscano. Un’ altra grande soddisfazione l’ho avuta nell’aver cantato a New York per dei festeggiamenti in onore di Marsilio Ficino, in uno spazio straordinario: la Morgan Library & Museum, tempio della cultura rinascimentale. Fu un evento di un’audacia intellettuale straordinaria che onorava la cultura fiorentina e italiana, svoltosi però nell’ ignorante indifferenza di tutti i media italiani. Riferisce Marsilio Ficino, nel primo capitolo del suo Commentarium in Convivium Platonis de Amore, che nella sua villa di Careggi nel 1468 per celebrare la ricorrenza del 7 novembre, giorno in cui nacque e poi anche morì Platone, uno scelto gruppo di uomini di cultura e di scienza su invito di Lorenzo il Magnifico, si incontrò a cena per un banchetto secondo le regole enogastronomiche di Platone. Questo evento è stato ricreato negli Stati Uniti nel 2002 , The Neoplatonic Dinner at the Morgan Library, allietato dalle mie canzoni rinascimentali, ma ciò in patria non è sembrato interessare nessuno! 

Spesso usi una citazione di Léopold Sédar Senghor che mi piace ricordare: “dove senti cantare fermati, i malvagi non hanno canzoni”. La voce prima di tutto, è questo che pensi? 
La citazione appartiene alla mia gioventù, ricordo che al liceo rimasi colpito da questa massima che subito annotai ed oggi ancora mi illudo, e spero ardentemente, che la voce possa essere specchio di un’anima e dunque un test sulla malvagità dell’uomo. Lorenzo il Magnifico definì il canto ispirato come un parlar musico, espressione di un’eleganza irraggiungibile, secondo me molto superiore a quella ben più nota del recitar cantando della Camerata fiorentina di Vincenzo Galilei di un secolo dopo. Quest’ultima sottolinea l’eleganza, la gentilezza del cantore che affascina chi ascolta, mentre il parlar musico è proprio il vertice della tradizione toscana. La voce secondo me è il fiato, il respiro che uscendo dai polmoni passa accanto al cuore colorandosi dei suoi sentimenti prima di vibrare tra le corde vocali per divenire suono, parola. Il cantore del recitar cantando cinquecentesco era accompagnato da un liuto ed era naturale che la sua voce la facesse da padrona e Vincenzo Giustiniani la definì la più alta forma di espressione musicale, ma pensiamo invece a quelle straordinarie voci istruite nell’arte del bel canto che sovrastano i 90 elementi di un’ orchestra verdiana…è fenomenale la forza della voce umana. 

E le tue chitarre? Con la chitarra lyra sei diventato un’icona inconfondibile, con la tua chitarra battente, originale del ‘600, hai potuto riproporre sonorità preziosissime e spesso sconosciute. Come nasce la passione per questi strumenti? 
Io ho sempre pensato intuitivamente che questi repertori andassero riproposti con l’accompagnamento essenziale di una chitarra poi ho scoperto un documento di un musicologo del cinquecento che afferma che la più prestigiosa forma di arte musicale è la voce umana accompagnata da uno strumento a corda in quanto mette in luce l’abilità del cantante che può dimostrare tutta la sua capacità o incapacità perchè niente lo difende, niente lo copre. La chitarra lira era già presente nel seicento in rivalità con le tiorbe e i chitarroni, come già trionfava la chitarra battente come testimonia molta iconografia del tempo che ho attentamente analizzata. La mia chitarra battente, barocca, è uno strumento originale seicentesco e mi permette di riproporre la musica fiorentina di quel periodo come nessun’altra chitarra. La chitarra battente in seguito è scomparsa in toscana per sopravvivere nel sud, un sud sempre fortemente legato a Firenze e alla Toscana sia nel cinquecento che nel seicento. Esistono villanelle napoletane, ma anche toscane…pensa che l’ Accademia Senese dei Rozzi, già nel quattrocento frequentava la corte napoletana e creava la moda del teatro musicale ispirato al mondo dei contadini, i villani, i rozzi.! La chitarra battente che uso io è un’ originale del 600 fiorentino, mentre la chitarra lyra da me più usata, fra le tante che ho, è un’ ”ala di aquila” del Mozzani. 

