BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

mercoledì 25 aprile 2012

Uce De Fimmena: Anna Cinzia Villani

da un intervista originariamente pubblica su Folk Bulletin 
Considerata una delle voci femminili più rappresentative del Salento, Anna Cinzia Villani è anche una apprezzata musicista e ricercatrice, con alle spalle un lungo percorso musicale cominciato con la frequentazione dei concerti dei gruppi della riproposta: “Ho conosciuto la musica tradizionale salentina in modo casuale. Avevo circa vent’anni quando ho iniziato a frequentare le varie feste ed incontri durante i quali l'attrattiva più forte erano dei gruppi di riproposta esistenti già da diverso tempo. Erano i primi anni novanta, quando si cominciavano ad organizzare delle "ronde" spontanee e chi voleva si poteva unire, partecipare, imparare. La "seconda generazione" di musicisti di riproposta è nata tutta lì o quasi, ci siamo conosciuti tutti in quel periodo. Il mio sogno da piccola era sempre stato quello di diventare cantante, era un vero e proprio sogno nel cassetto. Mi piacevano quelle situazioni e basta, anzi, la prima cosa che veramente ho fatto è stata cimentarmi nella danza della Pizzica-pizzica. Quindi la mia passione si è alimentata pian piano, cantavo alle feste con gli amici, che ormai non mi sopportavano più. Quando hanno iniziato a chiedermi di cantare con dei gruppi musicali la mia risposta è sempre stata no. Mi vergognavo, ero vittima di una timidezza spropositata! Ho accettato solo quando me lo chiese una mia amica, Annalù Sabetta, che voleva mettere su un gruppo femminile per animare una serata dedicata al poeta Antonio Verri: il gruppo Le Striare avrebbe dovuto sciogliersi la sera stessa, poi in realtà ha continuato come gruppo di amiche, abbiamo suonato in busker festivals e così via”
La passione è stata poi alimentata anche da un personalissimo percorso di ricerca: “Non ho fatto nessuno studio accademico perché la mia passione è cresciuta poi lentamente. In quel periodo poi, non c'era tanto materiale pubblicato per approfondire, e mi riferisco alle registrazioni sul campo. Circolavano sotto banco delle registrazioni Albatros, che io ascoltai per caso da un mio amico e che poi mi regalò un altro, tra l'altro riprodotte malissimo. Non si trovava nulla allora e, inoltre io non avevo ancora chiaro che, se una persona vuole fare un percorso a ritroso nella cultura musicale del posto in cui vive, deve necessariamente frequentare il mondo rurale, che ha dato vita a quei canti e a quei suoni. Questo l'ho realizzato un po’ dopo, quando già per me questa musica stava rappresentando un lavoro. Quindi ho cercato di conoscere più da vicino le strofe che cantavo sul palco. Ho chiesto dapprima a mia nonna, Genoveffa Cicerello, contadina da sempre e bravissima cantatrice, conosciuta al suo paese e nei dintorni (questo però io non lo sapevo!) e poi, ho frequentato altri cantori, come Uccio Aloisi. Ma andando avanti ho capito che c'erano e ci sono tante persone in grado di ricostruire canti, suoni, vicende umane molto interessanti! E poi, fortunatamente tanto materiale è stato pubblicato, quindi io "studio" ascoltando quelle voci”
In seguito arrivarono poi le collaborazioni con le principali formazioni della musica di riproposta come Canzoniere Grecanico Salentino ed Ensemble Terra d’Otranto: “Sono state delle esperienze che mi hanno fatto crescere tanto, anche perchè ho inizato a cantare in maniera professionale proprio col Canzoniere e poi in seguito con l'Ensable Terra D’Otranto; con loro ho fatto i primi concerti fuori dalla Puglia e dall'Italia, e con loro ho avuto le prime esperienze discografiche. Queste due formazioni sono state, tra l’altro, le prime a porsi il problema della sperimentazione musicale e questo mi ha consentito di confrontarmi con linguaggi musicali diversi da quelli che conoscevo”. Dotata di una voce da molti definita “antica” e caratterizzata da timbri e virtuosismi che rimandano direttamente alle vocalità della tradizione, la Villani nel corso della sua carriera ha saputo mettere in relazione le radici della sua terra con i linguaggi musicali contemporanei dando vita ad uno stile interpretativo molto personale: “Ho sempre avuto una voce squillante, anche quando cantavo da piccola e per gioco. Credo che sia comunque un tipo di voce adatto al canto tradizionale che ha come primo obiettivo la comunicazione e il farsi udire a distanza. Poi con l'ascolto degli anziani sicuramente sono migliorata, sono diventata molto attenta alle tecniche vocali tipiche della mia zona geografica. Ascolto, attenzione e umiltà sono a parer mio le regole fondamentali. Non solo per la musica!”. In questo senso molto importante è stato anche il suo intenso percorso di ricerca sul campo, che ha contribuito in modo determinante non solo all’allargamento del suo repertorio ma anche al perfezionamento delle tecniche vocali apprese direttamente dai cantori e dalle cantrici con i quali ha avuto modo di confrontarsi: “Spesso non è importante solo registrare i canti e i racconti, ma stare il più possibile insieme ai cantori. Da questo può derivare intanto una confidenza che permette un rapporto disinibito da entrambe le parti e poi si entra meglio nella mentalità culturale che ha prodotto i canti e le suonate. Non bisogna mai considerare i repertori musicali distaccati da un contesto, che sia esso il lavoro agricolo o una festa tra amici. Il "sapore" della musica tradizionale è soprattutto lì”
Del 2008 è il suo disco di debutto come solista, Ninnamorella: “Ninnamorella è nato perché da tempo volevo lasciare una specie di impronta, volevo che il mio modo di pensare a questa musica fosse "vivo" e fruibile. Durante la mia attività di conoscenza e riproposta musicale, ho sicuramente intrapreso strade che si distinguono un po’ da quelle battute solitamente. Nel complesso è un po’ il resoconto della mia esperienza, che è ricca e piena di confronti e collaborazioni. Infatti non posso dire che è il disco della mia formazione musicale, in cui sono voce solista, ma piuttosto è un lavoro corale con la presenza di tante persone a me vicine. Quindi alcuni brani hanno un sapore etereo, rarefatto, altri sono molto più ruspanti, in tutto questo non potevo ignorare i cantori e le cantatrici che mi hanno amorevolmente insegnato arie e versi. Non solo ritengo queste persone una vera e propria "scuola" di musica e di vita, ma trovo che il mio modo di cantare si trasformi quando entra a contatto con le loro voci, è come se la voce si sciogliesse maggiormente, come se si lasciasse condurre molto liberamente alla ricerca di sonorità che spesso chi non conosce questi canti, ignora completamente o addirittura disprezza! Nella scelta dei brani di Ninnamorella ho privilegiato quelli che mi rappresentavano di più ma anche quelli a cui ero più legata e quelli che volevo avessero una diffusione maggiore. In questo senso mi sono soffermata soprattutto sugli aspetti vocali di alcuni canti che presentavano melodie più lunghe e arcaiche”


