Ethnos, XVIII edizione, San Giorgio a Cremano e Napoli, 19 – 29 Settembre 2012

Mohammad Reza Mortazavi
Due immagini restituiscono il senso pieno della diciottesima edizione del festival: il pubblico acclamante il Morin Khuur Ensemble nella monumentale basilica di San Giovanni Maggiore, e ancora gli spettatori che a semicerchio applaudono, avvolgendolo quasi in un abbraccio, il percussionista iraniano Mohammad Reza Mortazavi nel chiostro di San Domenico Maggiore, sempre a Napoli. “L’oriente a Napoli” è stato il focus dell’odierna edizione della rassegna che ha proposto un cartellone di notevole qualità, dopo due annate di programmazione ridotta al minimo per il taglio dei fondi pubblici. Segno del riconoscimento istituzionale (il festival è stato patrocinato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli) per la manifestazione storica che dal 1995 produce conoscenza delle musiche dei popoli. Quest’anno il direttore artistico Gigi Di Luca, rifuggendo alla tentazione di puntare su nomi patinati o volti noti della world music, ha scelto artisti di enorme levatura, solisti ed ensemble che combinano doti di spettacolarità e di abilità tecnica all’inevitabile esotismo dell’alterità culturale e musicale. Successo di pubblico per tutti i concerti (rigorosamente gratuiti), in un mese di settembre non sempre favorevole per clima o per scelte di consumo del pubblico post-vacanziero.  
Mohammad Reza Mortazavi
Così, ad aprire la rassegna nella settecentesca Villa Bruno di S. Giorgio a Cremano sono stati i Noreum Machi, formazione coreana attiva nel genere neo-tradizionale samullori (o samulnori, dal nome del seminale gruppo che gli ha dato origine negli anni ’70 del secolo scorso), derivato dal p’ungmul, la musica rituale che scandiva la vita dei villaggi, suonata da un quartetto di percussioni (changoo, puk, ching e kkwaenggwari) cui si aggiunge l’oboe nallari. Il gruppo guidato da Kim Ju Hong unisce sequenze acrobatiche e virtuosistiche al canto di derivazione sciamanica, con ammiccamenti e forte coinvolgimento del pubblico, che possono ricordare addirittura una band di vocalese. Dopo la tappa vesuviana, il festival si è spostato nel capoluogo campano, puntando su siti storici della città, luoghi ritrovati come la maestosa basilica di San Giovanni Maggiore, da poco restaurata e riconsegnata alla città, il cui interno possiede straordinarie stratificazioni architettoniche e pittoriche. Qui è stato di scena l’ensemble nazionale della Mongolia che raccoglie più di una dozzina di elementi tra i migliori solisti con uno strumentario tradizionale costituito dalla viola da gamba morin khuur, l’ikh khur, strumento con estensione più bassa di quella del morin khuur, il salterio yatga, il salterio a percussione yochin, il flauto traverso limbe, piccoli cimbali e il pianoforte. A completano l’organico è una elegantissima soprano. L’orchestra mongola ha proposto un programma di pagine tradizionali e di recenti composizioni di autori classici mongoli che, seppur di formazione musicale euro-colta, concepiscono pagine in cui è chiara l’impronta sonora etnica. 
Noreum Machi
Tratti elegiaci, passaggi austeri ed evocativi di squarci paesaggistici, sequenze di pieno orchestrale e solismi di grande virtuosismo, repertori vocali tradizionali, tra cui spiccano il canto difonico khoomii, la canzone lunga urtun duu, ma anche canto lirico e perfino un’aria pucciniana. Da un luogo ritrovato al Maschio Angioino, quest’anno location della maggior parte dei concerti dell’estate napoletana. Il cortile della fortezza che domina l’accesso portuale alla città ha ospitato il Joji Hirota & Kyoshindo. Il compositore pluristrumentista (tamburi, flauti) giapponese, già noto per le sue collaborazioni con Peter Gabriel e ospite della kermesse della Notte della taranta nel 2011, è stato accompagnato da un ensemble di musicisti italiani esperti suonatori degli enormi tamburi taiko. Una performance che ricerca l’equilibrio tra estetica del ritmo, del movimento corporeo e improvvisazione. 
Officina Zoè e Baba Sissoko
