Fabrizio Poggi, Alla Scoperta Del Soffio Dell’Anima Sulla Harpway 61

Bluesman puro sangue come ce ne sono pochi in Italia, ma anche divulgatore e profondo conoscitore dell’American Music, Fabrizio Poggi è una ormai una leggenda del blues in Italia, e questo non solo per le sue continue collaborazioni con diversi musicisti di oltreoceano, ma piuttosto per il suo approccio musicale diventato negli anni un vero marchio di fabbrica. Per Fabrizio Poggi il blues non è un esercizio di stile, ma qualcosa di molto più profondo ed intimo, è quasi un mettersi in comunicazione con la sua anima e lasciarla riflettere nel canto, e nel soffio della sua armonica. Proprio all’armonica è dedicato il suo ultimo disco Harpway 61, prodotto e pubblicato dalla Blues Foundation di Memphis, l’associazione internazionale che si occupa di diffondere e preservare il blues, e di aiutare i musicisti blues in difficoltà. Insomma questa, era l’occasione più giusta per intervistarlo, e per approfondire con lui di questo nuovo progetto, i due apprezzati dischi Freedom & Spirit e Live In Texas, ma soprattutto parlare del suo amore per l’armonica. 

La tua carriera è stata caratterizzata da numerose collaborazioni con artisti americani, e un esempio ne sono i tuoi ultimi dischi Spirit & Freedom e Live In Texas. Ci puoi raccontare queste esperienze? 
Le mie collaborazioni con artisti d’oltreoceano risalgono al lontano 1995 e poi sono proseguite negli anni. Già nel mio terzo disco “Heroes and Friends” c’erano Zachary Richard, Billy Gregory e tanti altri. La cosa è poi proseguita con le mie registrazioni in America del 1997 e 1998 (fui un vero pioniere in questo senso) in cui duettai tra gli altri con Jerry Jeff Walker e Jimmy LaFave. Nel 2008 per il disco “Mercy” coinvolsi anche Garth Hudson di The Band, Rob Paparozzi e Seth Walker. E’ stato comunque un lungo percorso. Ho cominciato a suonare nei primi anni novanta a New Orleans entrando con la mia armonica in “casa d’altri” con molta umiltà, bussando e chiedendo sempre permesso. Piano piano, con onestà di intenti, mi sono costruito una reputazione che mi ha permesso di arrivare ben oltre le mie più rosee aspettative. Ho realizzato tanti sogni. E anche il tour da cui è scaturito il “Live in Texas” non è che uno di quelli. Anche qui c’è un episodio interessante che fa capire che non c’è nessuna strategia dietro l’emozione di questi grandi incontri. Flaco Jimenez era arrivato per suonare come da contratto con il suo manager quattro canzoni. E per me andava bene così. D’altronde è anziano ed è una star. Alla fine però si è divertito così tanto che ha suonato praticamente tutta la sera riempiendomi di lodi e di sorrisi. E io pensavo al ragazzo che ero e a quando mi sono innamorato della sua fisarmonica sui dischi di Ry Cooder. Riesci a immaginare cosa succedeva dentro di me mentre suonavo il mio piccolo organetto di fronte a uno dei più grandi fisarmonicisti del mondo? 

