Massimo Priviero e Michele Gazich: Storie di Folkrock

Dopo aver collaborato in diverse occasioni sul palco e in studio Massimo Priviero e Michele Gazich si sono ritrovati per incidere Folkrock, interessante progetto che li vede fianco a fianco nella rilettura di alcuni grandi classici del folk-rock. Li abbiamo intervistati per approfondire questo progetto che vede protagonista non solo la musica ma anche la letteratura. 

Come nasce il progetto Folkrock? 
Massimo Priviero: Folkrock nasce da delle sessioni che potremmo definire di amore comune nei confronti di certa musica. Sessioni che all'inizio non prevedevano la realizzazione di un album e di un libro, ma l' intensità e la condivisione profonda di queste ci hanno preso per mano fino ad arrivare all'incisione. 
Michele Gazich: Il Folkrock mi ha salvato la vita una serie di volte: ad esempio quando Michelle (Shocked) mi portò con sé su un palco per la prima volta nell’ormai lontano 1992 salvandomi dal suonare musica morta per un pubblico di morti in un’orchestra sinfonica o quando con Mark Olson ci ritirammo nel deserto della California a pregare per la nostra salvezza come uomini e musicisti e nacque Salvation Blues, eccetera… Avevo un debito di gratitudine nei confronti di questa musica, che da anni volevo ripagare. Poi ho incontrato Massimo che voleva fare qualcosa di simile e abbiamo unito le forze.  

Il progetto Folkrock l'ho definito multidimensionale nel senso che si muove su più piani, quello letterario e quello musicale, qual è la connessione tra queste due anime? 
MP: Esiste da sempre questo tipo di mescola musicale e letteraria. Quanto meno esiste in quelle che forse sono le cose migliori che certa musica ha regalato al mondo. Sono sbocchi naturali legati a sensibilità e caratteristiche di certe canzoni. Da sempre, e come ben sai accade spesso anche in quello che scrivo, cerco questo punto di equilibrio tra quello che ormai per convenzione chiamiamo rock'n roll e certa "necessità" di poesia. Quando si è toccato e si tocca questo punto di equilibrio, si son realizzate e si realizzano le cose migliori. E questo non solo artisticamente. In questo caso anche in quello che chiamerei impatto sociale e culturale della musica poplare nella vita di intere generazioni. 
MG: Volevamo, appunto, raccontare cosa hanno significato per noi queste canzoni. Massimo ha parlato dei suoi anni di formazione, in una sorta di romanzo breve. Io ho scritto Dodici esercizi di ammirazione, in cui ho spiegato perché ammiro queste canzoni e come hanno guidato e influenzato il mio agire, non solo come musicista. Ho sempre pensato che bisogna temere un uomo che non ammira. 

Da dove nasce l'esigenza di riprendere questi brani cardine della storia del rock? 
MP: Esiste una strada maestra, in qualche modo. Ecco, è come se tu riguardassi indietro agli anni della tua "formazione", alle cose che ascoltavi quando iniziavi a scrivere la tua storia, quando insieme alle prime melodie e ai primi testi che scrivevi, finivi inevitabilmente col misurarti con certe canzoni che giravano sulla tua chitarra e che, nel mio caso, amavo magari suonare e condividere sulle strade della mia vita. Canzoni che, anche per la loro forza e la loro grandezza, abbattevano qualsiasi confine. Potrei dirti che è stato anche un viaggio nel tempo di una trentina d'anni, ma ti confesso che molti "folkrock" ho continuato a suonarli nel corso del tempo con piacere infinito, insieme alle mie cose. 
MG: È stato come ripassare delle soglie che già altri uomini, altri passi avevano superato; come ripronunciare una preghiera o ridare voce ad una poesia che aveva già risuonato prima con voci diverse. Volevamo sentire come il nostro cuore avrebbe abitato queste canzoni. Il poeta Ezra Pound dice che la vera poesia è “News that stay news” (notizie fresche che restano notizie fresche): penso che valga anche per queste canzoni, il cui forte messaggio ci è sempre contemporaneo. 