Il calendario di Ethnos è proseguito sabato 22 settembre nello stesso cortile con un doppio concerto, protagonisti il quartetto del maliano Baba Sissoko (kora, tama, ngoni) e i salentini Officina Zoè. Musica contemporanea e testi che parlano di tematiche universali e di questioni che toccano l’attualità dell’Africa sub-sahariana nelle composizioni del maliano trapiantato in Calabria. Baba attinge ai ritmi e alle melodie della sua terra, a quell’amadran che alcuni studiosi ritengono sia all’origine del blues. Artista dalle molteplici passate collaborazioni, Sissoko mescola le melopee tradizionali con i linguaggi elettrici dell’Africa sub-sahariana. Quanto a Zoè, sono uno dei gruppi di punta della scena salentina che si esprime soprattutto nel battito incessabile e vitale delle pelli dei tamburelli, ma che negli anni ha saputo coniugare espressioni della tradizione locale con la creazione di nuove pagine musicali. 
Cinzia Marzo di Officina Zoè
Nel finale gli artisti hanno unito le forze, presentando i tre brani dal loro recente album “Taranta Nera”, nei quali meglio riescono confluenza e integrazione di melodie e ritmi. Come da un po’ di anni è consuetudine, il pomeriggio prima del concerto incentrato sui suoni dl Sud Italia, Ethnos ha offerto presso la Sala della Loggia del Maschio Angioino la tavola rotonda “ Le Terre del Rimorso”, che ha visto la partecipazione di Baba Sissoko, Lamberto Probo e Donatello Pisanello di Zoé, del direttore artistico Di Luca, dell’assessora al Turismo e alla Cultura del Comune di Napoli Antonella Di Nocera, intervenuta per i saluti di rito, e del sottoscritto nel ruolo di moderatore. Due ore piene di discussione informale, con tante sollecitazioni provenienti anche da un pubblico partecipe. 
Baba Sissoko
Gli ospiti si sono confrontati sul “classico” tema del significato della riproposta della tradizione orale, delle sue possibili declinazioni, ma anche sul senso del progetto “Taranta Nera”, sull’apprendistato musicale del djeli Baba Sissoko, sul lavoro di creazione di nuova musica salentina da parte di Zoè. Certo un limite di questi incontri, è nell’ostinazione con cui categorie come la presunta “autenticità” della musica di tradizione orale o metafore come quella delle “radici”, ritornano perfino ossessivamente nel discorso di dominio pubblico da parte di artisti e platea, nonostante siano state decostruite e rigettate da antropologi, etnomusicologi e studiosi di popular music. Il 27 settembre ci si è spostati nel magnifico chiostro del complesso monastico di San Domenico Maggiore, altro tesoro da poco restituito alla città di Napoli. Qui, la cinese, residente in Canada, Liu Fang ha suonato in un ambiente davvero suggestivo, seppure un po’ ristretto come spazio concertistico, ma comunque gremito di un pubblico attento. Performance ammirevole per tasso virtuosistico dell’artista tra le più insigni suonatrici di p’i-p’a, il liuto a quattro corde, che si suona in posizione verticale. La limpidezza del timbro, la grazia posseduta da Liu Fang, che alterna delicati accordi pizzicati a sequenze di note che sembrano ora cascate impetuose ora furiose raffiche di vento. 
Liu Fang
Come si è già detto, a chiudere degnamente la rassegna Ethnos è stato il percussionista nativo di Isfahan, ma residente in Germania Mohammad Reza Mortazavi. Il giovane artista iraniano, maestro del grande tamburo a cornice daf a di quello a calice tombak, è dotato di una tecnica impressionante, padroneggia magistralmente le tecniche percussive tradizionali, su cui ha innestato nuove soluzioni esecutive davvero inarrivabili. Un virtuosismo non fine a se stesso, che non trascura l’aspetto melodico ma anche la danzabilità, che sa anche divertire, sbalordendo con richiami mozartiani (un’incredibile citazione di “Eine kleine Nachtmusik” al tombak). Se, inizialmente, nei brani si individuano le cellule ritmiche su cui è basata la musica persiana, poi Mohammad parte, inserendo variazioni continue, utilizzando tutte le dieci dita che si muovono indipendentemente le une dalle altre, pur conservando il senso di coralità sonica. Non possiamo che consigliare vivamente il suo ultimo CD “Geradeaus”: 56 minuti di improvvisazione, registrarti dal vivo (Brokensilence, 2011). 



Le Altre Foto del Festival





Ciro De Rosa