Salvatore Esposito 


Fimmana, Mare e Focu! - La Videointervista 
In occasione della sua partecipazione come ospite a Disco Days, kermesse napoletana dedicata al collezionismo musicale, tenutasi lo scorso 15 aprile abbiamo incontrato Anna Cinzia Villani, con la quale, dopo la sua breve ma splendida esibizione in solitario, ci siamo soffermati a parlare del suo nuovo album. “Fimmana Mare e Focu è un disco dedicato alla donna”, afferma la musicista e ricercatrice salentina, “e nel quale mi focalizzo su quei brani della tradizione nei quali l'uomo si rivolge a quest’ultima per dedicarle versi e canti molto romantici. Si tratta di brani usati per il corteggiamento. Certo, esistono nella nostra tradizione anche i brani di degno, ma che non sono presenti nel disco. Quando la donna si presentava in una maniera un po' più trasgressiva o comunque contravveniva alle regole sociali e comportamentali del rapporto uomo-donna, venivano canti questi brani con i quali venivano insultate ed erano anche un motivo di vergogna. Noi sappiamo che la società contadina non contemplava molto la dimensione privata tanto nei modi quanto nei comportamenti e quindi tutto si sapeva subito. Diciamo che questo disco nasce da una mia riflessione personale, e dalla conoscenza diretta di tante donne salentine, ed in particolare delle cantatrici, coloro che poi mi hanno anche insegnato molti canti e che da diversi anni io ho frequentato in situazioni spesso familiari. Solitamente pur essendo persone molto aperte tendono a contenersi in pubblico. Io ho avuto la fortuna di frequentarle anche calandomi tra di loro e lì devo dire che può succedere di tutto perchè sono delle donne che hanno voglia di stare insieme, che si sentono più protette da una dimensione femminile. Allora si lasciano andare a commenti provocanti, fatti piccanti, barzellette. Tutto ciò mi ha fatto riflettere sul fatto che le donne sono obbligate a seguire un determinato codice comportamentale e al quale spesso aderiscono, tuttavia appena possono sfuggono a queste regole. Da qui nasce un po’ tutto il disco e per certi versi anche l’ironizzazione di questo mondo”
Rispetto a Ninnamorella questo disco vede Anna Cinzia Villani protagonista anche come autrice di alcuni brani: “A differenza del precedente, questo disco segue una tematica unitaria, e si caratterizza anche per alcuni brani che ho scritto io ovvero le due pizziche pizziche ballabili Farnaru Farnareddhu e Fimmana, Mare e Focu, e poi Luntananza e Tridici Stelle. Il primo Farnaru Farnareddhu contiene una citazione di un rito molto particolare che si utilizzava da noi quando si smarriva qualcosa e si avevano sospetti su qualcuno. Si prendeva il farnaru (il setaccio), che poi è anche quello che da la forma al tamburello, e lo si interrogava infilzando la lama di un paio di forbici sul telaio e si diceva: “Farnareddu Farnareddhu meu macareddhu tie macareddhu ieu ci s'appjata sta cosa? Se se l'ha pijata lu Ciru De Rosa gira se, no statte fermu!” Setaccio, setaccino mio fatato sei tu e mago sono, io chi si è presa questa cosa? Se se l'è presa Ciro De Rosa gira, altrimenti stai fermo!” Se il setaccio, tenuto con questa lama, si metteva a girare dalla parte del telaio voleva dire che quella persona aveva rubato, quella cosa altrimenti era innocente. In questa pizzica la donna interroga il setaccio perchè aveva perso il suo cuore, probabilmente l'aveva sparpagliato in giro, ed è indecisa su quali tra questi tre giovani si devono fermare le sorti e chi deve amare. Un giovane appartiene al mare, un giovane appartiene al vento, l'altro appartiene alle pietre preziose. Alla fine mentre sta per infilzare le forbici sul telaio le forbici le cadono per terra. Poi arrivano alcune strofe prese dalla tradizione “Na donna cinquecento se chiamava e cinquecento innamorati aveva”, c’era una volta una donna che aveva cinquecento innamorati, a tutti dava un bacio o un dono e tutti quanti li aveva in pugno. Ad un certo punto la sua sorte si ribellò e di tanti amanti non le restò nessuno. In poche parole la tradizione dice che chi troppo vuole nulla stringe. L’altra pizzica pizzica che da il titolo al disco, che ho composto io tra virgolette, nasce dall’unione tra vari proverbi che parlano delle donne, è stato un lavoro molto divertente perché ho messo insieme che ho raccolto durante le ricerche o che avevo sentito a casa mia durante l'infanzia, poi ne ho prese altre da manuali che sono stati pubblicati sui proverbi tradizionali. Tutti parlano della donna dal punto di vista maschile, che non è sempre roseo per la donna, e tutto questo è molto ironico perchè mi è piaciuto mettere insieme questi versi ed adattarli alla metrica della pizzica pizzica. Luntananza, invece è un canto in cui si affronta una tematica dolorosa, che è quella del distacco sentimentale. Potrebbe essere un brano autobiografico, perchè da esso trapelano un po' di sentimenti personali ed è stato pensato sulla traccia del canto alla spiga, che cantavano le Sorelle Gaballo, delle cantatrici che ancora oggi abbiamo la fortuna di poter ascoltare e sulle quali è uscita una pubblicazione curata da Dario Muci. Questo canto ha una origine molto arcaica e si fa sul bordone. Mi è piaciuto sin da quando l'ho ascoltato per la prima volta finchp mi ha ispirato a questa melodia. Prima però sono nati i versi, le parole e poi ho dovuto modificare la melodia perchè mi sembra giusto che ci debba essere del mio. Tredici stelle affronta nuovamente la tematica del distacco, che è però quello della partenza, quindi il distacco fisico che per i salentini ha rappresentato un problema affrontato anche con molto dolore quando si partiva per la guerra, per l'emigrazione, e ancora oggi si parte dal Salento In questo brano c'è invece una leggera spensieratezza nel distacco perchè si affronta con tranquillità. Si fa una sorta di preghiera per ritrovarsi”
Determinante è stata anche la presenza al fianco della musicista salentina della MacuranOrchestra: “La formazione è più o meno quella del primo disco Ninnamorella, con la differenza che al posto del violoncello c'è il contrabbasso, che riempie quelle frequenze di cui abbiamo bisogno, perchè tutti gli strumenti come le nostre voci sono sull'acuto. Invece è interessante sentire l'impasto tra l'organetto e il contrabbasso, che secondo me rende molto sui brani ballabili. Per me la ricerca sonora è sempre quella dell'equilibrio tra tradizione e sonorità più moderne, quindi non dimentico mai la base perché devo sentirmi sempre un po' a casa. Nel disco c’è quindi l'organetto diatonico, i tamburelli, l'armonica a bocca, la chitarra di Valerio Daniele, che ha fatto da direttore musicale di questo progetto e ha arrangiato anche Intra Sta Curte e Luntanaza, e E Na Na Stasira Egnu insieme a Gianluca Vendola, che nel disco canta Daniele Girasoli. C’è però anche qualche traccia dalla struttura più moderna come Lu Desideriu Miu Cu Bessu Cozza”. Concludendo la nostra chiacchierata ci soffermiamo sul brano che apre il disco, Ijo Pucanè, brano composto da Piero Milesi: “Piero mi regalò questo brano nel 2001 quando lavorammo insieme per quell'edizione della Notte della Taranta. Per lui era la seconda edizione che curava e in quell'occasione si cimentò nello scrivere le parti per l'orchestra sinfonica. Fu un esperimento molto bello e senza dubbio uno dei più riusciti, per altro non abbastanza valorizzato purtroppo. Io andai ad incidere a maggio questo brano che per certi versi ricorda le voci bulgare. Il testo è tratto da una poesia scritta da Gianni De Santis e parla della nostra terra, Ijo Pucanè significa Sole ovunque. Piero scrisse le parti delle voci e io incisi tre voci e il pezzo fu mandato campionato per l'inizio del concertone. Piero sin dall'inizio mi disse: “Questo è tuo e puoi farne ciò che vuoi”. In tutti questi anni ho sperato di poterlo utilizzare insieme a lui. Per questo non l'ho neanche inserito in Ninnamorella, perchè mi sembrava di togliere qualcosa a quell'idea. Poi purtroppo Piero è scomparso ad ottobre e allora ho pensato che sarebbe stato bello fare a lui questo omaggio ed inserirlo come prima traccia”


Ciro De Rosa 
Trascrizione e adattamento Salvatore Esposito 


Anna Cinzia Villani – Fimmana, Mare e Focu (AnimaMundi) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Da tempo attiva nell’ambito della ricerca e della riproposta della musica tradizionale salentina, Anna Cinzia Villani a quattro anni dal suo debutto come solista con Ninnamorella, torna con Fimmana, Mare e Focu, disco dedicato alla donna e alle sue tante anime, cantata però da una prospettiva diversa rispetto ai versi del repertorio tradizionale che la vuole o dea irraggiungibile o fonte di sofferenza per l’amore non ricambiato. Il disco esplora così il lato meno noto della donna all’interno della tradizione, ovvero quello che la vuole poco incline al cantar di sé e dei suoi desideri più nascosti ma piuttosto concentrata nella sua dimensione quotidiana spesa tra la vita familiare ed il lavoro nei campi. Partendo da alcune ricerche sul campo, Anna Cinzia Villani ha cercato di individuare quei canti in cui era la donna a parlare in prima persona o che in qualche modo rimandassero alla sua vita di figlia moglie, madre. Dal punto di vista musicale molto importante è la presenza al fianco della musicista salentina della MacuranOrchestra, che raccoglie eccellenti strumentisti provenienti da esperienze diversificate in ambito world, trad e jazz come: Annamaria Bagorda (organetto), Vito De Lorenzi (batteria etnica, tamburello, percussioni), Giorgio Vendola (contrabbasso), Daniele Girasoli (voce, violino, armonica, marranzano), Giorgio Distante, (tromba), e Gaetano Carrozzo (trombone), guidati magistralmente da Valerio Daniele il quale oltre a suonare la chitarra ha curato la direzione musicale. Inciso nella splendida cornice della Masseria Santa Lucia ad Alessano (Le), luogo particolare sia per la bellezza estetica sia per la particolare acustica delle sue stanze, il disco presenta tredici brani nei quale emerge una combinazione di suoni in grado di conservare ed accrescere la potenza della musica tradizionale attraverso ritmiche, armonizzazioni e timbriche che spaziano dalla world music al jazz. Ad aprire il disco è Ìjo pucanè, brano tradizionale magistralmente interpretato dalla Villani presentato nella versione riarrangiata da Pietro Milesi per l’orchestra nel corso dell’edizione del 2001 della Notte della Taranta. Si passa poi alla travolgente Mujerima pe’ la Musica è Pazza Pazza, canto raccolto da Diego Carpitella ed Ernesto De Martino a Muro Leccese (Le) nel 1960 e caratterizzato da un incedere ritmico irresistibile con i fiati che rimandano alle bande delle feste di piazza e la voce della Villani in grande evidenza. Le atmosfere si fanno più soffuse ed evocative con la romantica Intra ‘sta Curte Stannu Li Bellizzi, brano tradizionale proveniente dalle ricerche di Giovanna Marini a Sternatia (Le), i ritmi tornano più movimentati con Farnaru Farnareddhu, pregevole composizione originale ispirata dall’uso antico di interrogare un setaccio per scoprire il colpevole di un furto. Altro brano composto dalla Villani è poi Luntananza, canto d’amore ispirato al Canto alla Spiga delle Sorelle Gaballo e caratterizzato da un testo di grande intensità poetica nella quale emerge la grande capacità della musicista salentina di immergersi nella tradizione per diventarne parte integrante lei stessa. Dalle sue ricerche personali ed in particolare dalla voce cantrice Teresa Chiriatti arriva Lu Desideriu Miu Cu Bessu Cozza, che a buon diritto può essere considerato uno dei vertici del disco insieme alla pizzica dei proverbi Fimmana, Mare e Focu!, un particolarissimo pastiche letterario di filastrocche e modi di dire, che fanno emergere la visione amara ed allo stesso tempo ironica del rapporto uomo-donna. Da ascoltare con attenzione sono poi E Stasira Egnu in duetto con Daniele Girasoli, la toccante La Partenza caratterizzata dal recitato di Luisa Ruggio, e Tridici Stelle, altro brano composto dalla stessa Anna Cinzia Villani ed impreziosito dalla chitarra arpeggiata di Valerio Daniela. Il disco verso il finale ci regala ancora la splendida Serenata nella quale brilla l’organetto di Anna Maria Bagorda, la trascinante Pizzica Pizzica di Copertino e Puccia Canaja in cui ritroviamo la voce di Daniele Girasoli in duetto con la Villani. Fimmana, Mare e Focu! è senza dubbio il disco della piena maturità artistica di Anna Cinzia Villani ma allo stesso tempo è un lavoro da ascoltare con attenzione, perchè i suoi solchi racchiudono un approccio illuminato alla musica tradizionale, vista non come qualcosa da riproporre più o meno casualmente ma piuttosto come un prezioso tesoro tutto da scoprire e da cui attingere per trovare idee e spunti sonori per il futuro. 