Ci raccontate delle session di registrazione, so che ci avete lavorato moltissimo… 
MP: In realtà è stato un lavoro molto accurato e dove Michele ed io siamo stati affiancati da alcuni musicisti di nostra fiducia e da un ottimo tecnico del suono. Tuttavia, tutto è stato "naturale". Naturali i tagli dei nuovi arrangiamenti, naturali i suoni, naturali le soluzioni che di volta in volta prendevano forma. Come quando inizi a scrivere un libro e hai una idea di fondo da dove parti per poi scoprire che in qualche modo il libro si sta' scrivendo da solo e tu assecondi la forma che quel libro va a prendere. 
MG: Più che altro c’è stato un lungo lavoro preliminare: regolari session con Massimo nel basement di casa mia e poi con i musicisti coinvolti, tra cui ricordo Fabrizio Carletto, già con me a bordo della Nave dei Folli, il batterista Alberto Pavesi, il pianista Onofrio Laviola e il grande saggio delle chitarre Marco Vignuzzi, di cui torneremo a parlare. Ci siamo poi trasferiti al Macwave Studio di Brescia, dove avevo già registrato vari album miei e avevo curato svariate produzioni artistiche. Ho un fecondo rapporto di collaborazione con il tecnico del suono Paolo Costola. È stato lungo, ma non mi è sembrato tale il lavoro, perché è stato sempre gioioso. 


Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei vari brani? 
MG: Ho desiderato ricreare ogni brano, pur nel rispetto del suo nucleo originario, anzi cercando di arrivare a questo nucleo, alle volte denudando alcune canzoni come What a wonderful world che è stata registrata solo violino e voce o Ring them bells in cui il mio intimo Recitar-cantando si è alternato alla prorompente vocalità di Massimo su un semplice, direi luterano, accompagnamento di pianoforte. Altre canzoni hanno viaggiato in me verso altre dimensioni: Thunder Road di Springsteen è diventata una ballata alla Tom Waits, grazie soprattutto al cambio della tonalità e ad una partitura di archi dall’andamento moderatamente orchestrale. Ho arrangiato, invece, Where have all the flowers gone, per fare un altro esempio, con uno stile che deliberatamente omaggia il mio adorato Folkrock inglese.

Cosa caratterizza questi brani a livello interpretativo? 
MP: Guarda, la cosa più bella e se vuoi più magica è confrontarti con delle timbriche diversissime di brani grandissimi (non so, pensa a Cash, a Young a Dylan) e renderli una cosa unitaria attraverso il tuo modo di cantarli e di viverli. Non è un album di cover, non c'entra nulla. E' prendere del materiale musicalmente straordinario e provare a farlo diventare una cosa unica. Figlia da un lato di sensibilità comune di una certa epoca e che tu decidi di far propria vivendoli totalmente attraverso la tua sensibilità. Non è facile. Ma se ti riesce può diventare un viaggio meraviglioso da fare. 

Il disco è stato suonato con una strumentazione volutamente vintage, cosa vi ha dato in più questa cosa a livello di sound? 
MP: Odio l'idea dell'essere vintage in modo fine a sè stesso. Non ci siamo posti questo problema, ma i suoni che volevamo portavano a questo uso specifico di strumenti. Semplicemente, se vuoi piantare un albero e sperare che cresca nel modo che ti sembra migliore, lo pianterai nella terra più giusta e gli darai acqua nelle ore migliori. In quel caso, certamente, l'albero crescerà più forte. 
MG: Era l’unico modo per fare questo album e per farlo respirare. Nel libro una pagina elenca gli strumenti utilizzati, che vanno dagli anni Trenta ai giorni nostri. Ho fatto una ricerca filologica, anche avvalendomi delle competenze del già citato Vignuzzi che ha suonato banjo, autoharp, dobro e tanti altri inusuali strumenti. Ma la filologia non è, in questo caso, solo per i filologi, non è fine a se stessa, ma fa bruciare d’amore i suoni di queste canzoni. 

Quanto c'è di personale nei brani che avete scelto? 
MP: Molto per entrambi. Nel mio caso ci sono canzoni che sono state più formative di altre e che più di altre sono entrate nella mia vita accompagnandone soprattutto la prima parte. Molto, ti direi, da un punto di vista emotivo. Perchè già il fatto che un ragazzo suoni certa musica piuttosto che altra significa che lì dentro trova un pezzo di sè stesso, di come è, di come vorrebbe essere. Se hai bisogno di un sogno che accompagni e dia forza alla tua strada e alla tua vita, avrai bisogno di un sogno che parli nella tua lingua.In quel modo, quel sogno diventerà anche la tua vita vera.

