Intervista a Randy Burns

C'era una casa in mezzo al nulla 

Per chi ama la canzone d’autore americana degli anni ’60 e ’70 quello di Randy Burns è un nome leggendario. Ricordo ancora quando trovai “Song For An Uncertain Lady in un lotto di vinili fuori catalogo: fu un’emozione grandissima. Quel capolavoro fu il primo passo nella ricerca degli altri suoi dischi e potete immaginare quanto grande fu la mia sorpresa nel trovare poi Burns su un notissimo social network. Dopo un lungo silenzio discografico Randy era tornato a incidere – “Hobos And Kings” è un cd molto bello - ed era anche disponibile a farsi intervistare. Quella che segue è una conversazione che spiega – almeno in parte – quanto sia stato faticoso per lui il rapporto con le case discografiche. A un certo punto, arrivati al “capitolo Polydor”, abbiamo deciso di comune accordo di fermarci. Troppo complicato e doloroso insistere sui lati più oscuri del creare musica. Ciò che conta di più, adesso, è sapere che Randy Burns continua a scrivere e a suonare. La sua influenza emerge nelle circostanze più strane: giorni fa ascoltavo delle tracce acustiche dei Midlake, una delle formazione di punta del nuovo folk d’oltreoceano, e mi sono reso conto che sia il timbro vocale di Tim Smith, sia il suo flauto (strumento poco usato di questi tempi) ricordano proprio certe atmosfere di “Song For The Uncertain Lady”. Chissà, forse una copia di quel disco dimenticato e arrivato ai Midlake… forse si tratta di una di quelle influenze sotterranee che spetta a noi critici rintracciare. 

Ci puoi dire qualcosa sulla tua famiglia? So che vieni dal Connecticut. 
Ẻ vero, vengo da Higganum, Connecticut, in mezzo al nulla… nessuno poteva venirmi a trovare quando ero laggiù. Davo delle indicazioni ai miei amici, ma si perdevano sempre. Dovevo uscire e andarli a prendere. I miei erano gente solida. Mia madre era meravigliosa e pensava che “A tutti dovrebbe essere consentito di divertirsi”. Mio padre era della vecchia scuola – stesso tipo di padre di quasi tutti i miei amici. A me non importava nulla di lui e a lui non importava molto di me. Ẻ triste che non abbiamo mai avuto una conversazione significativa, nemmeno una. Mia sorella Sue (che ora vive nei pressi di Nashville) ne è uscita meglio. Mia sorella più grande, Barbara – è morta pochi anni fa – era la prima a soffrire per la collera e il disprezzo del mio vecchio. L’ha fatta diventare una persona suscettibile, che combatteva qualsiasi cosa per partito preso. Anche quando non era chiamata in causa. Mia madre comunque era un tesoro. Era bella, la nostra casa in mezzo al nulla, con uno stagno, una zattera e una spiaggia. 

Hai frequentato il liceo prima di partire per New York? 
Ne ho frequentati diversi. Sono andato all’Accademia Militare quando avevo 15 anni e ci sono rimasto per due anni. Non ero mai uscito prima dal Connecticut. Questo accadeva all’epoca dell’attivismo per i diritti civili e io fui mandato in una scuola a Gainesville, in Georgia, prima che la legge sui diritti civili fosse promulgata. Non riuscivo a credere a quello che ho visto in quei due anni. Ho imparato molto su come NON essere. Ho fondato un gruppo folk e cantavamo canzoni contro la guerra e canzoni sull’uguaglianza, ma le persone che dirigevano la scuola non ascoltavano le parole delle canzoni, così non venivamo mai puniti per i nostri concerti, Poi i miei pensarono che avrei potuto ottenere voti negativi gratis anche al Nord e che questo gli avrebbe fatto risparmiare del denaro. Suonava una cosa logica, pensai. Così iniziai a suonare musica ogni weekend in una coffee house a New Haven, Connecticut, che si chiamava The Exit, Davvero un bel posto! 

Che musica ascoltavi in Connecticut? 
Ho cominciato con il Kingston Trio, poi, ovviamente passai a Bob Dylan, a Phil Ochs e a tutti gli artisti solitari che vivevano la vita di cui cantavano nelle loro canzoni. Come avrei scoperto qualche anno dopo, bevevano. Il bere era una componente essenziale del folk revival urbano. Avevo anche una bella collezione di dischi, da Dave Van Ronk a Dylan a Eric Von Schmidt e a tutti i gruppi folk. Credo di aver ricavato 25 dollari vendendoli tutti quando ho avuto bisogno di soldi per andarmene di casa e raggiungere il Greenwich Village per diventare un folk singer. Ed è ciò che ho fatto – è proprio ciò che ho fatto.