Salvatore Esposito

The Nordic Fiddlers Bloc - The Nordic Fiddlers Bloc (Etnisk Musikklubb)

Dagli irlandesi Altan, che anni fa ne presentavano tre in scena, ai corregionali Fidil, dagli scozzesi Blazin Fiddles e Fiddlers’s Bid ai supergruppi plurinazionali Frigg e String Sisters non mancano modelli di sfavillante incrociar d’archetti. Ebbene, annotiamo un altro bell’esperimento che mette insieme Kevin Henderson (Shetland), Olav Luksengård Mjelva (Norvegia) e Anders Hall (Svezia). I tre artisti che compongono The Nordic Fiddlers Bloc sono originari di tre aree dalla lunga e rinomata tradizione violinistica. La combinazione di violino di Kevin, hardingfele e violino baritono di Olav, violino e viola di Anders assicura pluralità di tessiture e cangianti costruzioni melodiche, armoniche e rimiche. Il trio si presenta non soltanto come aggregato di eccellenti solisti ma si muove alla ricerca di punti comuni, esplorando i rispettivi bagagli folklorici ed inserendo in repertorio anche composizioni d’autore. Attraverso reinlender, polska, reel, valzer e halling si avvicendano temi di carattere solenne ed austero e melodie più dirette e vorticose. 38 minuti suonati con classe, freschezza, potenza espressiva, spiccata interazione, nonché capacità di sorprendere l’ascoltatore. La danza svedese “Polska from Delsbo”, l’incantevole “Da Greenland Mans Tune”, melodia delle Shetland dal sapore antico, l’irresistibile polska di inclinazione ragtime “Maria’s 27th Birthday Plattgympa”, le spumeggianti riletture di “Midnight on the Water” e “Bonaparte’s Retreat” sono tra le sequenze più riuscite del disco. La speranza è di poter vedere presto i Nordic Fiddlers Bloc dal vivo in Italia. 

Ciro De Rosa

Sylvain Barou – Sylvain Barou (Aremorica Records/Albumtrad)

Noto per essere uno dei componenti dei Guidewires nonché di un nuovo trio insieme a due leggende della musica tradizionale irlandese come Donal Lunny e Padraig Rynne, Sylvain Barou è senza dubbio uno dei più talentuosi flautisti bretoni della nuova generazione. Sebbene abbia solo trentadue anni, il suo curriculum presenta una lunghissima lista di collaborazioni prestigiose tanto in studio con artisti come Denez Prigent, Dan Ar Braz, Soig Siberil, Gilles Le Bigot, Liz Carroll, Yvan Cassar, Alain Genty, Erik Marchand, Keyvan Chemirani, e Prabhu Edouard quanto sul palco con Celtic Procession, Jean-Charles Guichen, David Pasquet. A questo va aggiunto anche il fatto che il suo eclettismo e il suo percorso di ricerca lo hanno condotto negli anni ha superare i confini della musica bretone e celtica, per studiare da vicino anche sonorità provenienti da altre zone del mondo come l’India, la Turchia, la Grecia, l’Iran e la tradizione sufi. Non è un caso dunque che oltre al suo strumento di elezione il flauto, Barou suoni con disinvoltura anche le uilleann pipes, la cornamusa Kozh, il flauto bansuri, e il duduk. Recentissimo è il suo disco di debutto omonimo, registrato in un lungo periodo di tempo che va dal 2005 al 2011 approfittando dei pochi momenti liberi che caratterizzano la sua vita. Interamente strumentale, il disco di compone di tredici tracce equamente divise tra inediti e brani tradizionali, tratti da vecchi nastri o registrazioni sul campo effettuate dallo stesso Barou, compongono una sorta di affascinante diario di viaggio che compendia tutto il suo percorso artistico. Non a caso al suo fianco ha voluto molti dei suoi già citati amici e collaboratori con i quali in questi anni ha lavorato in studio e sul palco. Durante l’ascolto infatti si spazia dalla musica irlandese delle gighe The Naga Jigs, e The Windy Set al reel di JD’s Reel al 7/8 della tradizione afgana Shah Koko Jaan fino a lambire la musica greca e balcanica nella splendida Mare Nostrum. Non mancano alcune piccole gemme come la piccola suite che si compone dell’intro Margaretig e della fascinosa Ton Doubl Plinn, o la sinuosa Esfahan nella quale traspare tutto il suo amore per la musica orientale, e da ultimo l’intesa Melodie Kozh. Considerare questo primo disco solista di Sylvain Barou come un debutto sarebbe assolutamente riduttivo, è piuttosto un opera di alto profilo artistico che non mancherà di suscitare grande interesse e curiosità tanto da parte degli appassionati quanto da quella degli addetti ai lavori. 


Salvatore Esposito

Prabhu Saashwathi - Spiritual Mantras (Felmay Records)

Giovane musicista e compositrice, Saashwathi è stata per diversi anni discepola del grande maestro di violino Shri Lalgudi G. Jayaraman, insieme al quale ha approfondito la conoscenza della musica carnatica. In parallelo ha dato vita ad una propria carriera come cantante che l’ha condotta ad incidere dischi sin da giovanissima. Dopo aver conseguito la laurea in psicologia, ha iniziato un intenso percorso di ricerca sulla musica terapeutica per il rilassamento ed in particolare su come la recitazione regolare dei mantra possa avere effetti profondi sul proprio Sé. A distanza di due anni dalla pubblicazione di Vedic Mantras che conteneva dieci importanti mantras in versione originale, la Saashwathi ha di recente pubblicato grazie alla sempre attivissima Felmay, Spiritual Mantras, un disco che raccoglie quattro tra inni e preghiere della tradizione Hindu, musicati dalla stessa musicista indiana, che consentono all’ascoltatore un facile accesso alla forte spiritualità di questi testi che aiutano a la ricerca del vero Sé. Secondo la filosofia Hindu i Mantra sono la via che conduce l’individuo al contatto con il divino, essendo racchiuse nelle sue sillabe delle vibrazioni sonore sacre, che nel loro interno contengono una immensa energia spirituale. Queste ultime permettono la liberazione dell’anima conducendola via via verso gli stati più elevati del Divino, sicché il continuo canto dei Mantra purifica la coscienza e la mente, promuove l’armonia e aiuta a dissolvere il Karma. Ad aprire il disco è Atma Shatakam, che riprende le sei quartine scritte dal filosofo indiano Adi Shankara (788 – 820) nell’ottavo secolo e che riassumono l’intero Advaita Vedanta. Si narra che a soli otto anni Adi mentre vagava per l’altopiano dell’Himalaya alla ricerca del suo maestro, incontrò un saggio che gli chiese chi fosse e lui rispose con questi versi, che nella versione musicata da Saashwathi acquistano una dimensione ancor più pregnante dal punto di vista spirituale. Dal corpus di scritti di Adi Jagadguru Sri Shankaracharya Bhagvatpada arriva invece Bhavani Ashtakam, un ashtakam in otto versi di alta devozione alla Madre Divina, Devi Bhavani, interpretato con grande trasporto da Saashwathi il cui cantato riflette lo stato di grande concentrazione e devozione richiesto per raggiungere uno stato superiore di coscienza. Il terzo brano, Madhurashtakam è una preghiera Bhakthi Marga scritta da Mahaprabhu Srimad Vallabhacharya (1479-1531) che diffuse la filosofia Pushti Marga nell’India del Nord, che rientra nella particolar forma devozionale secondo cui il devoto non vede null’altro che il Signore, Krishna l’incarnazione divina di Vishnu ovvero la trinità costituita da Brahama, Vishnu e Shiva. La particolarità di questo brano, oltre al testo nel quale l’autore si focalizza su Krishna bambino e ne glorifica la grazia, consiste nel cantato di Saashwathi il cui semplice ascolto crea intorno all’ascoltatore un’atmosfera di intenso rilassamento. Chiude il disco Shiva Panchaksharam, una strota (preghiera) composta da Adi Shankaracharya la cui particolare forma metrica composta dalle cinque sillabe “Na Ma Si VaYa” è considerata un buon auspicio e serve per salutare Shiva. Partendo dai suoi studi sulla funzione catartica della musica connessa alla funzione spirituale della preghiera, Saashwathi ha dato vita ad un disco di grande intensità emotiva, che non mancherà di incuriosire anche coloro che si avvicinano per la prima volta alla spiritualità e alla filosofia Hindu. 