Tornando al lato letterario qual è stata l'ispirazione letteraria che ha caratterizzato i vostri scritti? 
MP: Oh, nel mio caso è stato qualcosa che potresti chiamare autoritratto di un musicista da ragazzo. E' un viaggio autobiografico che inquadra un anno e mezzo dei miei vent'anni di un tempo. Come vivevo, qual che mi accadeva, felicità e disperazione, sudore e lacrime, sorrsi e strade che prendevano forma a poco a poco. Ovviamente tutto vero e tutto vissuto in funzione del mio rapporto con la musica e macinato dall'impatto dell'ascolto di certe particolari canzoni, alcune delle quali finite in Folkrock. 
MG: Ho preso in prestito il mio titolo (Esercizi di ammirazione) dal filosofo Cioran. Certamente mi ha influenzato, così come Adorno, il filosofo dei Minima Moralia. Ho sempre amato gli scritti in prosa dei poeti: di Dante, di Baudelaire, di Cristina Campo, di Paul Celan. Mi piaceva descrivere queste canzoni con uno stile e un lessico inusuale, forte, espressionista. C’è la mia vita in ballo; tutto è personale e spero che questi esercizi possano aiutare i miei lettori come hanno aiutato me. 

Sarebbe molto riduttivo definire Folkrock un disco di cover, come si inserisce questo album nelle vostre rispettive carriere? 
MP: Come ti dicevo, nulla di Folkrock è più lontano da un disco di cover. E, personalmente, non ho mai avuto simpatia per i dischi di cover, soprattutto di tipo monografico. Per quel che mi riguarda, considero questo progetto una necessità di ritrovare e di rivivere con la massima intensità la musica di cui molte generazioni sono figlie e debitrici. Lo considero un atto d'amore, prima di tutto. E di condivisione. Ti direi anche che in questi mesi sono in studio sul mio album di inediti che uscirà tra qualche mese e che incidere Folkrock più o meno nello stesso periodo è stata una esperienza bellissima di "sdoppiamento". Forse il modo migliore per scavare sempre meglio dentro me stesso. 
MG: Desidero, in questa fase della mia vita, che è stata ed è segnata da alcune gravi problematiche di cui vi ho già raccontato in una precedente intervista, recuperare me stesso, la mia radice più intima. Ho cominciato con L’Imperdonabile, lo spartano disco registrato da solo lo scorso anno, che era un’analisi del mio cuore messo a nudo; ora Folkrock recupera una radice fondamentale della mia scrittura musicale e poetica; a fine anno pubblicherò un film-concerto girato nel Duomo della mia città, in cui mi riapproprio di tutte le mie canzoni, anche di quelle che avevo appaltato ad altre voci; infine da anni sto lavorando ad un album concept che narra la storia della mia famiglia, che ha viaggiato tra Turchia, Jugoslavia, America e Italia. Folkrock non è, dunque, una deviazione, ma è parte di una ricerca sulle mie radici. 

Ogni brano vive una vita nuova nelle vostre versioni, c’è una differenza sostanziale tra il cantare la canzone di e l’interpretarla… 
MP: "Cantare bene" non significa nulla. Le ragazzotte che cantano ben intonate e che escono dai vari talent show sono in gran parte l'apoteosi di questo nulla. Un nulla che magari si "muove bene" e che le radio del nulla magari suoneranno. Credo che a Dylan direbbero che ha una voce troppo nasale e che non si capisce bene quel che scrive. "Interpretare" nella mia lingua vuol dire vivere, sorridere o piangere nota per nota, parola per parola. Spesso cercando poesia e magari disperandoti se non riesci ad afferrarla. Ma questo è un discorso un po' lungo e forse noioso. Ti direi solo, per capirci meglio, che un cantante non è nulla rispetto ad un artista. Che magari qualceh volta saprà anche cantare bene 
MG: Come dicevo, queste canzoni parlano anche di noi, che le abbiamo vissute, respirate, interiorizzate e ora le riproponiamo dopo averle lasciate risuonare in noi per tanti anni. C’è molto di noi in queste canzoni. 