Parlaci del tuo rapporto di amore e odio con Firenze, la tua città. Un popolo che ti adora e istituzioni che ogni tanto ti fanno soffrire… 
Noi fiorentini siamo così “ognun per sè e Iddio per tutti” “siamo tutti geni e uno in più e uno in meno ‘un fa differenza” “profeti in patria MAI!” individualisti. E’ toccato anche a Dante ! e intanto ci tagliamo le gambe l’un con l’altro. Poi ci sono le istituzioni che dovrebbero esser colte e aggiornate e invece ancora non sanno che il Marasco non canta solo la LALLERA ma per esempio ha ricostruito attraverso la musica popolare la storia del Risorgimento Italiano, quella degli anni di Lorenzo il Magnifico, la vita di Odoardo Spadaro … La gente mi segue grazie ai social network, finché questi durano perché tra un po’ tapperanno la bocca anche a loro. Vi sono in rete oltre diecimila persone interessate alla mia musica e seguono i miei concerti, sapendo dove e quando. Diecimila sono tanti considerato che non appaio quasi mai in televisione, non passo in radio e via dicendo… 

Ti ho conosciuto nel 1995 e da allora più di 500 concerti insieme e quattro opere discografiche. L’incontro con il mandolino e con la famiglia dei plettri italiani, la ritmica della chitarra battente che forse ti ha fatto ricontattare le tue origini calabresi e soprattutto il nuovo dialogo musicale con un compagno di palco. Cosa è cambiato per te che fino a quel momento eri abituato a esibirti quasi sempre solo con la tua chitarra?
Il mandolino è uno strumento importante presente nella mia famiglia da molto tempo. Il mio bisnonno Amerigo Parrini, valente chitarrista, cultore degli strumenti a corda, (a lui si deve l’introduzione dell’insegnamento della chitarra nei Conservatori Musicali, le prime ricostruzioni di antichi liuti e tiorbe e il recupero e l’esecuzione delle antiche intavolature) fu concertista di mandolino e di mandola e mi ha lasciato un’intera biblioteca sugli strumenti a plettro da me conservata religiosamente e alcuni mandolini andati dispersi per gli eventi tristi della vita. Il mandolino inoltre mi ricorda l’eccezionale mio incontro con il più grande mandolinista italiano del ‘900, Giuseppe Anedda. Senza questo grande maestro non si assisterebbe oggi in Italia al ritorno del mandolino, perché fu lui a farne riviere le antiche glorie, fece ripristinare le cattedre di mandolino nei conservatori. Dedicò la vita a questo strumento e alla formazione di una nuova classe di musicisti. Ebbi la fortuna di condividere con Anedda il mio secondo concerto con Murolo. Eravamo a Maratea e durante quel nostro soggiorno scrissi la mia prima canzone in napoletano e dopo averla ascoltata e apprezzata il Maestro volle arricchirla improvvisando un virtuosistico intervento con il suo prestigioso mandolino. Fu una grande onore per me. Possiedo ancora questa incisione dal vivo in cui il maestro Anedda interpreta in maniera formidabile la mia canzone. Suonare con un compagno significa concordare assieme una scaletta e questo per me talvolta risulta difficile perché stabilire un rapporto diretto con il pubblico significa anche improvvisare, ma ho avuto la fortuna di incontrare un professionista di primo ordine che grazie alla sua abilità può stare sul palco alla mia maniera e di questo sono felice perché garantisce la valorizzazione di questo repertorio, il mandolino è uno strumento principe, è la ciliegina che corona e nobilita qualunque torta! 
  