Salvatore Esposito

Balkan Beat Box – Give (Crammed Discs/Materiali Sonori)

Considerati ormai tra i principali esponenti della scena new balkan, i Balkan Beat Box partendo dal movimento gyspy rock hanno dato vita ad una originale commistione sonora che parte dalla musica tradizionale balcanica, abbraccia i suoni world e arriva a lambire l’elettronica dancefloor. A distanza di due anni da Blue Eyed Black Boy il trio newyorkese torna con Give, disco ispirato dai grandi movimenti di protesta sviluppatisi nel corso del 2011 ed in particolare alle proteste sociali nate in Israele, alla Primavera Araba e ad Occupy Wall Street. Pur essendo sostanzialmente rimasta invariata la loro proposta musicale, il loro sound presenta ritmiche e timbriche più potenti ed abrasive che rimandano all’uso che fanno dell’elettronica certi gruppi di Africa e Sud America. Parallelamente anche i loro testi si sono fatti più impegnati come dimostra già la copertina a fondo rosso e con in primo piano un kalashnikov-megafono. Per l’occasione al trio base composto da Ori Kaplan (sassofono, sintetizzatori), Tamin Muskat (batteria, programmazione e sintetizzatori) e Tomer Yosef (voce, percussioni e chitarra), si è aggiunta una lunga serie di ospiti come Yaron Ouzana (trombone), Itamar Ziegler (chitarra e basso), Beno Helder (basso), Ron Bunker (chitarra), Tom Darom (voce), The Baby Voice Orchestra P.T. City (voci), Moran (voci) e Jovica Ajdarevic (scratch trumpet). Sin dalle prime note di Part of the Glory si percepisce chiaramente come il trio abbia cercato con questo disco di dare corpo al suono dei nostri tempi, quello nel quale si mescolano influenze musicali che spaziano in lungo ed in largo attraverso il nostro globo e che racchiudono dei testi che mettono in luce senza mezzi termini il fuoco di protesta che si leva contro le politiche capitalistiche delle grandi potenze economiche e contro i governati su cui pende l’accusa di essere stati loro complici. Brani come l’esplosiva Political F*ck, Urge to Be Violent ed Enemy in Economy sembrano essere la colonna sonora di un documentario su Occupy Wall Street con i loro suoni che spaziano dall’hip-hop al reggaeton fino a toccare la musica dance con i fiati di Kaplan a rimandare alle sonorità balkan, filo rosso che tiene insieme i vari brani. Completano il quadro brani come Money, What A Night, e Porno Clown, che pur non parlando direttamente di politica puntano ad una critica dei costumi e delle mode della nostra società tra la mercificazione del sesso, le vuote apparenze e il consumismo a tutti i costi. Vertice del disco è la conclusiva No Man’s Land che mescola le sonorità e ritmi dell’hip-hop con quelle delle fanfare balcaniche dando vita ad un crescendo molto coinvolgente. Nel complesso Give è ha tutta l’aria di essere una sorta di istant disc con il quale i Balkan Beat Box hanno cercato di cristallizzare non solo la situazione politica attuale ma di interpretarne in qualche modo anche il suo suono. 



Salvatore Esposito

Mokoomba - Rising Tide (ZigZag World)

Originari di una zona posta al confine tra Zimbabwe e Zambia, dove il fiume Zambezi incontra le cascate Victoria, i Mookoomba sono una interessantissima band africana che appartiene alla comunità Tonga, una minoranza etno-linguistica di ceppo bantu strettamente correlata con i Batoka e con il gruppo etnico omonimo del Malawi. Guidato dal cantante e percussionista Mathias Muzaza, e composto da Trustworth Samende (chitarre e voci), Miti Mugande (percussioni e voci), Ndaba Coster Moyo (batteria, beat boxe e voci), Donald Moyo (tastiere, beat box e voci) e Abundance Mutori (basso e voci), il gruppo propone una originale afro-fusion in cui la musica tradizionale dell'etnia Tonga viene incrociata con il rock, il reggae e il dub, dando vita ad un sound travolgente nel quale l'uso di chitarre elettriche e batteria è accompagnato a quello degli strumenti legati dalla musica rituale africana. Dopo la partecipazione al Music Crossroads Local Festival nel 2007 e quella al Music Crossroads InterRegional Festival del 2008 la cui vittoria, dopo un serrato confronto con altre band africane, ha consentito al gruppi di intraprendere l'anno successivo un tour in Europa, documentato dal dvd From One Riverbank To Another. A quattro anni dal loro debutto, Kwaseka, il gruppo dello Zimbabwe torna con un nuovo album Rising Tide, prodotto da Manou Gallo e che raccoglie dodici brani di pregevole fattura alla cui realizzazione ha collaborato una lunga lista di ospiti come: Lene Norgaard Christensen (voce), Tatenda Kanjato (batteria), Jean Yode, Vusa Mthunzi, Vimbai Mukarati (sassofono), André Laourou (tromba), Manu Hermia (flauto e sassofono), Amir Gwirtzman (flauto e sax baritono), Prince Diabaté (kora), Babara Bangoura (djembe), Olivier Collette (tastiere e piano), Anja Naucler (violoncello) e Thomas Sari (programming). Rispetto all'esordio il sound si è arricchito di influenze che spaziano dal soul al funk fino a toccare il jazz e questo grazie alla illuminata produzione di Manou Gallo che è riuscita ad arricchire la cifra stilistica dei Mokoomba. Durante l'ascolto si spazia così da dub dell'inziale Njoka nella quale vengono recuperati alcuni proverbi della tradizione dei Tonga al canto rituale Masango, ispirato alla cerimonia di inziazione ai sacri riti per i ragazzi che diventano così dei veri uomini, fino a toccare la solare Mangongo e la riflessione in chiave reggae di Mwile. Se Misozi è un canto d'amore in crescendo con la voce di Muzaza particolarmente ispirata, Yombe è invece un brano dedicato alla perdita di un genitore a causa del grande male dell'Africa l'HIV. Si torna alle sonorità più solari e ai ritmi in levare con Nimukonda, mentre Ndundule celebra le antiche tradizioni dello Zimbabwe ripronendo in chiave moderna i riti ancestrali della danza. Sul finale il disco regala poi un crescendo di emozioni con la splendida ed evocativa Manuge nella quale brilla la chitarra di Samende, poi con il canto di lavoro Mabembe e poi con le conclusive ed intense Mvula e Weleye, entrambe caratterizzate da una travolgente coralità. Rising Tide è un disco tutto da scoprire sia dal punto di vista musicale sia da quello strettamente legato alle tradizioni della minoranza etnica dei Tonga, un popolo dalla storia millenaria della quale i Mokoomba si sono fatti paladini e custodi attraverso la musica. E' possibile acquistare il cd nei migliori store online in download.


Salvatore Esposito

The Touré-Raichel Collective - The Tel Aviv Sessions (Cumbancha)

L’unione dei linguaggi, l’unione delle culture e l’unione dei continenti accumunati da un’unica inscindibile koinè: la musica. Vieux Farka Touré alla chitarra, Idan Raichel al piano, Yossi Fine al basso e Souleymane Kane al calabash, sull’asse maliano-israeliano, sono riusciti a fondere l’Africa ed il Medio-Oriente ne “The Touré-Raichel Collective”. Quattro giovani e talentuosi musicisti che hanno sapientemente raccolto in un solo album il loro estro musicale; un album creato di getto, da artisti che nella loro vita sembrano non aver fatto altro che suonare insieme: è The Tel Aviv Session. Questo il titolo del loro lavoro uscito il 27 marzo scorso. Nella popolosa città israeliana, Idan ha curato una serie di concerti internazionali per il Tel Aviv Opera House, ha invitato Vieux per il primo spettacolo e ha suonato con Yossi. È partito tutto da lì! Dopo ci sono stati uno studio di registrazione/salotto, della marmellata, un divano e tre ore di musica. Stupisce come l’improvvisazione, possa aver creato una miscela di suoni perfettamente armonici: nessuna dissonanza inasprisce il ritmo di brani che non ti stancheresti mai di ascoltare; le sonorità acustiche e vivide rimandano a spazi aperti, sconfinati in cui il pensiero è libero di perdersi…eppure senza questa estemporaneità, forse (o certamente) questo album non avrebbe regalato la stessa atmosfera; un’atmosfera in cui svaniscono i confini tra paesi e culture, perché fusi nella melodia. L’immediatezza e la naturalità con le quali è stato composto, quasi fosse un gioco, sono le stesse che si percepiscono fin dal primo ascolto. Il pregio artistico di The Touré-Raichel Collective, la loro creatività, la capacità comunicativa, la musicalità che hanno dentro, si evincono dai pezzi che non son mai scontati o banali, al contrario, percorrono itinerari inaspettati, che non sai mai ove potranno condurre. Per questo primo lavoro, Idan si è occupato anche del montaggio dei brani, tagliando, aggiungendo e spostando parti dei brani, inserendo i contributi di Patrick Ruffino, Yankale Segal, Frédéric Yonnet, Cabra Casay e Mark Eliyahu. Nella storia di questo album sono tante le coincidenze, gli incontri fortuiti, le casualità: il rapporto tra i musicisti lo ha reso ancora più autentico e singolare. In primis, l’inaspettata conoscenza tra Idan Raichel e Vieux Farka Touré in un aeroporto tedesco nel 2008 durante i loro tour; la loro amicizia ed il loro incontro artistico nel 2010, quando hanno cominciato a registrare in un piccolo studio di Tel-Aviv. Le fondamenta per una lunga collaborazione erano già state gettate: Idan, grandissimo fan del padre di Vieux, Ali Farka Touré ha visto fin da subito una grande occasione di crescita musicale attraverso la collaborazione con il figlio Vieux, come lui stesso ha affermato. L’esperienza di questo disco ha inciso sicuramente sul modo di far musica di entrambi, che parte da una base comune l’amore per i luoghi di provenienza, per la famiglia e le proprie radici spirituali. Questi sono i primi elementi di un incantesimo, che con l’aggiunta di due ingredienti essenziali, Yossi Fine e Souleymane Kane, hanno dato vita alla magia di The Tel Aviv Session, un album che saprà sorprendervi! 


