Michael Kiwanuka - Home Again (Polydor)

Ventiquattro anni per questo ragazzo di provenienza ugandese ma nato e cresciuto a Londra. Alle spalle un paio di extended play ora introvabili, un approccio raffinato e pulito alla musica, una sorta di velluto prezioso e leggero che esce dalle casse, prodotto da Paul Butler dei Bees e dallo stesso registrato nientepopodimeno che all’isola di Wight. A me vengono in mente diverse cose, la prima è il mai troppo ricordato talento di Curtis Mayfield, quel talento puro ed inimitabile che fa pensare: “Sì, in fondo...è davvero semplice... basta mettere un groove di batteria e ricamarci sopra con la chitarrina...”. Poi, ci provi e capisci che la semplicità è la dote dei geni. L’altra cosa che mi sale alla mente e’ amara, una constatazione relativa all’età del buon Michael e alla grazia tranquilla che possiede, a quel piglio vanmorrisoniano che ti soffiano le casse quando ascolti “Tell Me a Tale” e lo confronto con le pose radicalchic a tutto beneficio del mefitico circuito di circoli Arci amanti degli shoegazers nostrani dai conti correnti rimpinguati dai genitori e mi viene un poco da piangere. Questo tipo di proposta e possibilità esiste ancora e viene portata avanti ai massimi livelli, Michael ha appena aperto una tournee’ che non fatichiamo a immaginarci fortunatissima della campionessa di vendite Adele, insomma, non è esattamente quell’idea di loner tanto caro a certi fanzinari travestiti da giornalisti del nostro bel suolo italico. Certo che è grande musica, con dei precisi riferimenti alla scuola nobile del cantautorato folk di classe, anche se da qualche parte sembra di percepire una certa volontà di guidare Michael verso una sorta di exploit capitato alla brava Tracy Chapman una ventina d’anni fa. I suoni sono sempre decisi e ben registrati, anche l’idea in qualche modo artificiosa dei bilanciamenti, pan-pot che isolano la batteria nella parte sinistra del mix e lasciano nella cassa destra le parti di tastiera si uniscono per garantire una capacità di disvelarsi un poco alla volta, proprio come succedeva con i dischi coi quali siamo cresciuti, una volta ascoltavi i cori, poi, sotto i cori capivi che il chitarrista stava svisando con gusto e magari, la volta dopo si aggiungeva un bel crepitio da vinile...e via così. L’industria discografica all’estero continua a produrre talenti e a supportarli nella loro crescita. Lungi da me il voler esaltare la parte commerciale ma, una volta tanto fa piacere vedere andare d’accordo qualità e mainstream. L’Italia? Indietro di 7/8 anni of course. Come sempre.




Antonio "Rigo"Righetti