Quanto ha inciso nel tuo percorso artistico trovarti a collaborare con gente del calibro di Garth Hudson, Blind Boys of Alabama, Flaco Jimenez, Norah Guthrie, Eric Bibb, Guy Davis? 
Lavorare con questi musicisti è stato estremamente emozionante. Ognuno di loro è una lezione vivente di come l’arte e la musica in particolare siano una passione che dura tutta la vita. Sono un esempio di come la musica per loro non sia solo un “mestiere” ma qualcosa che li tiene in vita, l’essenza stessa della loro esistenza. E’ vero ho avuto il privilegio di suonare con moltissimi dei miei eroi di quando ero ragazzo. Quando avevo sedici anni nella mia stanzetta di provincia mentre strimpellavo la chitarra andando dietro ai dischi di quegli artisti che ammiravo tanto, mai avrei pensato che un giorno avrei suonato con loro. Eppure a volte i sogni si avverano. E poi come dicevo poc’anzi tutti questi musicisti ti lasciano qualcosa. Non solo come musicisti ma anche come esseri umani. Andare in tour con Guy Davis che è il link più diretto alle radici del blues o registrare con Garth Hudson che è considerato tra i cento musicisti più influenti del Novecento sono esperienze bellissime. Il loro approccio alla musica, e lo ripeto, è semplice e appassionato. Non hanno confini mentali né pregiudizi di alcun tipo. E forse è proprio quello che li fa diventare dei grandi. Tu pensa che proprio Garth Hudson mentre registravamo quasi di nascosto usciva dalla stanza per chiedere a mia moglie: “Is Fabrizio happy ?”. Contento? Io non ero contento, ero alle stelle pensando di condividere la mia musica con quella di un monumento come Hudson. E Charlie Musselwhite che dopo avergli mandato una copia di “Spirit & Freedom” il disco in cui aveva suonato mi ha inviato un messaggio commosso ringraziandomi per aver regalato (e sono parole sue) “quel piccolo capolavoro al mondo”?. 
Foto di Luca Vitali
 Difficile per me dire quale sia stato l’incontro che mi ha più emozionato : Flaco Jimenez, Jerry Jeff Walker, Charlie Musselwhite, Zachary Richard, Steve Cropper, Augie Meyers, la Blues Brothers Band, Richard Thompson, i Blind Boys Of Alabama, Eric Bibb, Guy Davis... Tutti! Ma anche suonare con musicisti sconosciuti ma bravissimi mi ha lasciato qualcosa che mi ha cambiato per sempre. Ti racconto un paio di episodi che hanno lasciato un segno indelebile nella mia anima. Qualche anno fa, in Mississippi, ho avuto il privilegio di suonare nei locali dove il blues è nato. Una grande emozione l’ho provata un pomeriggio a Greenwood, un paesino sperduto del Mississippi. Solitamente, durante quel tour, io e il mio socio ci esibivamo alla sera; ma lì a Greenwood invece dovevamo suonare nel pomeriggio. Ad ascoltarci, proprio in virtù di quell’orario insolito, almeno per noi, c’era un pubblico formato da persone di ogni età: giovani, famiglie, anziani, bambini. Tutti neri. Tranne noi. Durante una pausa tra il primo e il secondo tempo del concerto mi si avvicina una signora afroamericana di una certa età. Avrà avuto un’ottantina d’anni, più o meno l’età di mia madre. Mi prende per un braccio, lo stringe leggermente e poi mi dice: “Hey man, you touched my heart” – mi hai toccato il cuore . Quella signora quasi sicuramente non aveva capito che non ero di lì, ma che venivo da molto lontano. Non lo aveva capito perché forse non sapeva nemmeno dove fosse l’Italia. Ebbene, quella signora che forse non solo non era mai uscita dal Mississippi, ma probabilmente nemmeno dalla sua contea, mi diede -senza saperlo- la più grossa soddisfazione della mia vita. Se esistesse un’università del blues, quella signora, quel giorno, mi avrebbe conferito la laurea. Una laurea in blues. Ma soprattutto mi fece capire che quando suonavo il blues ero uno di loro perché parlavo la loro stessa lingua. La lingua del blues. 
Foto di Luca Vitali
E che tutti i sacrifici fatti in questi anni per portare la mia musica un po’ ovunque erano serviti a qualcosa. Erano serviti a toccare il cuore di una signora dall’altra parte dell’oceano. Una signora che probabilmente nella sua vita aveva ascoltato solo blues… Una signora che non dimenticherò mai. E a proposito di linguaggi comuni, Jimmy Carter il leader e più anziano componente dei Blind Boys of Alabama (oggi considerato sicuramente il gruppo gospel più importante al mondo), mi ha rivelato di considerarmi un fratello. Un fratello musicale. Sono privilegi questi che toccano il cuore. Che ripagano di tanti sacrifici e bocconi amari. Quando ho confidato al mio amico Jimmy Carter che ancora oggi vengo assalito da dubbi e paure di non essere all’altezza, di venire considerato, forse anche giustamente, in maniera diversa, per il fatto di essere nato e cresciuto in un paese che ha una cultura musicale totalmente differente Jimmy mi ha detto: “Sai Fabrizio, io sono cieco dalla nascita. Si me l’hanno spiegato e quindi mi sono fatto un’idea, ma i concetti di nero, bianco, italiano, americano non significano molto per me. Non riesco a comprenderli fino in fondo. So solo che quando ti sento suonare la tua armonica, ti considero uno di noi. Non sento nessuna differenza tra me e te. E’ come se parlassimo la stessa lingua. Ti considero uno di famiglia, uno che appartiene alla mia stessa famiglia musicale”. E quando un’icona del gospel e della musica afroamericana ti dice questo cose l’unica cosa che puoi fare è scolpire le sue parole nella tua anima e commuoverti sino alle lacrime.  