Cinzia Lanzano

Eusebio Martinelli & The Gipsy Abarth Orkestar – Gazpacho (CdBaby)

Figlio musicale di Nedo Lodi, celebre tromba nei film di Sergio Leone e con alle spalle studi al conservatorio e una laurea in discipline musicali, Eusebio Martinelli è un talentuoso trombettista con alle spalle prestigiose collaborazioni con Vinicio Capossela, Kocani Orkestar, Mau Mau, Goran Bregovich, Modena City Ramblers, Marc Ribot, Mauro Pagani, Roy Paci, e Calexico. Gazpacho è il suo album di debutto come solista che lo vede affiancato dalla Gispsy Abarth Orkestar, un ensemble multietnico che raccoglie musicisti provenienti da Serbia, Bosnia, Italia e Inghilterra. Il disco presenta otto brani strumentali tra originali e tradizionali caratterizzati dalla personalissima cifra stilistica che lui stesso ha autodefinito Gispy Abarth, un travolgente meltin’ pot sonoro che spazia dai Balcani ai Paesi Bassi, dalla musica Yiddish al Messico, fino a toccare l’Oriente e il Nord Africa. Così tra trombe mariachi, ritmi gitani e fanfare balcaniche si compone un quadro musicale di grande suggestione nel quale si mescolano suoni, colori, musiche da ballo, in un fluire continuo di energia, goliardia, e atmosfera da grande festa. Durante l’ascolto si colgono tutte le influenze musicali che hanno caratterizzato il percorso artistico di Martinelli, che nell’approcciare la realizzazione di questo disco ha curato nel dettaglio ogni singola parte musicale, fungendo da perfetto regista di un disco in cui la dimensione corale, è il perno su cui ruota ogni melodia ed ogni ritmo. Proprio come il gazpacho, la zuppa tipica andalusa celebrata nel titolo, questo disco è la rappresentazione pratica di come la ricerca attraverso sonorità solo apparentemente diverse tra loro, possa dare vita ad una proposta musicale originale, che mira non solo alla riscoperta di quelle tradizioni legate al mondo contadino ma anche ai ritmi urbani come dimostrano brani originali comel’iniziale Sud Est Mariachi, la title track caratterizzata dall’intreccio tra tromba e accordion, e la fascinosa Migrant Slow Train e l’etno-jazz di Balkavalz che rimanda a sonorità manuche. Ancor più coinvolgenti e riusciti ci sembrano i brani tradizionali come Artijiana, Hora Staccato, Abarthzeana e La Tharda nei quali la contaminazione sonora sembra cogliere maggiormente nel segno sia dal punto di vista degli arrangiamenti sia da quello della fruibilità sonora. Gazpacho per essere un’opera prima è senza dubbio un disco di grande qualità e siamo certi che nel prossimo futuro Eusebio Martinelli e la sua Gispsy Abarth Orkestar sapranno sorprenderci ancora. 



Salvatore Esposito

Bonnie Raitt - Slipstream (Redwing Records)

Bonnie è nata nel 1950 con la chitarra in una mano e una voce carezzevole e affilata in gola, ha cominciato a farsi le ossa aprendo i concerti di Sippie Wallace e Howlin’ Wolf. Ha suonato nel giro dei Little Feat, cominciando a pubblicare album nel 1971. Il phrasing della sua slide, la sua misura, la musicalità che esprime, le scelte l’hanno resa una delle “rosse” più famose e rispettate. Erano sette anni che non usciva un suo disco. Ora, grazie anche all’iniezione di vitalità datale dall’interessamento del grande Joe Henry, eccola tornare con un disco ove si trovano le chitarre jazzy di Bill Frisell e del grande NRBQ Al Anderson, delle ritmiche black tra il funk e il reggae e due gemme di Dylan tanto per non farsi mancare nulla. Non fidatevi di chi vi dirà che si sente puzza di “mestiere”. Il disco è godibile, niente di travolgente nè, tantomeno, rivoluzionario. La signora Raitt ha una settantina di anni, cosa vi aspettate che faccia un disco come Pj Harvey? Che Ganesh ce ne scampi! Lasciamo gli shoegazer a fissare le loro scarpe mentre l’inghilterra trema, qui ci sono canzoni e storie di una persona che ha attraversato la cartina del blues e del soul e vi racconta di se’ stessa e, mentre lo fa, ci racconta anche di noi. Bonnie è una delle grandi. A me basta. Chiaro che è un disco che poteva uscire solo in America e sfido chiunque a dire che non è vero. Ci sono giorni nei quali riesco a ascoltare la musica non da musicista. Sono i giorni leggeri, quelli ove non ho tenuto il basso a tracolla per un sei o sette ore. Questo disco insegna a suonare più che una clinic o di un video su youtube.




Antonio "Rigo"Righetti

lunedì 16 aprile 2012

ITU Bağlama Days 2012 e International Bağlama Sympsium, Istanbul, ITU Maçka Campus, 9-13 Aprile 2012