Come hai imparato a cantare e a suonare la chitarra? 
Hai una bellissima voce. Ho imparato con una Sears da pochi soldi. Attaccavo un foglio con gli accordi in fondo al letto e continuavo a cambiarli finché non riuscivo a farlo con facilità. Quando avevo 13 anni un amico mi fece vedere gli accordi… il resto l’ho imparato guardando e ascoltando gli altri. Con la mia voce ci sono nato, ma ho imparato come usarla sperimentando – cantando forte e cantando più dolcemente per le ballate. Quello che cerco negli altri è il fraseggio. Joan Baez, per esempio, non l’aveva imparato perché era così innamorata della sua voce che non sentiva di averne bisogno... alla fine lo ha fatto. Penso di aver capito che aveva imparato a usare il fraseggio quando ho sentito la sua versione di “The Night They Drove Old Dixie Down” (della Band). Il fraseggio è lavorare sulla voce nella canzone. Alcuni cantanti non riescono a farlo bene. Donovan è molto bravo con il fraseggio, che ti piaccia o meno la sua musica. 

Hai conosciuto anche Eric Andersen… 
Sì, l’ho conosciuto. Ho suonato qualche volta con lui e l’ho chiamato al Jocko Sullivans, il folk club che gestivo a New Haven a metà anni ’70. Abbiamo anche cantato per quattro sere di seguito in un grande club (ora chiuso), il My Father’s Place a Long Island. Soltanto noi due… e facevamo festa dopo il concerto, ogni sera, in un bar di una signora che lo teneva aperto per noi dopo l’ora di chiusura in modo che potessimo bere e divertirci. Penso che fosse la terza notte… Eric ed io stavamo facendo casino e così le persone che erano con noi… La proprietaria ebbe un attacco di cuore e morì. L’ambulanza arrivò e anche la polizia… fu un inferno uscire da lì. Non lo vedo da un bel po’, ma mi piacciono molto le sue canzoni. “Thirsty Boots” era un classico. 

E cosa ci puoi raccontare del Village?
Avevo l’apertura fissa del Gaslight nel 1966, ho diviso il palco con tutte le star del folk di quel periodo… una settimana dopo l’altra. Avevo appena 18 anni… con un concerto che era un sogno diventato realtà. Il Gaslight era il folk club più rispettato del paese a quell’epoca… se eri una star del folk suonavi al Gaslight, quando arrivavi a New York. Tutti gli altri locali erano un gradino sotto. Anche il Gerdes Folk City era cool, ma non era il Gaslight. Il Bitter End era ancora grande, ma i folk singer lo consideravano come l’Ed Sullivan Show… con i comici e le band e i gruppi improvvisati e tutto quello che poteva essere definito intrattenimento. Ho fatto concerti con Phil Ochs, con Andersen, naturalmente, con gli Smother’s Brothers, Jesse Fuller, Spider John Koerner, Carolyn Hester, John Hammond, Jackson Browne, Joni Mitchell, The Fugs, Country Joe, Ritchie Havens, New Riders (of The Purple Sage), The Cream (con il mio primo gruppoThe Morning), Tom Paxton, Sonny Terry e Brownie McGhee, John Stewart (del Kingston Trio), The Roches, Willie Nile, Jerry Jeff Walker, Dave Bromberg, Dave Van Ronk, Patrick Sky... e tanti, tanti altri, l’elenco è lungo chilometri… ho incontrato quasi tutti gli altri… ma non ho mai incontrato Dylan (in caso tu volessi chiedermelo). 

Qual è il tuo preferito tra i dischi che hai fatto per la ESP?
“Evening of The Magician” o “Song for An Uncertain Lady”, tutti e due. Il primo, “Of Love and War”, non riesco proprio a riascoltarlo. Non avevo ancora imparato a usare la mia voce, quando l’ho fatto… due settimane dopo averlo finito non potevo più sentirlo. Ci sono delle belle canzoni, è vero, ma non vale la pena ascoltarmi. Con gli altri due sapevo come cantare… e anche la mia scrittura era molto migliorata. 