Tra i brani che più mi hanno colpito c’è senza dubbio la versione di Thunder Road che ne esalta il testo… 
MP: Conosci le mie connessioni personali ed artistiche con certi musicisti e dunque non vado oltre. Semplicemente, Thunder Road è una delle più belle canzoni d'amore che siano mai state scritte. Ho spesso evitato nei miei concerti di inserire pezzi di Bruce, ma dovevo Thunder Road a quel ragazzo di vent'anni che amava tanto ascoltarla e che intanto iniziava a scrivere la sua strada e le sue canzoni. 
MG: Da parte mia ho curato a lungo la costruzione dell’arrangiamento di questo brano, come ti ho già accennato, ma lascerei parlare Massimo che, proprio con questa canzone, ha un legame fortissimo.

Altro brano particolarissimo è la versione di What A Wonderful World… 
MP: Già...sai quanto è difficile scrivere una capolavoro del genere. Sai quanto è difficile scrivere una melodia e delle parole che ti fan dire semplicemente di essere felice d'esser vivo. Ecco, immaginati un teatro che chiude, immagina una via deserta, immagina che è molto tardi e che ci sono una voce e un violino ad aspettare l'alba che nasce. Semplicemente per ringraziarla del fatto che nasce. E che tu in qualche modo rinasci insieme a quell'alba ogni giorno. 
MG: What a Wonderful World è una canzone meravigliosa, una canzone assoluta, che parla della gioia di essere al mondo, della contemplazione del creato, della fraternità tra gli uomini ed invita a confidare nel futuro. Per molti la bellezza della canzone è insostenibile: emblematico che in due noti film: Good Morning, Vietnam e Bowling a Columbine sia stata utilizzata per commentare scene di efferata violenza. Massimo ed io, invece, amiamo molto questa canzone e l’abbiamo voluta proporre nella sua nuda bellezza, come se la suonasse Ralph Stanley accompagnato solo da un fiddle; come due amici che, alla fine di una bella serata, suonano ancora una canzone, per celebrare con gioia essere al mondo ed essere musicisti. 

State portando in tour questo disco, come avete lavorato dal punto di vista del live con questi brani… 
MP: Ovvio che rivivere Folkrock dal vivo è speciale come lo è stato inciderlo. E' un live dove magari le stesse canzoni un po' seguono il filo rosso dell'album e un po' prendono forma nuova, come deve essere. Da vivere, credimi, da vivere fino in fondo. 
MG: Stiamo già suonando Folkrock live ed ogni sera ricreiamo le canzoni. Ogni sera sentiamo cosa hanno da dirci e le lanciamo al nostro pubblico, con libertà, senso del rischio e amore. Ci accompagnano Onofrio e Fabrizio, ma talvolta, come nella più pura tradizione folk, siamo io e Massimo in duo. 


Massimo Priviero & Michele Gazich – Folkrock (DVL Dischi Vololibero/Self) 
Consigliato Blogfoolk!!

Le strade di Massimo Priviero e di Michele Gazich si erano già incontrate più volte in questi ultimi anni, e il progetto Folkrock sugella in modo davvero particolare il loro rapporto artistico. Non si tratta infatti di un semplice disco tributo ma piuttosto di un lavoro multilivello che mescola musica e letteratura, rendendo omaggio ai classici del folk-rock. Ad accompagnare il disco c’è un corposo libretto che raccoglie due racconti, ovvero Diario Folkrock firmato da Massimo Priviero e Dodici Esercizi di Ammirazione di Michele Gazich, che in modo diverso ma con il medesimo trasporto raccontano il viaggio dei due autori attraverso la poesia del folkrock, mescolando frammenti di vita e riflessioni personali. Il disco mette in fila dodici brani che spaziano dal traditional House Of The Rising Sun a classici della canzone americana come le splendide versioni di A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Bob Dylan e Thunder Road di Bruce Springsteen, fino a toccare una intensa versione per soli violino e voce di quella What A Wonderful World resa celebre da Louis Armstrong. Dal punto di vista musicale ciò che colpisce di questo disco sono gli eleganti arrangiamenti curati da Michele Gazich, nei quali nulla è lasciato al caso a partire dai sontuosi intrecci tra i suoi archi, il piano di Onofrio Laviola e le chitarre, il banjo e il dobro suonati da Marco Vignuzzi e Paolo Costola, che impreziosiscono e rendono ancor più affascinante la voce di Massimo Priviero. 


Salvatore Esposito