FOCUS: Folkpolitik, Voci e Note di Lotta dal Mediterraneo

"A democracia em que vivemos è uma democracia sequestrada, condicionada, amputada" (Jose Saramago) 

Dopo l’inconsueta rivisitazione in stile acustico-elettronico di sapore mediorientale dei classici disco anni ’70 di Oriental Night Fever, cofirmata con il compianto Hector Zazou, sull’onda degli avvenienti nelle piazze della cosiddetta primavera araba, il compositore e polistrumentista Stefano Saletti si riaffaccia sul mercato con Folkpolitik, album che si snoda come itinerario nella storia dei popoli. Sono canti e musiche che hanno raccontato tribolazioni, soprusi, lotte, rivolte dei popoli del Mediterraneo. Con il musicista è la fidata Piccola Banda Ikona, che annovera nella sue fila Barbara Eramo e Ramya (voci), Gabriele Coen (clarinetti, sax, flauto), Carlo Cossu (violino), Mario Rivera (basso), Leo Cesari (batteria). Nel disco suonano anche Desirèe Infascelli (fisarmonica) e Rossella Zampiron (violoncello). Tra gli ospiti, segnaliamo Hakeem Jaleela (voce), Raffaello Simeoni (voce), Jamal Ouassini (violino), Ambrogio Sparagna (organetto). Stefano Saletti ci presenta il suo nuovo lavoro. 

FolkPolitik parte dal presente dei rivolgimenti nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, ma ha innestato una ricerca nella memoria, anche molto lontana, dei canti che commentano lotte e sofferenze dei popoli del “piccolo mare”. 
“Sì perché se vogliamo rintracciare un filo comune nel Mediterraneo, lo troviamo certamente nel tema del lamento, del dolore , del senso del dramma, della disperazione. Lo si ritrova nel canto jondo del flamenco, nel vocero corso, nel lamentu siciliano, nel fado portoghese, nel Miserere della settimana santa, nel mawwal arabo, nel miroloi elleno. Il lamento è sociale, è politico, è religioso. Così, quelle piazze arabe piene di gente che soffriva e gioiva allo stesso tempo per la conquista della libertà, mi hanno fatto tornare alla mente quello che successe negli anni ’70, quando l’Europa venne attraversata da un vento di libertà che spazzò via i regimi autoritari di Spagna, Grecia e Portogallo. Le piazze del Cairo, di Tunisi sembravano le stesse: gli stessi volti, le speranze, i colori, i suoni, i canti. Così, ho cominciato una ricerca per riscoprire le tante musiche che hanno raccontato le sofferenze e le passioni dei popoli mediterranei. Dalla cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna, alla diaspora palestinese, dall’inno sardo contro lo strapotere dei baroni, fino ad arrivare a quegli autori che avevano scritto musiche e ballate spesso dolcissime ed erano stati oggetto di persecuzioni, arresti, violenze da parte del potere politico, dal catalano Lluis Llach al portoghese Zeca Afonso al greco Dionisis Savvopoulos ".

Quali le analogie tra tre progetti come il disco ispirato al sabir, lingua franca dei porti del Mediterraneo, la rivisitazione di classici della disco music fatta con Zazou e questo disco dedicato ai canti di lotta? 
“Sono molte le analogie: nei suoni, nell’uso particolare di bouzouki, oud e percussioni, nelle scelte in alcuni arrangiamenti dei brani, penso alle sonorità elettroniche di “Wein a Ramallah” che ricordano “Opsada” contenuta su Marea cu sarea, il CD cantato in sabir. Ma certo, per me e per Barbara Eramo, lavorare con Hector Zazou è stata un’esperienza musicale umana unica, una grande lezione. Abbiamo imparato tantissimo, da come utilizzare uno studio di registrazione come uno strumento a come valorizzare appieno le voci. Folkpolitik è anche figlio del lavoro fatto per Oriental Night Fever, anche se il materiale musicale di partenza era completamente differente!” Molto belle l’immagine della copertina e le foto del booklet. Di cosa si tratta? “La foto di copertina è di Claudio Martinez, fotografo e videomaker di valore assoluto, con il quale avevamo girato il video di “I feel love” e che adesso ha fatto anche il video di “Hija mia mi querida”. È un’immagine che lui ha elaborato qualche anno fa e che ho visto a casa sua. Ho subito detto: questa deve essere la copertina di Folkpolitik. E lui me l’ha donata. Quell’uomo solo davanti al muro mi sembra perfetto per raccontare la solitudine della gente di fronte all’arroganza del potere economico, finanziario e politico che sta schiacciando l’Europa e il Mediterraneo. Le immagini interne sono di Michel Collet con il quale avevamo lavorato nel precedente CD con Zazou. Sua, infatti, era l’immagine della copertina e l’artwork di quel disco (come di questo). Sono immagini bellissime che ha scattato nei suoi tanti viaggi e le ha utilizzate a commento grafico delle note nel booklet. La cosa che amo di più di Folkpolitik è che è il risultato della passione di tanti amici che hanno donato il loro talento e la loro arte”. 