Foto di Luca Vitali
Negli ultimi anni hai dedicato un libro all'armonica e uno al blues, ci puoi parlare di questi due progetti? 
Dentro a “Il soffio dell’anima: armoniche e armonicisti blues” ho messo tutto il materiale che ho raccolto in tanti anni sullo strumento che mi ha stregato il cuore e sui suoi protagonisti. Era tanto e mi sembrava giusto condividerlo. Anzi, quasi un dovere verso le generazioni più giovani. Ci sono più di seicento biografie e schede tecniche. Non esiste un libro del genere, nemmeno negli States. Tra l’altro nel 2010 la Master Music in collaborazione con la Ricordi Universal ne ha ristampata una nuova edizione completamente aggiornata a cui ho aggiunto anche informazioni sull’armonica negli altri campi musicali attraverso schede specifiche e profili biografici di armonicisti “non solo blues”. “Angeli perduti del Mississippi” è un libro che mi sta dando un sacco di soddisfazioni. E’ un libro che sembra un dizionario ma che potrebbe essere anche un romanzo giallo, un noir, in cui però i protagonisti non sono né buoni né cattivi, Perché nel blues non ci sono buoni e non ci sono cattivi. Ci sono storie. Storie che parlano di moonshine e canned heat, ovvero di whiskey di contrabbando e bevande micidiali, che parlano di dadi e carte truccate, di armoniche a bocca, pistole e coltelli, di chitarre suonate facendo scorrere colli di bottiglia spezzati sul loro manico; di famigerate prigioni del Mississippi in cui c’era sempre un secondino che prima o poi avrebbe scritto con la frusta il suo nome sulla schiena dei prigionieri. Storie che parlano di misteriose fotografie di bluesmen che appaiono e scompaiono e di un leggendario musicista che ha addirittura tre luoghi in cui è sepolto. E poi ancora storie che parlano di sortilegi vudù e di talismani prodigiosi.. Storie che spesso mi hanno raccontato i bluesmen autentici che ancora oggi abitano il Mississippi e cantano, cantano come angeli perduti. Argomenti affascinanti e coinvolgenti che mi hanno conquistato tanti anni fa e che hanno conquistato tanti lettori. Sulla quarta di copertina del libro c’è scritto:“Chi non ama il blues ha un buco nell’anima” una scritta che io ho visto incisa sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi. E un po’ è vero. E tanti che sono arrivati all’ultima pagina del libro mi hanno scritto o confidato di trovarsi perfettamente d’accordo con chi ha scritto quella frase sul muro di quel vecchio negozio in Mississippi. 