Le giornate del bağlama a Istanbul – Religioni, Rivoluzioni e Colascioni 

Il Conservatorio di Stato dedicato allo studio della musica turca e operante nell'ambito della Università tecnica di Istanbul organizza ogni anno in Aprile le “Giornate del bağlama" aggiunto nel 2012 un simposio internazionale sul bağlama intitolato al grande musicista Nida Tüfekçi.
Il congresso musicologico e il festival sono focalizzati su un preciso strumento dall'enorme valore simbolico su piani diversi: musicale, storico, religioso e politico. Le risonanze argentine del bağlama sono infatti quelle che accompagnano tradizionalmente la voce dei trovatori erranti dell'Asia Minore, gli aşık – letteralmente gli innamorati, ma di un amore non terreno, di una passione verso l'Amico. La maggioranza di questi poeti popolari appartiene alla comunità degli Alevi turchi, diversi sia dagli Sciiti (con cui hanno in comune il culto di Ali) che dagli Alawi della Siria. Descritto spesso come una “minoranza” o come una “comunità eretica”, l'Alevismo rivendica invece la sua fedeltà ai valori originari dell'Islam e a una linea discendente direttamente dalla famiglia di Maometto, troncata per lotte di potere a Kerbela, dove nel 680 le truppe di Yazid massacrarono Hüseyin, figlio di Ali e nipote del Profeta. Sposati in un sincretismo unico alle tradizioni delle comunità nomadi turkmene e influenzati dal pensiero greco-platonico e cristiano trovato in Anatolia, i principi dell'Alevismo sono quelli di una moralità semplice e diretta, del rifiuto delle religioni organizzate, e di una sorta di comunismo rurale autogestito, in cui gli alevi hanno vissuto per centinaia di anni prima che la migrazione verso le città trasformasse la socità turca.
Oggi quartieri alevi si trovano in tutte le megalopoli turche, e le loro società culturali operano in moltissime città europee, tedesche e olandesi soprattutto. Non riconoscendo imam e moschee sone sempre stati mal tollerati, malgrado la loro consistenza numerica sia notevole – si sta parlando di dieci o quindici milioni di persone. Il loro “culto” a carattere assembleare ha luogo in saloni chiamati cemevi, ed è caratterizzato dal semah, una danza circolare cui partecipano uomini e donne e che è stata considerata orgiastica, oggetto di volgari battute in televisione fino a non molto tempo fa.
Il governo turco, legato a doppio filo al clero sunnita, boicotta per quanto può l'esistenza di questa comunità, costruendo enormi moschee nei villaggi alevi dove magari manca o è fatiscente la scuola e inviandoci (a spese dello stato) imam che restano soli e abbandonati (l'aneddoto umoristico, una tradizione della letteratura turca e tipicamente alevita, abbonda di esilaranti esempi al riguardo). Nel corso delle campagne elettorali a tutt'oggi questi temi vengono sottilmente agitati per spaventare l'elettorato sunnita moderato, ma la ferita ancora aperta nella socità turca è quella dell'ultimo massacro in ordine di tempo perpetrato contro la comunità alevi: a Sivas nel 1993 una folla assetata di sangue e incitata dai locali capi sunniti attaccò e bruciò l'Hotel Madimak dove si teneva un congresso culturale alevi, sotto gli occhi impassibili di polizia ed esercito. 37 persone morirono bruciate, altre furono salvate a stento dal linciaggio, tra cui lo scrittore umoristico Aziz Nesin, che aveva tradotto e pubblicato alcuni estratti dei “Versetti Satanici” di Salman Rushdie.
Sivas Miting Kadikoy 2012
Il processo mai concluso ai responsabili – uno, formalmente ricercato dall'Interpol ha in realtà vissuto tranquillamente a Sivas morendo nel 2011 - è andato in prescrizione poche settimane fa, tra vibranti proteste della comunità alevita e di tutti i democratici turchi; molti degli avvocati che difendevano gli integralisti siedono oggi in parlamento nei banchi del partito di maggioranza, o sono addirittura ministri. Uno scorcio dell'enorme meeting di protesta contro la prescrizione del processo per la strage di Sivas, nel piazzale di Kadikoy, nella parte asiatica di Istanbul, dà la misura della situazione. Il convegno di Sivas era dedicato a Pir Sultan Abdal: bardo anatolico del XV secolo, le sue canzoni fanno parte ancora del repertorio dei cantanti odierni, e il pubblico può ad ogni momento mettersi a cantare in coro i suoi versi – come se in Italia un pubblico potesse cantare un sonetto del Petrarca assaporandone il gusto della lingua; e nei concerti tenuti presso la ITU non sono mancate le sue ballate, “firmate” come tradizione, inserendo il proprio nome nel primo verso dell'ultima strofa:
Pir Sultan Abdal
Pir Sultan Abdal'ım can göğe ağmaz / Io sono Pir Sultan Abdal e la mia anima non fugge 
Haktan emir olmazsa irahmet yağ / Senza l'ordine del Signore la grazia non scende dal cielo 
Şu illerin taşı hiç bana değmez / Le pietre di questi stranieri non possono toccarmi 
İlle dostun gülü yaralar beni / E' solo la rosa dell'Amico che mi ferisce. 
Questa immagine da un sito alevi rappresenta Pir Sultan Abdal che brandisce il bağlama come un'arma, circondato da trentasette rose che rappresentano i martiri di Sivas. Tra essi Muhlis Akarsu, aşık egli stesso e componente insieme a Arif Sağ e Musa Eroğlu di Muhabbet, il “superguppo di aşık” che ha segnato negli anni Ottanta con una serie di registrazioni diffuse in cassetta l'inizio della riaffermazione della identità alevi nel contesto metropolitano ed europeo. Ed il bağlama rappresentato nella grafica è infatti molto probabilmente diverso da quello del 1500: si tratta di un modello a manico corto, popolarizzato durante il revival alevi ma che musicisti di formazione rurale e tradizionale non hanno accettato, preferendo la classica ed elegantissima forma del bağlama che in questa immagine si vede, di fronte e di profilo, durante il concerto di Erkut Ozkan alla ITU.
Erkut Ozkan, ITU 2012
Per motivi di intonazione molti solisti di bağlama utilizzano infatti due strumenti. Lo strumento ha varie dimensioni, e molte variazioni nel numero di corde e nella accordatura: dalla versione più semplice a due corde, l'ikitelli, capace di sorprendente varietà espressiva nelle mani dei musicisti della provincia di Burdur, fino al monumentale onikitelli (dodici corde, numero che aggiunge al valore simbolico del bağlama il numero degli imam riconosciuti dagli alevi) oggi praticamente estinto. Nella versione più diffusa ha tre cori di corde, due doppie e una tripla; l'accordatura potrebbe essere definita “rientrante” (La Re Sol) con il coro centrale che fa da bordone e quello più alto che viene usato per la melodia con l'uso del pollice, non fosse che la terza corda del coro superiore è accordata una ottava più bassa delle altre due, complicando così la classificazione. Questa accordatura è chiamata “bozuk” e da questa parola turca (spezzato) deriva il nome greco dello strumento, bouzuki. In Grecia è diventato molto popolare, con il nome di baglamades, la versione più piccola, chiamata in Turchia “cura”.
Izmir Quintet, ITU Baglama Gunleri
In questa foto del quintetto di bağlama della università di Smirne, che si è esibito all'ITU in un brillante repertorio di arrangiamenti di melodie tradizionali della regione dell'Egeo, si vedono in ordine le tre principali taglie dello strumento: divan, bağlama, e cura. Esistono altre variazioni nella forma della cassa armonica, che cambia anche il timbro dello strumento, che pur avendo la stessa lunghezza è detto tambura. Inoltre la parola saz, che in turco significa strumento, è usata per indicare l'intera famiglia dei bağlama e la loro versione elettrificata (elektrosaz). Molto interessante e ricco il convegno, che ha spaziato dall'uso del bağlama nella educazione musicale sia in Turchia che nelle comunità turche d'europa, alle tecniche di costruzione, alla storia e alla attualità dello strumento. Strumenti analoghi o antenati del bağlama si trovano infatti in molte altre tradizioni asiatiche ed orientali, dall'Azerbajan all'Iran, da cui viene Farhad Sifdar che si è esibito in concerto con la versione iraniana dello strumento, come si vede abbastanza diversa.
Farhad Sifdar, ITU 2012
Di particolare interesse per noi l'intervento del musicologo turco-tedesco Nevzat Ciftçi che ha rintracciato importazioni e permanenze nella musica europea dopo il 1500 di strumenti della famiglia del bağlama; si tratta di influenze molto più tarde di quelle che hanno avuto luogo circa cinquecento anni prima e grazie anche alla civiltà dei Mori hanno introdotto l'ud (liuto) in Europa. Tra queste tarde permanenze si trova il colascione o calascione, popolare a Napoli dove si diceva fosse stato introdotto da prigionieri turchi sulle galere spagnole, e che si ritrova con lo stesso nome anche in Francia e Germania; un dizionario tedesco dell'epoca lo identifica correttamente come “kopuz” - forma primigenia del bağlama nella tradizione nomade turca – e in particolare con la forma detta “kolça kopuz” in cui furono per la prima volta verso il 1500 usate corde metalliche, e descritto con questo nome nel poema epico di Dede Korkut, base della cultura turkmena in Azerbaijan e in tutte le repubbliche turchiche. Dalla parola kolça o kolca (pronunciata colcia o colgia) deriva colascio, colascione, probabilmente per il lungo manico sproporzionato rispetto alla tradizione del liuto e della chitarra; a due o tre corde, scavato in un blocco unico di legno come molti cura e kopuz, il colascione aveva come tutti i bağlama una tastiera mobile, fatta di corde legate (oggi di nylon) che possono essere fatte scorrere sul manico; da qui il nome, che significa “legatura” in turco. Il convegno è stato coordinato e ispirato dal direttore della sezione di musica turca del conservatorio, Erol Parlak, che è anche uno dei maggiori solisti dello strumento e che ha creato un proprio innovativo quintetto; accanto a lui, e oltre quelli già citati, bisogna consigliare l'ascolto di Ramazan Güngor, per l'uçtelli, versione a tre corde; di Neşet Ertaşù popolari oltre che di stupefacenti improvvisazioni vocali nello stile bozlak, a tempo sospeso; di Erdal Erzincan, dalle vaste collaborazioni internazionali su etichetta ECM, di Ümit Yilmaz, che ha una straordinaria capacità di alternare uno stile chitarristico/accordale al fraseggio a corde singole; di Okan Murat Ozturk sia in solo che con il suo trio Bengi, di cui fa parte Erdem Şimşek, stella nascente dello strumento specialmente nella tecnica şelpe, cioè senza plettro. Ma sarebbero dozzine i nomi da citare in una tradizione ricchissima che tutt'oggi riesce a sopravvivere alla omogeneizzazione forzata e alla dominanza dei modelli occidentali grazie anche alle profonde radici culturali e al significato identitario della musica e che nelle giornate dei bağlama alla ITU trova una benvenuta sponda nell'ambito accademico. 

Francesco Martinelli

Aldo Tagliapietra, Nella Pietra e Nel Vento

Membro fondatore e front-man de Le Orme, Aldo Tagliapietra da qualche anno ha intrapreso un suo percorso artistico come solista. La pubblicazione del suo nuovo album, Nella Pietra e Nel Vento è l’occasione per parlare con lui di questo nuovo progetto e soprattutto della sua nuova vita da “single”.