I tuoi repertori spaziano in maniera impressionante: i canti tradizionali, gli autori toscani, le tue canzoni, le laudi Mariane, i canti del Risorgimento e forse dimentico qualcosa. Emerge un Marasco colto, curioso, ricercatore rigoroso, capace di trasformare tutto in bellissimi spettacoli: “Metti un giullare in piazza”, “Pace non più guerra”, “Un bacione a Firenze”, “Dal Cupolone si vede il Vesuvio”, “Libertà va cercando”. Come porti avanti il tuo approccio a questi repertori così variegati. Quali sono gli eventuali legami musicali e antropologici che li uniscono? 
Li porto avanti perché sono tutti repertori che raccontano l’uomo, cantano momenti dell’animo umano, la sofferenza del popolo, i suoi ideali, i suoi sentimenti e tutto ciò che appartiene al cuore dell’uomo ha diritto di essere rispettato, conosciuto, tramandato affinché diventi saggezza per tutti gli altri. 

La tua discografia dal 1969 al 1989 è fondamentalmente basata su incisioni con solo voce e chitarra, parlaci di quei lavori discografici e cosa volevi comunicare in quel periodo. 
Non avevo possibilità di inserire nessun altro, non è facile condividere progetti culturali che non hanno grossi riscontri economici, ci vuole passione, entusiasmo e competenza. Credo nella forza del cantore che possa raggiungere anche da solo i suoi obbiettivi e in quel periodo comunque ho portato avanti come potevo ciò in cui credo. 

Poi, dopo il nostro incontro, hai fermato alcuni dei tuoi repertori con nuove incisioni discografiche vuoi illustrarci gli ultimi tre Cd: “Pace non più guerra”, “Bacione a Firenze” e “La mia Toscana”? Come nasce l’idea e quale è stato il percorso per la loro realizzazione che ha coinvolto molti musicisti del folk italiano e in particolare i Musicanti del Piccolo Borgo? 
Queste nuove incisioni raccolgono materiali frutto delle mie ricerche che volevo far conoscere e che tenevo da parte da tempo. Oggi un disco di sola voce e chitarra ha un impatto troppo debole nell’ascoltatore e c’è la necessità di strutturare intorno al canto un arricchimento strumentale più funzionale alla comunicazione. Il coinvolgimento di altri musicisti, come me appassionati di questi repertori, rappresenta un ulteriore passo avanti nella salvaguardia di questo patrimonio sonoro del passato. In questi nuovi dischi abbiamo mantenuto il pieno rispetto delle melodie e dei testi originari ma, a differenza dei precedenti, abbiamo colorato il tutto con tanti strumenti della tradizione italiana che sapientemente da te arrangiati hanno sicuramente valorizzato questa riproposta, dandogli un più ampio respiro e piacevolezza di ascolto. 

Vieni considerato l’erede di Odoardo Spadaro; lo hai studiato a fondo e canti da sempre le sue canzoni, raccontaci qualcosa di questo rapporto fra i due grandi della fiorentinità. 
La ricerca la cominciai molti anni prima in attesa del centenario della sua nascita. Ebbi modo di conoscere la vedova di Spadaro e la aiutai a ritrovare documenti persi durante l’alluvione del 1966, sentii questa ricerca come un dovere, non accettavo che un musicista che aveva dato tanto a Firenze finisse per essere dimenticato. 

Non c’è concerto nel quale non ti viene richiesto “Teresina” o “La lallera”, sono i brani che probabilmente ti hanno consacrato soprattutto in Toscana, li ami ancora o qualche volta li senti come un “fardello” di cui vorresti fare a meno? 
Li amo ancora, nei miei concerti ricreo in qualche modo una veglia che alla luce di quel momento ha una sua unicità, introduco questi canti in un tessuto teatrale ogni volta diverso e non mi annoio e soprattutto non si annoia il pubblico. 

Cinquant’anni di concerti nei quali doni, generoso, la tua voce al pubblico, provi ancora emozione e quella giusta dose di adrenalina prima di salire sul palco? 
Sempre, grazie a Dio, sì! Ringrazio Dio in anticipo se mi vorrà far seguitare ancora a lungo in questa mia vocazione. Non si può dare emozioni al pubblico se prima non esistono in noi. 