Conosci il disco Les voix d'Itxassou di Tony Coe, dedicato ai canti di libertà provenienti da diverse parti del mondo? C’è qualche lavoro precedente – penso anche ad antologie dei Dischi del Sole degli anni ’70 – che ti ha ispirato? 
“No, non lo conosco e correrò a cercare questo lavoro di Coe. Quando ho deciso di fare Folkpolitik, ho letto o riletto tanti libri sulla musica popolare, da Alan Lomax a Giordano dell’Armellina, da Christian Poché ad Alessio Lega, solo per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Vidi anche un documentario molto bello della Fandango sui Dischi del Sole, e là mi venne in mente di mettere la “Cansun del desperà” di Ivan Della Mea. Poi ho ascoltato davvero di tutto, è stato un esercizio molto utile, di continuo arricchimento culturale”. 

Il tema iniziale è tratto da una canzone di Oum Kalthoum. 
“Ho pensato un po’ romanticamente che Oum Kalthoum, se fosse stata ancora viva, sarebbe stata lì a Piazza Tahrir a cantare in mezzo alla gente e quindi mi sembrava giusto cominciare il disco con la citazione di “Enta Omri” all’oud. “Piazza Tahrir” è nato dai campionamenti delle voci della piazza, erano così musicali, e poi avevo tutte lo stesso tempo metronomico. Anche registrate in momenti e giorni diversi avevano lo stesso andamento e la stessa velocità. Incredibile… Allora ho cominciato a scrivere una melodia che facesse da contrappunto e poi è venuta l’intensa parte vocale di Barbara e il solo di Jamal Ouassini al violino”. 

Come ha proceduto nella scelta dei brani?
“È stato il lavoro più difficile. Ho ascoltato e cercato decine e decine di brani spagnoli, greci, portoghesi, italiani, arabi. Ho visto quali avevano un filo comune, quali un significato “politico” forte, quali potessero essere arrangiati con lo stile della Piccola Banda Ikona, quali fossero adatti alle voci di Barbara e di Ramya. È stato un lavoro di sottrazione, con tanti suggerimenti da parte di amici che proponevano idee, autori e canzoni. Senza il tuo suggerimento, ad esempio, non avrei mai inserito “Edho Politechneion”, brano che racconta la strage degli studenti al Politecnico occupato di Atene nel ’73. Mi ha aiutato molto anche l’esperienza fatta negli ultimi anni con le due orchestre che dirigo per il Festival 7 Sois 7 Luas e che riuniscono musicisti da tutto il Mediterraneo. Ognuno di loro mi dava suggestioni e mi ha fatto scoprire nuovi autori, nuovi brani. Mi sono reso conto di quanto sia bella, e paradossalmente poco conosciuta, la musica dei Paesi a noi più vicini. Sappiamo tutto o quasi dei gruppi americani e inglesi e poco o niente di quello che accade a pochi chilometri dalle nostre coste. L’Italia ha perso la sua vocazione di centro del Mediterraneo, è diventata una succursale povera dei tristi burocrati dell’Europa del Nord. Ma qui il discorso si farebbe complicato…. Dico solo che aveva ragione Camus, quando dice: ‘Ci si sente più vicini a un genovese o a un marocchino che a un normanno o a un alsaziano’.” 