Parallelamente alla tua attività artistica con Le Orme, sin dalla prima metà degli anni ottanta hai intrapreso anche un tuo percorso come solista. Come nasce Nella Pietra e Nel Vento? 
Il mio debutto come solista risale al 1984 con Nella Notte, poi ho pubblicato il live Radio Londra del 1992, poi ancora Il Viaggio che è stato ispirato da un mio viaggio in India ed in particolare a Calcutta, ed in fine i due Unplugged più recenti. Ho sempre curato la mia attività come solista soprattutto nei momenti in cui Le Orme erano ferme perchè, come sai, ci sono momenti più lavorativi altri meno, tuttavia essendo membro del gruppo ho cercato di fare dischi che in qualche modo si distaccassero da quello che veniva proposto nei nostri dischi. Quest'ultimo disco, Nella Pietra e Nel Vento è il primo disco da solista in tutti i sensi, anzi più che da solista è da single e questo mi ha fatto sentire più libero di esprimermi e quindi sono nate canzoni che in parte rimandano a certe cose fatte con le Orme in parte richiamano altri suoni. E' un disco che è stato caratterizzato da maggiore libertà compositiva, e a cui mi sono dedicato completamente anche perchè sentivo una certa responsabilità sulle spalle. Dovevo proporre qualcosa di bello sotto tutti gli aspetti, a partire dai testi, che mi hanno portato via la maggior parte del tempo, avendoli curati moltissimo sulla scia di un'ispirazione forte. Sono contento di questo lavoro e mi ha talmente entusiasmato lavorare a questo progetto che subito dopo ho cominicato a pensare al prossimo disco, che uscirà il prossimo inverno. La mia vena di creatività ha avuto, per così dire, un'impennata. 

Questo disco nasce dopo il tuo distacco da Le Orme… 
Preferisco sorvolare sulle ragioni del distacco, perchè lavorare in un gruppo per tanti anni e come un po' un matrimonio. E' come dire due persone che si sono separate. Agli inizi qualcuno del gruppo ha detto che ero uscito per raggiunti limiti di età, io preferisco invece dire che sono andato via per raggiunti limiti di ironia. Questo lo dico non senza ironia, perchè i motivi sono talmente tanti che si fa anche fatica a trovarli. Dopo tanti anni è vero che le cose si consolidano, ma è anche vero che i cosidetti equilibri interni possono cambiare perchè cambiano i caratteri delle persone. Evidentemente negli ultimi tempi avevo sentito un po' il peso, l'oppressione di certi attegiamenti da parte dei miei colleghi che non mi facevano sentire bene, avevo cominciato a dirmi sempre più spesso "questa situazione non mi da più soddisfazioni". Era anche calato il rispetto verso gli altri, e a quel punto non ce l'ho più fatta a continuare. Questo se voglio essere molto generico su questa cosa, dall'esterno è difficile poi capire certe dinamiche interne al gruppo. Avrei preferito che loro cambiassero nome perchè tutto il mondo conosce Le Orme per Pagliuca, Tagliapietra e Dei Rossi. Quando andò via Pagliuca siamo riusciti a portare aventi il discorso ma poi anche con l'uscita mia, se su tre ne mancava uno era una cosa passabile ma se su tre ne mancano due allora è una cosa diversa. Questo desiderio non è stato poi esaudito perchè c'è stata una vicenda giudiziaria legata anche al nome che Dei Rossi ha poi vinto al Tribunale di Venezia. Io non volevo usare il nome perchè per me Le Orme sono e saranno sempre Pagliuca, Tagliapietra e Dei Rossi, quindi il fatto che quest'ultimo abbia voluto continuare ad usare quel marchio è una cosa sbagliata. Nella vita però ci sono tante cose sbagliate, e non posso far altro che sottomettermi alla sentenza del Tribunale di Venezia.

Da questa parte per così dire dolorosa della tua carriera è nato poi il tuo nuovo album… 
In questo senso mi sento fortunato perchè questa cosa mi ha talmente amareggiato da un lato e caricato dall'altro che mi ha portato ad uno stato di grazia. A questa cosa ha contributo anche un operazione denigratoria nei miei confronti da parte dei restanti membri del gruppo e questo mi ha portato a dire a me stesso, dimostriamo invece c'è ancora voglia di fare e c'è entusiasmo. Io mi sono sentito molto ferito quando in uno dei primi concerti senza di me hanno detto che ero uscito dal gruppo per raggiunti limiti di età e l'ho trovato molto scorretto. Dei Rossi ha poi affermato che se andrà via anche lui dal gruppo sarà contento che un gruppo di tutti musicisti nuovi poterà aventi il discorso delle Orme. Questa cosa mi sembra talmente assurda e sbagliata che non riesco nemmeno a commentarla. 

Foto di Antonio Capone
Ciò che colpisce innanzitutto di questo disco è la copertina… 
Il titolo del disco è stato suggerito proprio dalla copertina, e quest'ultima ha certamente influenzato l'orientamento dei vari testi. Quello era un quadro che aveva dipinto per me Paul Whitehead una decina di anni fa. Lui era venuto a trovarci a Mexicali, una cittadina sul confine tra California e Messico e noi eravamo lì per il festival di Musica Prog che tengono annualmente e mi portò questo quadro e mi disse: "Guarda Aldo, questo è un mio regalo. Ci sei tu vestito da scalpellino indiano con la picozza. La musica che hai fatto nel passato l'ho voluta rappresentare con le rovine, le colonne spezzate, che si vedono in lontananza, mentre la musica che farai nel futuro è simboleggiata da questo labirinto di pietra che ha costruito lo scalpellino". Pensa poi anche al titolo The Stone Cutter, gioca sul mio cognome Tagliapietra. Quando siamo tornati in Italia l'ho messo nel mio salotto di casa ed erano anni che era lì. Dentro di me però ho sempre pensato che se un domani dovessi fare un disco come solista sicuramente quella sarà la copertina. Quindi lo Stone Cutter, la musica del passato e quella del futuro, sono state un po' le cose che mi hanno ispirato innazitutto il titolo Nella Pietra e Nel Vento, perchè molte cose nella vita, soprattutto quelle negative, le brutte azioni che si subiscono, bisogna impararle a scrivere nel vento affinchè le disperda e le porti lontano da noi. Viceverse le buone azioni, l'amicizia, l'amore, i sentimenti puri sono tutte cose da scrivere nella pietra perchè non devono essere dimenticate e devono restare nel tempo. Tutto è scaturito insomma da questo questo quadro. 

Ascoltando il disco ritorna il tuo forte legame con la cultura, la filosofia e la musica orientale… 
Lo sanno ormai tutti che sono un grande appassionato delle filosofie orientali ed in particolare dell'India e dell'Induismo. Mi ha sempre affascinato questo loro concetto che ognuno di noi fa parte di un tutto, a quale ci ricongiungeremo perdendo l'individualità che è la caratteristica principale del mondo materiale. Noi siamo individui perchè nel momento in cui nasciamo vediamo tutto separato da noi, come diceva Terzani. Ci sono gli altri, le cose che circondano, mentre con la dissoluzione del corpo ritorniamo ad essere parte del tutto. Questo succede anche alla nostra parte spirituale che si ricongiunge con lo spirito dell'Universo. 

Non è un caso che nel disco tu abbia dedicato Il Santo al Dalai Lama... 
Sai ci sono molti santi viventi, si tratta di persone illuminante spiritualmente. Il Dalai Lama è uno di questi, ma c'è stato anche Giovanni Paolo II. Questo mi attrae molto perchè viviamo in una civiltà consumistica basata solo sul capitale, che ci allontana da questa visione illuminata dell'uomo. Questa società occidentale del cazzo, valuta l'uomo per il conto in banca che ha, più soldi hai più vieni osannato. Il Dio denaro è quello che ci rende ciechi. I nostri telegiornali sono un bollettino di guerra da questo punto di vista. Questa bramosia di arricchimento e di potere, per soggiogare le persone più umili, porta ad un inaridimento della nostra spiritualità, che invece dovremmo coltivare e poi si ripercuote su tutta la società. Stiamo diventando davvero tutti dei lupi affamati. E' la società del mors tua vita me. Noi dovremmo cercare un mondo migliore a partire dal rispetto per gli altri. Gli altri non dovrebbero esistere perchè tutti noi siamo gli altri, ma molto spesso non ce ne rendiamo conto. Dovremmo essere più buoni, più rispettosi. Spesso è proprio il fratello che ti da la coltellata alla schiena. 

Venendo alla title track com'è nato questo brano… 
Noi nel corso della nostra vita cambiamo, diventiamo persone diverse. Io non credo di essere lo stesso Aldo Tagliapietra di quando avevo quattordicianni o diciotto, o trenta mi auguro di essere una persona diversa. Mi auguro di essere migliorato. Il verso finale della canzone è una metafora per dire che non mi riconosco più. Quando la mattina mi guardo allo specchio vedo una persona anziana, e uso questa parola per rendere l'idea dell'aspetto fisico, ma dentro di me non mi sento vecchio, mi vedo un bambino. Questo è l'effetto, il paradosso della vita, quando si va avanti con l'età dentro si diventa bambini. Tornare bambino è una cosa importante, perchè sei sempre pervaso dall'entusiasmo. Quest'ultimo va sempre a braccetto con la creatività, che trova terreno per svilupparsi solo se questo terreno si chiama entusiasmo. Allo specchio vedo una persona con le sue rughe, con i suoi capelli bianchi. Ci ho messo sessantasette anni per avere le rughe e certamente non vado a farmi mettere il botulino o quelle robe lì. Ci tengo alle mie rughe perchè sono un libro aperto. L'uomo è un po' un paradosso… 

Abbiamo parlato di uomini illuminati e miglioramento, quel labirinto è il percorso da compiere verso la perfezione? 
Qualche sera fa ho visto il film tratto dal libro di Folco Terzani, La Fine è Il mio Inizio e dedicato a Tiziano Terzani. E' una sorta di lunga intervista tra padre e figlio e Terzani diceva che la verità è una terra senza sentieri, quindi il labirinto rappresenta la mancanza di strade precise. Non c'è un sentiero unico da percorrere per raggiungere la verità, ognuno di noi deve inventarselo. 