Secondo me hai composto due capolavori dedicati alla tua città, due brani storici: “L’alluvione” e “Firenze bottegaia”, raccontaci con quale stato d’animo li hai scritti e cosa hai provato recentemente quando migliaia di fiorentini in Piazza della Signoria si sono per l’ennesima volta commossi al loro ascolto. 
L’alluvione” è il ricordo doloroso di un fatto che mi auguro non succeda più, è una canzone che con l’ironia esorcizza gli effetti di quell’evento e di una sua probabile ripetizione, e mi fu suggerito in una spensierata serata di allegria giovanile e la incisi qualche anno dopo. “Firenze Bottegaia” invece denuncia la fine di una Firenze a me cara, e ti confesso che nel comporla c’era la speranza di richiamare su quel degrado strisciante l’attenzione delle istituzioni e delle autorità, di scuoterle assieme alle migliori forze cittadine, speranza risultata vana. I fiorentini in Piazza alla Signoria hanno urlato tre anni fa: “Cantala e suonala al Sindaco” ! Ma a quali e quanti sindaci avendola composta e presentata già nel 1989 ? 

Negli anni ’60 sei stato fra i primi a cantare il folk italiano, con la tua esperienza cosa pensi della musica popolare oggi in Italia e in particolare delle nuove generazioni che si affacciano a questo mondo? 
Bene che le nuove generazione si affaccino a questo genere, abbiamo visto seguire al primo folk revival degli anni sessanta un secondo periodo di cui anche i Musicanti del Piccolo Borgo hanno fatto parte e ora assistiamo a una terza fase basata sulla musica da ballo. Siamo in un’epoca della fisicità ritrovata sulle orme delle culture straniere. Penso che le nuove generazioni dovrebbero studiare più approfonditamente questo aspetto presente nel nostro passato per ritrovare una verità culturale: non eravamo dei pezzi di legno! Quanta diffusa ignoranza tradisce spesso la cultura del nostro sconosciuto passato. 

Ti hanno definito menestrello, cantastorie raffinato, la voce di Firenze ma qual è la definizione, aldilà dello stereotipo, che pensi ti appartenga di più? 
Menestrello nella cultura europea ha un significato nobile si rifà ai trovatori medievali, da noi un po’ meno… sa di lezioso, di falsamente teatrale. La “voce di Firenze” mi piace, valorizza la vocalità e i significati semantici che la parola voce porta con sé. Ma ricordo con orgoglio anche l’espressione con cui la cara amica Wanda Ferragamo nel Novembre del 1999 mi presentò a Hillary Clinton in visita a Firenze: “Riccardo Marasco, il sorriso di Firenze. 

So per certo che hai in mente tanti progetti per il futuro, quali? 
Progetti tanti e speranze poche se la Provvidenza non mi da qualche segno di condivisione. Produrre cultura con lo spettacolo è un’avventura imprenditoriale che richiede l’incontro di tre o quattro fattori. Sono fiorentino ma ho capito che raggiungere un traguardo nella vita è come vincere il Palio di Siena: occorre l’incontro del cavallo buono con il fantino buono, di molti soldi e … tanto culo! Nel mio settore musicale ci vogliono capacità personali, passione, salute, e un progetto tracciato e condiviso da un bravo e convinto editore e da un furbo e abile agente teatrale ! Comunque fra i tanti ambiziosi repertori che potrei ancora presentare nutro anche un obbiettivo di minima: completare una trilogia di canti religiosi. Dopo i canti natalizi vorrei fare quelli pasquali e una raccolta di canti mariani. Se non altro perché, più poi che prima, succederà anche a me che, come a quei due vecchi professori della posteggia napoletana cantati dal grande E.A.Mario, potrebbero essere un buon lasciapassare. Ma te non ti preoccupare perché ci vado prima io da solo a controllare che sia tutto a posto, dal palco, al service, ad una ben fatta pubblicità perché anche lassù quando ci vado voglio aver successo. 

Grazie maestro, non solo per questa intervista ma per la possibilità che ho, da anni, di condividere con te la mia grande passione per la musica. 