Come ti sei confrontato con i brani d’autore? Cosa ha prevalso: la libertà interpretativa o l’adesione al dettato originale? 
“Certamente la libertà interpretativa. Odio il concetto di cover. Mi piace stravolgere l’originale e, pur mantenendo alcuni elementi caratterizzanti (la melodia, un tema), lo riscrivo da capo, aggiungo temi, modifico la melodia, cambio il ritmo. E’ successo per quasi tutti i brani, da “L’estaca” di Luis Llach all’inno della diaspora palestinese “Wein a Ramallah” nel quale ho tolto darbouka e oud e l’ho arrangiata per piano, violoncello e chitarra trattata. La “Cansun del desperà” di Ivan della Mea è diventato quasi un tango e “L’ejercito del Ebro”, brano spagnolo degli anni ’30, ha preso colori klezmer come a tracciare un legame ideale tra la sconfitta del Fronte popolare nel ’36 e l’Olocausto degli ebrei”.

Non poteva mancare l’Italia. Hai scelto brani molto diversi per origine e intenti. Due provengono dalla tradizione popolare della Sicilia e della Sardegna. Poi ci sono Ivan della Mea e De André. Come e perché hai operato queste scelte? Ce li presenti? 
"Ninna nanna di la guerra" è una canzone così intensa, riportata alla luce dalla grande Rosa Balistreri. E’ un po’ il simbolo di quel tema del lamento mediterraneo di cui parlavo prima. "Procurade 'e moderare" è un brano nato in Sardegna tra il 1794 e 1796 sull'eco rivoluzione francese e diventato un vero inno del popolo sardo. Dice ai baroni, espressione del potere, "moderate la vostra prepotenza o il popolo si ribellerà"; mi sembra quanto mai attuale. "Un blasfemo" di Fabrizio De Andrè è una grande canzone contro il potere della religione sugli uomini. Quanta violenza e quanto orrore c’è ogni giorno in nome di Dio. Invece De Andrè parla quasi di una religiosità laica, per questo l’ho sempre amato. Infine, c’è il brano di Ivan Della Mea in dialetto milanese "La cansun del desperà" capace in pochi versi di raccontare la vita dei disperati, degli sconfitti, dei poveri che “di stare al mondo non sono capaci…”. 

Ci sono anche diversi ospiti, tra i quali ritrovi Raffaello Simeoni, “vecchio” sodale nei Novalia, che contribuiscono ad arricchire brani. 
“Gli ospiti sono inseriti appieno nel progetto. I brani li ho arrangiati pensando in partenza ai loro interventi. Con Ambrogio Sparagna e Jamal Ouassini abbiamo fatto diversi concerti insieme ed è una collaborazione che prosegue anche dal vivo e in altri progetti. Con Raffaello abbiamo suonato insieme per 20 anni nei Novalia e quando ho inserito “Un blasfemo” di De Andrè nel progetto è stato immediato pensare a lui come voce solista, perché il brano lo suonavamo già insieme. Hakeem Jaleela lo conoscevo negli Handala ed è stato Erasmo Treglia, produttore per Finisterre del disco, a propormi la collaborazione. È stata un’idea azzeccatissima, è nata una grande amicizia”. 

Il disco si chiude con una tua composizione “Democratia”. 
“Cercavo un finale che si ricollegasse a “Piazza Tahrir”, poi ho trovato un intervento di Josè Saramago sulla falsa democrazia che viviamo. E ho costruito un crescendo di archi e un arpeggio che alla fine si ricollegano ai rumori della protesta. Come si vede in questi giorni c’è ancora bisogno di scendere nelle piazze e difendere una libertà di espressione sempre più minacciata”. 

In un disco di ricerca come questo, ci saranno altre storie, altre memorie, altri canti rimasti fuori. Quali? 
“Ce ne sono tanti. Molti brani li avevamo anche registrati e poi non li ho inseriti nel disco. Era già molto lungo e davvero non ci stavano. Ad esempio “Zingana”, un brano in sabir basato su una melodia tradizionale portata in Turchia dagli inglesi nel 1851 e poi diffusasi in tutto il Mediterraneo che è diventato “Uskudara” in turco, “Fel shara” in ebraico, “Ya banat Iskindiriyya” in arabo, "Apo xeno topo" in greco. Un vero brano pan-mediterraneo. Oppure “O infante” brano portoghese su testo di Pessoa, un altro brano che avevo fatto su un testo di Cecco Angiolieri e tanti ancora. Magari faremo un Folkpolitik volume 2, chi lo sa, materiale non manca”. 