Passando al piano prettamente musicale, questo disco ha il tuo suono, quello che è il marchio di fabrica di certi dischi de Le Orme… 
Il suono giocoforza rimanda a quello de Le Orme perchè quando si registrano i dischi in diretta, praticamente dal vivo e poi si aggiungono le sovraincisioni, come si faceva negli anni settanta, è automatico che il suono sia asciutto e ricordi quello di gruppi come PFM, Banco del Mutuo Soccorso, del Prog insomma che è un genere molto live. Questo perchè non ci sono grandi manipolazioni. Mentre negli altri dischi solisti cercavo di discostarmi il più possibile dal gruppo madre perché ne facevo parte, ma qui ho sentito più la libertà di fare ciò che sentivo. Questo disco io lo paragono un po' a Uomo di Pezza e a Storia e Leggenda, che sono stati dei dischi per Le Orme che avevano sonorità molto simili ma dove la musica prog è stata messa a piccole dosi. Molti brani rimandano ai quei suoni, ma in altri c'è un bagaglio musicale che può spaziare da certe sonorità degli Yes a ELP. Ho voluto che il disco fosse concepito proprio con questa idea di ricordare gli anni settanta. Quando sono stato a Milano per farlo mixare mi sono raccomandato che non ci fossero troppi effetti moderni, tipo echi e riverberi. Non suoni grandi come i dischi pop di adesso… 

A buon diritto questo però potrebbe essere un disco cantautorale a tutti gli effetti…
Si è proprio così, è un cantautorato con sonorità che rimandano al prog. In definitiva io ne Le Orme ero l'anima meno prog, insomma meno talebano, integralista. Sono stato sempre un po' di vedute più ampie, magari più affine a suoni orecchiabili. Nella mia vita artistica mi sono sempre definito un melodista, quindi ho sempre curato la melodia, che per me viene prima di tutto, seguita poi alla pari da testi che abbiano dei contenuti e una musicalità insita proprio nella scelta delle parole. Credo di aver raggiunto un buon livello con questo disco cercando proprio questo connubio tra testo e melodia. E' per questo motivo che considero questo come un bel disco proprio perchè ci sono belle canzoni, belle melodie, sposate a testi profondi, il tutto senza alcuna pretesa di andare oltre ciò che volevo fare… 

A questo disco ha lavorato anche tuo figlio Davide… 
Si finalmente sono riuscito a coinvolgerlo perchè lui lavora in uno studio di registrazione, dove registrano soprattutto cantanti pop come Tiziano Ferro, Gianna Nannani, Jovanotti, Eros Ramazzotti… E' da molti anni che vive a Milano e fa questo tipo di lavoro, tuttavia non eravamo mai riusciti a lavorare insime. Lui ha curato un po' la post-produzione e sono molto contento del risultato. Questo è un disco che abbiamo fatto un po' in famiglia, ci ha lavorato anche mia figlia Gloria, che ha questa agenzia di promozione musicale. Gli Stone Cutters, come molto spesso ci chiamiamo, stanno lavorando molto bene insomma. Il pane migliore è quello fatto in casa. 

Concludendo, ci puoi anticipare qualcosa del tuo prossimo disco che hai in lavorazione….
Ho scritto sette, otto canzoni nuove e adesso sto lavorando ai testi. Ci vuole ancora un po' di tempo ma da questo nuovo album è nata una nuova ispirazione che poi mi ha permesso di comporre altri brani. Quindi il prossimo non sarà completamente diverso e sarà piuttosto sulla linea di questo, con delle novità anche a livello di composizione. Le basi per un secondo capitolo ci sono tutte insomma e spero di pubblicarlo nel prossimo inverno. Certo non sarà inferiore a Nella Pietra e Nel Vento e ne sono matematicamente sicuro ma avrà certamente un'apertura musicale un po' diversa. Poi ovviamente abbiamo ancora il tour promozionale per il quale abbiamo diverse trattative in corso ma il momento difficile dell'Italia non ci consente di fare grandi programmi, quindi magari suoniamo anche tanto ma tutto viene deciso all'ultimo momento. Con me ci saranno questi ragazzi che hanno inciso con me il disco, che sono davvero molto bravi e hanno soprattutto grande entusiasmo. 

Aldo Tagliapietra – Nella Pietra e Nel Vento (Autoprodotto/SELF) 
Dopo venti album incisi con Le Orme tra il 1966 e il 2009, Aldo Tagliapietra ha chiuso una importante parentesi della sua carriera artistica, per dare un seguito al percorso come solista incominciato a metà degli anni ottanta e proseguito con il doppio Unplugged, pubblicato qualche anno fa. E’ nato così Nella Pietra e Nel Vento disco che raccoglie dieci nuovi brani nati sull’onda di una rinnovata ispirazione partita da un quadro che gli fu donato dall’amico Paul Whitehead, e che successivamente è diventato poi la copertina del disco, proseguendo così una tradizione cominciata dall’illustratore inglese per gli album di Genesis, Van Der Graaf Generator e Peter Hammill. Prodotto dallo stesso Aldo Tagliapietra insieme al figlio Davide, questo nuovo disco è stato inciso con una eccellente band formata da: Aligi Pasqualetto (tastiere, piano digitale e Minimoog), Andrea De Nardi (organo Hammond), Matteo Ballarin (chitarre) e Manuel Smaniotto (batteria). Sin dal primissimo ascolto si ha la sensazione di tornare a certi suoni tipici de Le Orme di dischi come Uomo Di Pezza, tuttavia il musicista veneto sembra aver fatto tesoro delle belle trame acustiche che caratterizzavano l’Unplugged e nell’insieme si compone un quadro dai tratti particolari nel quale la figura del cantautore va a braccetto con quella del musicista prog, dando vita ad un disco di grande pregio sia musicale sia prettamente letterario. Ciò che colpisce infatti sono proprio i testi, profondi, spirituali e densi di significato come la splendida title-track, l’intensa Il santo, e la superba C’è Una Vita, caratterizzata da soluzioni melodiche di grande pregio. Incredibilmente intensa è poi la sua voce, ancora intatta, forte e toccante come dimostrano le altrettanto fascinose Silenzi e Sutra del Cuore. Mescolando riflessioni personali ad eccellenti momenti musicali, Aldo Tagliapietra ha realizzato un disco eccellente nel quale la dimensione cantautorale è completata e compendiata da quella della musica prog. Se cercate il suono de Le Orme che avete sempre amato, conviene passare prima da queste parti.



Salvatore Esposito

John Doyle - Shadow and Light (Compass Records)

Il nome del chitarrista e autore John Doyle circola nella scena della musica neo-tradizionale irlandese da un paio di decenni, prima come membro dei Solas, top band American-Irish, poi come produttore, didatta, partner di numerosi artisti, tra cui la violinista Liz Carroll e la cantante Karan Casey (a sua volta sublime voce dei primi Solas), collaboratore di Joan Baez. Non da ultimo Doyle ha già due album all’attivo, Evening Comes Early (2001), ma soprattutto Wayward Son (2005), eccellente raccolta di folk ballad. Shadow and light segna una nuova e significativa tappa nella prestigiosa carriera del mancino, irlandese di nascita, ma residente negli States. Il disco ci presenta Doyle (chitarre, bouzouki, mandola, mandolino) non solo in veste di eccellente strumentista, ma anche nei panni di fervido storyteller dal timbro caldo, che verga di suo pugno otto delle nove ballate. Il termine cantautore può non essere adeguato per descrivere la cifra musicale dell’album, la cura negli arrangiamenti, il cast squisito di musicisti che affiancano John. L’ispirazione per le ballate arriva da temi storici, spesso contenenti un risvolto familiare e personale. Si va dalla storia della brigata irlandese nella guerra civile americana in “Clear The Way”, in cui suonano Tim O’Brien (mandolino) e Alison Brown (low banjo), al ricordo dei caduti irlandesi nella prima guerra mondiale di “Farewell to all that”. C’è il racconto della deportazione in Australia di un patriota dell’insurrezione del 1798 in “Bound for Botany Bay”, rilettura di una ballata tradizionale inglese, cui Doyle ha aggiunto nuove liriche. Ci sono le tragedie dell’emigrazione (“Liberty’s Sweet Shore” e “The Arabic”), la corsa all’oro in riva allo Yukon (“Wheel of Fortune”) e l’alcolismo (“Bitter brew”). Episodi più personali sono “Little Sparrow”, dedicata alla figlia, e “Selkie”, racconto di un sogno, costruito su arpeggi di chitarra elettrica, lap steel e basso. Un posto tutto speciale occupano i due strumentali “Killoran’s Church/Swedishish” e “Tribute to Donal Ward”/”The Currachman” – insieme raggiungono i 15 minuti – nei quali la verve stilistica di Doyle, capace di mettere insieme ritmica pulsante e percussiva, dinamismo e superbo lavoro armonico, raggiunge vertici assoluti. Nel primo, John è affiancato dal magnifico violino di Stuart Duncan, dal basso di Todd Phillips e dalla fisarmonica di John Williams, nel secondo vibrante medley entrano uilleann pipes e flauto di Michael McGoldrick . Un prova entusiasmante, che conferma classe, estro ed eleganza del chitarrista di Asheville, North Carolina. 


Ciro De Rosa