Riccardo Marasco – Il Porcellino (Birba Edizioni Musicali) 
Inciso dal vivo in studio nel settembre del 1972, di fronte ad “un ottantina di persone della lingua toscana appassionate e di Firenze innamorate”, e pubblicato nel dicembre dello stesso anno, “Recital Di Canzoni - Le Più Ridiculose e Dilettevoli Che Vanno Oggi Per Fiorenza”, fu subito un grande successo, e per anni è stato considerato il disco fiorentino per eccellenza in cui Riccardo Marasco, da “maledetto toscano” esprimeva tutta la sua vena comunicativa sanguigna, ironica e disincantata. A distanza di quasi trent’anni e sulla spinta delle tante richieste che ormai da anni gli giungevano dai suoi estimatori, nel 1995 il musicista e ricercatore toscano reincise completamente quel suo storico album, e per l’occasione venne cambiato anche il titolo ne “Il Porcellino”. Lasciata invariata la formula classica dei primi dischi, che lo vedeva protagonista in solitario alla voce e alla chitarra, Riccardo Marasco ripropone i medesimi brani, che nel loro insieme componevano un vero e proprio atto d’amore dell’autore nei confronti della sua città, fotografandolo alle prese con un repertorio brillante e spiritoso che mescola ironia e doppi sensi. Ad aprire il disco è l’irriverente “I’ Ffattaccio”, in cui il musicista toscano rilegge in chiave comica la cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva, a cui segue “Signora Beatrice” in cui la donna angelicata cantata da Dante nella Divina Commedia si lamenta del suo amante, che “tutto il giorno fa la commedia, poi la notte la passa in su’ canti”. I ricordi di un ormai vecchio dongiovanni di “Ne Avevo Una” di Nando Vitali, fanno da apripista al primo vertice del disco, ovvero “L’Alluvione” in cui Marasco racconta con il suo inimitabile stile pungente la famosa alluvione che colpì Firenze il 4 novembre 1966. Se la travolgente ballata piena di doppi sensi, “La Lallera”, rappresenta uno dei brani simbolo di tutta la produzione artistica del musicista fiorentino, la successiva “Via Panicale” è invece l’altra faccia della medaglia descrivendo un amore da “due cuori ed una capanna”. L’omaggio a Odoardo Spadaro de “Il Balconcin Fiorito” ci conduce al finale con la sorprendente “La Capannucia” in cui viene riscritta la storia della Santa Notte di Natale con la nascita di due gemelli invece che del solo Gesù, mentre “gli arabi e gli ebrei tornano a dessi botte”. Chiude il disco l’esilarante “La Wanda”, la cui sorpresa finale per il protagonista rappresenta uno dei migliori esempi dell’esplosiva creatività di Riccardo Marasco. Per quanti volessero approcciare la canzone del musicista e ricercatore fiorentino, Il Porcellino è senza dubbio il punto di partenza necessario da cui partire per addentrarsi nel ricchissimo patrimonio della canzone toscana. 



