Bonnie Raitt - Slipstream (Redwing Records)

Bonnie è nata nel 1950 con la chitarra in una mano e una voce carezzevole e affilata in gola, ha cominciato a farsi le ossa aprendo i concerti di Sippie Wallace e Howlin’ Wolf. Ha suonato nel giro dei Little Feat, cominciando a pubblicare album nel 1971. Il phrasing della sua slide, la sua misura, la musicalità che esprime, le scelte l’hanno resa una delle “rosse” più famose e rispettate. Erano sette anni che non usciva un suo disco. Ora, grazie anche all’iniezione di vitalità datale dall’interessamento del grande Joe Henry, eccola tornare con un disco ove si trovano le chitarre jazzy di Bill Frisell e del grande NRBQ Al Anderson, delle ritmiche black tra il funk e il reggae e due gemme di Dylan tanto per non farsi mancare nulla. Non fidatevi di chi vi dirà che si sente puzza di “mestiere”. Il disco è godibile, niente di travolgente nè, tantomeno, rivoluzionario. La signora Raitt ha una settantina di anni, cosa vi aspettate che faccia un disco come Pj Harvey? Che Ganesh ce ne scampi! Lasciamo gli shoegazer a fissare le loro scarpe mentre l’inghilterra trema, qui ci sono canzoni e storie di una persona che ha attraversato la cartina del blues e del soul e vi racconta di se’ stessa e, mentre lo fa, ci racconta anche di noi. Bonnie è una delle grandi. A me basta. Chiaro che è un disco che poteva uscire solo in America e sfido chiunque a dire che non è vero. Ci sono giorni nei quali riesco a ascoltare la musica non da musicista. Sono i giorni leggeri, quelli ove non ho tenuto il basso a tracolla per un sei o sette ore. Questo disco insegna a suonare più che una clinic o di un video su youtube.




Antonio "Rigo"Righetti