Neil Young - Americana (Reprise)

Che vi dica che si tratta del trentaquattresimo album che il Loner canadese registra non aggiunge nulla al carattere del Nostro musicista. Si tratta di un idealista, uno che sogna forte, uno che ci crede, uno che tira le corde della sua chitarra in direzioni sconosciute ai più, uno che si lancia. Uno che accetta di fare dischi “minori” per poi esplodere in capolavori che riescono solo a lui. In questo caso ha richiamato i “principi del caos” conosciuti col nome di Crazy Horse e si è ritagliato il ruolo a lui congeniale di membro del gruppo. Parra’ una messinscena ai più , perchè si capisce molto, fin troppo bene che la direzione la dà rigorosamente lui ma nessuno, credo, possa discutere in sala di registrazione di un certo arrangiamento e delle splendide farrginosità arrangiative del gruppo. Oltre modo siamo in un ambito di covers davvero conosciute da tutti alle quali il Neil ha voluto restituire liriche dimenticate e/o nascoste; succede che pezzi che diventano repertorio di una nazione vedano i loro testi accorciati o edulcorati, l’intenzione di Neil è di restituire tutto lo scuro di queste canzoni. Cavalcate lisergiche diventano pezzi che sono repertorio di ogni combo folk rese in modo nuovo e vecchio allo steso tempo. Neil usa lo studio senza risparmiarsi nulla, non credo nessuno si azzardi a dirgli che cosa deve o non deve fare, così, si sentono degli episodi bizzarri ma riusciti come Oh Susannah resa una via di mezzo tra i Los Lobos e Santana, per un pezzo che è l’archetipo dei luoghi comuni. Solo un canadese libero e freakkettone nel senso positivo della parola può riuscirci, perdipiù con l’etichetta prestigiosa della Reprise. Get A Job e’ uno dei miei ricordi di adolescenza da quando ho visto quel capolavoro lucasiano di American Graffiti, qui Neil demolisce l’atmosfera sognante di fifities e rende invece una specie di sogno dalle atmosfere alla Lynch e tamburi battenti, provare per credere, funziona! Più filologico ma sempre avventuroso è il percorso Guthriano di Neil per This Land Is Your Land che diventa territorio di distorsioni e leve che vengono buttate dentro amplificatori vintage e batterie a tenere il tempo. Pacatamente acustica è Wayfaring Stranger, un incrocio tra un Dylan poco riottoso e un accordo minore sul quale si spalma un’atmosfera densa di reminescenze. Come nel caso di altri formidabili canadesi, sto pensando alla Band e al suo Sud immaginato e fiabesco, ci vuole tutto il cuore libero da pregiudizi di un canadian per riscrivere il mito dell’America che forse non esiste più e, in più, chiamare il disco “Americana”. Ci vuole coraggio. Neil ce l’ha e alla fine vince la sfida a colpi di Blackie... Bentornato Neil e bentornati Crazy Horse.


Antonio "Rigo"Righetti