Riccardo Marasco e I Musici Di Acanto – Pace Non Più Guerra (Birba Edizioni Musicali) 
A distanza di sei anni da “Ma Firenze… La Congnoschi?”, in cui storie fiorentine di struggente dolcezza si mescolavano a brani umoristici e spiritosi, Riccardo Marasco nel 1997 pubblica uno dei dischi più importanti di tutta la sua carriera ovvero Pace Non Più Guerra, che raccoglie i risultati di una lunga ricerca, durata oltre trent’anni, sulle tradizioni popolari e religiose della Toscana, ed in particolare su un ampio repertorio di musica sacra, attinto da manoscritti dei secoli XII-XV, dalle edizioni a stampa dei secoli successivi e dalla tradizione orale. A differenza dei suoi primi lavori, questo disco si caratterizza per la presenza al fianco di Riccardo Marasco di un gruppo, i Musici di Acanto ovvero Marika Spiezia (voce), Elvira Impagniatiello (voce), Stefano Tartaglia (voce, flauto dritto barocco, ciaramella, zampogna), Franco Giusti (chitarra), Riccardo Mancini (contrabbasso), Gianni Zito (percussioni), e soprattutto Silvio Trotta (chitarra battente, mandolino, mandola, mandoloncello, violino, violoncello, chitarra). Ciò che sorprende ed affascina l’ascoltatore è che questi brani sono stati arrangiati come se non avessero mai abbandonato il tempo a cui appartengono, ed in questo senso importante è stata sia la scelta di utilizzare strumenti antichi come una chitarra battente del Seicento usata da Silvio Trotta, sia l’approccio delle voci che ricorda da vicino certe aperture polifoniche delle confraternite. Ascoltare questo disco, significa quindi fare un viaggio nel tempo, nel quale riascoltare queste preziose gemme come se fossero cantati dalla viva voce degli artigiani o dei contadini appartenenti a quelle compagnie devozionali, che a partire dal Duecento sorsero tra toscana ed umbria. Ogni chiesa aveva la sua confraternita in cui la gente comune, come i nobili e i signori si ritrovavano a cantare le laudi per i vespri della sera, e non è un caso che anche Lorenzo Il Magnifico, con il Poliziano abbiano lasciato diverse laudi bellissime tra i loro scritti. Questi canti, nati in un periodo storico in cui la Toscana era dilaniata dalle guerre, avevano anche una forte importanza sociale perché veicolavano importanti messaggi teologici, ed è così che si tocca con mano la spiritualità del popolo, quella più pura e sentita. Dal punto di vista prettamente filologico, determinante per la fruibilità del disco è stata la scelta di operare alcune modifiche linguistiche ai testi, permettendo a questi ultimi di tornare realmente a nuova vita, proprio come se avessero subito le modifiche del tempo e fossero ancora in un uso oggi. Durante l’ascolto colpiscono brani come l’iniziale “Dal Ciel Venne Messo Novello” del XIII Sec., e la successiva “Altissima Luce” del medesimo secolo, tuttavia ciò che tocca veramente il cuore, è la dolcezza infinita che traspare da alcuni brani come “Ninna Nanna Al Bambin Gesù”, una ninna nanna struggente che si immagina cantata al piccolo Gesù dalla Nonna Anna, e da cui trapela il futuro ineluttabile della croce, che lo attende. La stessa preconizzazione del martirio si ritrova in “Fai La Nanna Bambinello”, ma ciò avviene attraverso la metafora del lupo e dell’agnello, segno evidente di una spiritualità non colta ma certamente non meno sentita. "Pace E Non Più Guerra" rappresenta così un disco unico nella scena musicale toscana, perché recupera e dona nuova vita ad un repertorio di grande fascino tanto musicale quanto storico e religioso. 


Riccardo Marasco – Bacione a Firenze, Riccardo Marasco canta Spadaro (Birba Edizioni Musicali) 
“Le sue canzoni dovrebbero essere nel cuore e sulle labbra di ogni fiorentino, le sue melodie dovrebbero essere negli orecchi di ogni toscano, la sua arte spensierata e la sua ironia toscana dovrebbero essere note e familiari ad ogni italiano. Per questo desidero riproporvele qui come fossero ancora vive nella tradizione di strada, come se nelle calde serate estive fiorentine quelle immagini e melodie risuonassero ancora e, cadute dagli strumenti dei posteggiatori, rimbalzando sulle pietre di vicoli e piazzette, fossero giunte fino a noi senza mai spengersi”, così Riccardo Marasco presenta nella note di copertina Bacione a Firenze, disco che celebra ed omaggia Odoardo Spadaro, artista fiorentino poliedrico ma soprattutto autore di alcune della canzoni più belle della tradizione toscana. Accompagnato dall’inseparabile Silvio Trotta (mandolino, mandola, mandoloncello, chitarra battente, chitarra acustica, organetto e tamburello), e da Jessica Lombardi (flauto classico, tin whistle, flauto irlandese, piva emiliana, bodhran, cajon, cucchiai, ovetto e cembalo), Alessandro Bruni (chitarra classica) e Nicola Barbagli (fisarmonica ed oboe), Riccardo Marasco rilegge tredici splendidi brani del cantautore fiorentino. Si tratta di storie intime della piccola quotidianità popolare, di ballate dolci e poetiche ma soprattutto di veri e propri atti d’amore verso la sua Firenze. Si spazia così dalla splendida “Ninna Nanna Dell’Arno” alle più celebri “Il Balconcin Fiorito” e “Ninna Nanna Delle Dodici Mamme”, fino a toccare il brano simbolo di Spadaro quella “Porta Un Bacione A Firenze”, che da sempre è l’inno dei fiorentini lontani dalla loro città, e che fu scritta dal cantautore fiorentino durante il suo soggiorno a Parigi. Dal punto di vista prettamente musicale piace la scelta di colorare i brani con arrangiamenti che rimandano ora alla musica irlandese ora alla tradizione appenninica, il tutto senza perdere la potenza lirica delle singole composizioni, ma piuttosto arricchendole e donandogli una nuova vita. Bacione a Firenze è dunque un disco necessario perché getta nuova luce sullo splendido repertorio di Spadaro, un atto d’amore che solo un fiorentino altrettanto innamorato della sua città come Riccardo Marasco avrebbe potuto fare. 