La collaborazione con Zazou è stata sicuramente molto importante per te. Ci sono artisti con i quali sogni, speri o conti di collaborare? 
“La lista sarebbe infinita. Ho avuto la fortuna in questi anni di suonare con musicisti fantastici, e ogni volta ho imparato qualcosa. Se potessi sognare, mi piacerebbe lavorare con Brian Eno, con Peter Gabriel, in Italia con Battiato. Magari potrei davvero farlo con Ross Daly, Savina Yannatou o Ivo Papasov. In questi giorni è uscito “The Arch” il Cd postumo di Hector Zazou con l’Eva Quartet nel quale ho suonato anch’io, insieme a tanti ospiti, da Jivan Gasparian a Laurie Anderson da Bill Frisell a Carlos Nuñez, Sakamoto, Nils Petter Molver. Ma ti assicuro che già lavorare con i meravigliosi musicisti della Piccola Banda Ikona mi dà ogni volta una grande emozione”. 



Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona - Folkpolitik (Finisterre/Felmay) 
Il timbro caldo dell’oud e i serpeggiamenti di un violino aprono il disco, riprendendo una canzone dell’icona Oum Kalthoum, poi le voci della protesta cairota si fondono con il canto accorato di Barbara Eramo a delineare l’atmosfera dominante nel lavoro. Filo rosso delle produzioni di Saletti è il tema dell’unicità del Mediterraneo nella sua ragnatela di storie. Se in Marea cu sarea la comunanza si esprimeva attraverso la lingua franca degli uomini di mare qui, per scelta engagé e per necessario “vizio” della memoria, si sceglie il plurilinguismo per narrare pagine drammatiche e di speranza dei popoli del mare nostrum. Folkpolitik è un disco che procede a balzi nel tempo, dalle atrocità dell’età moderna fino alle tragedie del Novecento. Con lo struggente canto sefardita “Hija mia mi querida” siamo nel 1492, anno spartiacque per la storia del mondo, con l’editto di espulsione dell’alterità ebraica dalla Spagna. Su un ritmo di ballo sardo procede “Procurade ‘e moderare”, impreziosita dall’organetto di Sparagna. Di nuovo in Spagna, per una delle canzoni più note dell’autore catalano Luis Llach, grande poeta, figura insigne della resistenza al franchismo. La voce di Barbara Eramo si staglia per intensità su un’atmosfera strumentale costruita con eleganza. Sulla stessa scia si pone il tema tradizionale “Wein a Ramallah”, emblema della diaspora palestinese, riletto attingendo a timbri e moduli colti, e cantato da Hakeem Jaleela. Personificazione dell’antagonismo al dispotismo, è anche il cantautore portoghese José Alfonso, di cui è ripresa “Cantigas do Maio”, che è tra i punti più compiuti dell’album. Non poteva mancare uno dei canti più conosciuti della guerra civile spagnola, quell’“Ay Carmela” che assume tinte klezmer. La ninna nanna siciliana (“Ninna nanna di la guerra"), tratta dal repertorio di Rosa Balistreri, esprimendo la disperazione di una madre, ha i tratti dell’universalità. Dall’epoca della dittatura fascista in Grecia proviene “Edho Politechneion”, brano nello stile della canzone urbana contemporanea isolana, composto dal suonatore di lira e cantante cretese Mihalis Tsagarakis. Doppia sosta nel Novecento italiano con la potente “La cansun del desperà” di Ivan della Mea, su cui primeggiano le ance di Coen, e con il capolavoro deandreano “Un blasfemo”, commento al potere della religione, affidato alla voce di Raffaello Simeoni, che vede ancora l’intervento salutare dell’organetto di Sparagna. La dolce “Mia Thalassamikri” del poeta Dionisis Savvopoulos riporta lo sguardo sugli anni della dittatura fascista greca, quando la persecuzione politica cadeva anche su chi scriveva liriche d’amore. “Democratia”, vergata da Saletti, costruita con un bell’ordito di corde, il commento di Saramago e le voci di piazza Tahrir che ritornano, chiude il cerchio. Un disco coi fiocchi da affiancare al Canzoniere Illustrato di Daniele Sepe: per chi chiede alla musica pensiero ed emozioni.  


Ciro De Rosa