Foto di Luca Vitali
Parlando di armonica, come nasce il tuo nuovo disco Harpway 61? 
Harpway 61 esce a nove anni di distanza da Armonisiana un disco tutto dedicato all’armonica. Armonisiana è stato un album apprezzato da tanti appassionati che mi hanno chiesto più volte di dare un seguito a quell’avventura. Harpway 61 è stato prodotto e pubblicato dalla Blues Foundation di Memphis, l’associazione internazionale che si occupa di diffondere e preservare il blues, e di aiutare i musicisti blues in difficoltà. Tutti i proventi ottenuti dalla vendita dell’album saranno destinati alla Blues Foundation che distribuirà il disco negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Per me questo lavoro è anche un modo per restituire qualcosa ai musicisti che mi hanno ispirato e guidato durante la mia lunga carriera, aiutandoli nel momento del bisogno. 

Harpway 61 è un atto d'amore verso l'armonica blues, a chi ti ispiri come armonicista? 
A tutti coloro che hanno soffiato dentro l’armonica prima di me. Famosissimi o sconosciuti. Ogni brano dell’album ha il nome di una città la cui storia è legata indissolubilmente con quella di un grande armonicista: Little Walter, Big Walter Horton, Sonny Boy Williamson I e II, James Cotton, George Harmonica Smith, Junior Wells, Slim Harpo, Paul Butterfield, Charlie Musselwhite, Sonny Terry, DeFord Bailey, Peg Leg Sam e Johnny Woods. In questo album l’armonica diventa la mia voce principale, sulla strada segnata da grandi interpreti di blues strumentale (che pochi lo sanno ma ha una grande tradizione), pionieri delle 20 ance nei primi decenni del secolo scorso. Grandi artisti come i già citati Sonny Terry e DeFord Bailey, ma anche Jaybird Coleman, Palmer McAbee, Noah Lewis, Jed Davenport, Jazz Gillum, Hammie Nixon, J.C Burris, Alfred Lewis, Freeman Stowers, Lee Brown, Robert Cooksey, Gwen Foster, Robert Hill, Elder Roma Wilson. Senza dimenticare Little Walter (il suo strumentale “Juke” fu una pietra miliare del blues), Big Walter Horton, George Harmonica Smith, James Cotton e tanti altri. Ci puoi parlare del tuo approccio musicale all'armonica? Qualche anno fa ho dedicato una canzone all’armonica. Davvero l'armonica è il respiro della mia anima ed è con lei che cerco di toccare le corde più intime delle persone. E' con l'armonica che cerco di comunicare le mie emozioni alle persone. Queste le parole emblematiche della canzone: " E' il soffio dell'anima il mio amico quando mi sento solo. E' il soffio dell'anima che mi fa sentire tranquillo come se fossi a casa. E' il soffio dell'anima la mia passione e la mia vita ed è il soffio dell'anima quello che c'è sempre nel mio cuore". 

Foto di Luca Vitali
Da qualche anno hai abbandonato il progetto Turututela, per dedicarti al blues. Ci puoi parlare dell'armonica nella tradizione popolare italiana? 
Diciamo che sarebbe più giusto dire che avevo momentaneamente lasciato da parte il mio amore per il blues e la musica americana in genere per omaggiare con il progetto Turututela le mie radici. E per certi versi con quella formazione sono stato (forse) quasi un precursore di tempi ma soprattutto di sonorità. O almeno così dicono gli altri. E non aggiungo altro, se non che la mia versione di “Mamma mia dammi cento lire” ha quasi raggiunto le 60.000 visualizzazioni su YouTube, quasi tutte però provenienti dall’estero. La storia dell’armonica nella nostra musica popolare è una storia triste. Tristissima. Triste e amara. L’ ho raccontata nel libro per ragazzi che ho scritto nel 2003 “L’armonica a bocca: il violino dei poveri” che è esaurito ma che si può scaricare gratuitamente dal sito dei Turututela. Era uno strumento che suonavano tutti. Era nelle tasche di tanti ragazzi. Credo che ci siano pochi strumenti al mondo che hanno avuto la storia dell'armonica a bocca. E' stata la compagna di emigranti, braccianti, soldati e partigiani. E' stato l'unico strumento ad entrare nei campi di concentramento nazisti. Le mondine cantavano e ballavano al suono dell’armonica (come peraltro si vede nel celeberrimo film “Riso amaro”) Poi è stato dimenticato, messo da parte. Chi stava “al volante della corriera della ricerca musicologica” gli ha preferito altri strumenti, forse “più nobili”. Non so. Guidavano loro. Questa è comunque una storia tutta italiana. Nel folk degli altri paesi l’armonica è ben presente ancora oggi. E la si suona nelle scuole. Da noi i ragazzi imparano a suonare (chissà perché?) il flauto dolce. Forse quelli che guidavano la corriera si sono persi o forse semplicemente non gli piaceva il suono dell’armonica.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Forse sono sin troppo scaramantico (e sono in buona compagnia, tutti i bluesmen che ho conosciuto lo sono), ma dei progetti mi piace parlarne una volta realizzati. Comunque dischi, concerti da questa e dall’altra parte dell’Atlantico, libri e … 