Riccardo Marasco - La mia Toscana (Birba Edizioni Musicali) 
“Questo album nasce per evitare che venga murata la mia finestra su la mia Toscana”, così Riccardo Marasco sintetizza l’idea che lo ha spinto a realizzare La Mia Toscana, disco che giunge a sei anni di distanza dal precedente Bacione A Firenze. Se in quest’ultimo veniva omaggiato il poeta e il cantautore di Firenze, Odoardo Spadaro, questo nuovo album è invece un viaggio nella ricchissima ed affascinante tradizione musicale toscana alla riscoperta di serenate, stornelli, rispetti, storie, canzoni a ballo e ninne nanne. Per l’occasione ad accompagnarlo troviamo un ampio gruppo di musicisti guidato dall’immancabile Silvio Trotta (mandolino, mandoloncello, chitarra battente), e composto da Jessica Lombardi (flauto irlandese, tin whistle, cucchiai), Alessandro Bruni (chitarra, contrabbasso), Cesare Guasconi (ghironda), Francesco Fidel (violino), Mauro Bassano (organetto), Gianmichele Montanaro (tamburelli e percussioni), Niccolò Curradi (violoncello), Giorgio Albiani (chitarra), Nicola Barbagli (oboe) e Stefano Tartaglia (piffero), i quali con i loro strumenti arricchiscono gli arrangiamenti dei vari brani, che rimandano ora alla musica antica ora alla tradizione anglo-irlandese, ora anche a quella della dorsale appenninica. A fare la differenza è però la voce di Riccardo Marasco, forte, ricca ed intensa, in grado di passare da canti antichi come “Bella Mia Questo Mio Core” del XVII sec. alla dolcissima “Ninna Nanna di Pitigliano” fino a toccare gli Stornelli che rappresentano la parte più bella e coinvolgente di questo disco. A brillare in modo particolare durante l’ascolto sono vere perle come “Bella De Castell’A Mare” di Girolamo Melcarne detto Il Montesardo, la cui esibizione notturna in Piazza Duomo a Firenze nel 1608 restò famosa per questo canto, il canto a ballo de “Cirindore Cirindella”, o ancora la travolgente e licenziosa “E Voi Caterinella” nel cui arrangiamento brilla l’intreccio tra chitarra battente, organetto e tamburello. Parimenti di grande intensità sono anche la serenata “Alla Finestra Affacciati” in cui il mandolino di Silvio Trotta dialoga con la chitarra lyra di Marasco, il contrasto tra un giovinotto e l’amante de “La Pezzola” il cui arrangiamento rimanda a certe ballate rinascimentali, o ancora il canto d’amore “Dove Tu Te Ne Vai Bel Pecoraro”. Opera tra le più importanti ed autorevoli della sua produzione, La Mia Toscana rappresenta uno dei dischi più compiuti sulla tradizione musicale toscana e questo sia per lo spessore della ricerca che ne è alla base, ma soprattutto per la capacità di Riccardo Marasco di riuscire ad esserne interprete impeccabile ed innamorato. 



Salvatore Esposito