Fabrizio Poggi - Harpway 61 (The Blues Foundation) 
A circa nove anni da quel gioiellino che era Armonisiana, disco in cui Fabrizio Poggi esplorava a tutto tondo le potenzialità espressive dell’armonica, il musicista pavese torna con, Harpway 61, album nuovo di zecca dedicato al suo strumento di elezione, ed in particolare alla blues harp e ai suoi grandi eroi. Accompagnato da un quintetto di eccellenti musicisti composto da Tino Cappelletti (basso), Enrico Polverari (chitarra), Lorenzo Bovo (hammond), Stefano Bertolotti e Stefano Resca (percussioni), Fabrizio Poggi ha messo in fila quattordici brani strumentali, che compongono quattordici tappe di un viaggio immaginifico sulla Highway 61, l’autostrada del blues, quella che unisce New Orleans a Chicago, la Louisiana e il Mississippi, e nel quale l’ascoltatore viene letteralmente calato nella magia dell’armonica blues. Durante l’ascolto scopriamo luoghi, personaggi, suoni e suggestioni differenti, ma soprattutto le città del blues la cui storia è legata a quella di grandi armonicisti come Little Walter che con il suo strumentale “Juke” rappresenta una pietra miliare del blues, Big Walter Horton, Sonny Boy Williamson I e II, James Cotton, George Harmonica Smith, Junior Wells, Slim Harpo, Paul Butterfield, Charlie Musselwhite, Sonny Terry, DeFord Bailey, Peg Leg Sam e Johnny Woods. Protagonista di ogni brano è ovviamente l’armonica di Fabrizio, il cui suono antico ma allo stesso moderno rappresenta una sorta di porta spazio temporale, che attraversandola ci consente di scoprire tutto il fascino dei grandi interpreti del blues strumentale dei primi anni venti. A quell’epopea Fabrizio si è ispirato direttamente nella composizione dei vari brani, dando vita ad un disco magico ed evocativo, inciso con amore, dedizione e passione, come solo un innamorato del blues può fare. Ad accompagnare l’ascolto ci sono anche delle preziose liner notes, in cui lo stesso Fabrizio Poggi, regala consigli ed indicazioni agli appassionati dell’armonica, soffermandosi su tonalità, posizioni e stili differenti. Ad impreziosire il tutto c’è la bella copertina di Dan Dalton, ma soprattutto lo scopo benefico del disco, il cui ricavato verrà interamente devoluto alla Blues Foundation, che sostiene i musicisti in difficoltà. Se a prima vista Harpway 61 abbia tutta l’aria di essere un disco dedicato ai puristi del blues e agli armonicisti, ascoltandolo si comprende come sia un vero e proprio atto d’amore, la cui profondità contagerà chiunque si dedichi al suo ascolto. 



Salvatore Esposito