Cosa è accaduto dopo la fine del tuo contratto con la ESP?
Il contratto non è mai finito… ma la ESP ha chiuso i battenti negli anni ’70. Il mio gruppo, Randy Burns and The Skydog Band suonava al Mystic, in Connecticut quando un tipo è venuto da noi e si è presentato come il responsabile tecnico della Mercury… ha detto che voleva organizzare un’audizione con il capo dell’A&R della Mercury. Ci ha chiesto se ci andava bene per il martedì successivo alle due del pomeriggio a New York. Noi dicemmo di sì, ma non sapevamo se ci stava prendendo in giro oppure no. Così andammo a New York un po’ prima, e stanchi come eravamo per il viaggio ci sistemammo in un bar di fronte alla sede della Mercury. Avevamo scaricato tutti gli strumenti nel bar… compreso il contrabbasso. Andammo alla Mercury all’ora stabilita… entrammo nell’ingresso e dicemmo che avevamo appuntamento con Barry Seidel, il capo dell’A&R. La segretaria prese il telefono e disse… “Entrate pure, vi sta aspettando”. Lasciammo gli strumenti nella hall e andammo a parlare con Seidel. La prima cosa che ci chiese fu… “Avete qualche disco?”. Io gli dissi di sì, ma non con noi. “Avete qualche nastro?” Un sacco, risposi, ma non con noi. Guardò la segretaria e sorrise, poi disse sarcasticamente, “Allora volete sentirne qualcuno dei miei”. Gli dissi che avevamo gli strumenti all’ingresso e andammo a prenderli. Sistemammo tutto e suonammo per Seidel nel suo ufficio! Un po’ come in un vecchio film. La prima canzone fu “Seventeen Years On The River”. Quando la finimmo, prese il telefono, chiamò un’altra persona e ce la fece suonare ancora… poi ne chiamò un’altra e la facemmo di nuovo… Suonammo questa canzone per cinque o sei persone. Quando queste se ne furono andate, Seidel ci disse, “Posso offrirvi un contratto di quattro anni e un album all’anno prodotto da me”. E tutto questo grazie a una sola canzone! Gli chiesi se voleva ascoltare altre cose e lui disse, “Se volete”. Gli facemmo sentire altre canzoni e lui ci chiese di entrare in studio la sera successiva e di registrare un demo. Cosa che facemmo e che piacque a tutti. In due settimane firmai un contratto con la Mercury. Ci ritrovammo dal non avere soldi ad averne tanti. L’album andò bene, credo, e noi cominciammo a suonare in tutti i migliori locali degli Stati Uniti – dal Troubadour di Los Angeles al Bitter End di New York, The Cellar Door a Washington D.C., The Bijou Theater a Filadelfia, The Quiet Night a Chicago, ovunque, e al The Oakdale Theater a Wallingford, nel Connecticut. Fu il primo concerto dopo aver registrato l’album… suonammo con i Byrds. Sold out! Con un pubblico venuto a sentirci grande quanto quello dei Byrds. Grande concerto… era divertente diventare famosi o qualcosa di molto simile. 

Cosa è successo poi? 
Dopo il concerto con I Byrds… prendemmo il nostro autobus e attraversammo il paese per andare a suonare una settimana al Troubadour a Los Angeles. Questo accadeva durate la “Taylor craze”… con James che stava andando così forte… tutti quelli che avevano a che fare con lui avevano un pubblico grandissimo, così noi aprimmo per Livingston (Taylor, uno dei fratelli di James, Ndr) la stessa settimana in cui uscì nuovo di zecca il nostro album per la Mercury. Dopo una recensione molto positiva su Rolling Stone. La prima sera al Troubadour c’era tutta la stampa che contava… c’erano Peter Asher e Kate Taylor, tutte le star e il LA Times, The Hollywood Reporter e il LA Free Press… c’era perfino Groucho Marx, che venne nel mio camerino per conoscermi! Suonammo quella prima sera e al pubblico piacemmo moltissimo… la stampa se ne andò dopo che Livingston ebbe finito. Fu una di quelle magiche serate del Troubadour. Il giorno dopo il LA Times mi definì il miglior cantante di country rock dopo Gram Parsons e rubammo tutte le recensioni su tutti i giornali! Volavamo alti… così decidemmo di aspettare qualche giorno per andare da Tower Records, il più grande negozio di dischi di Hollywood per vedere come andavano le vendite del disco. Dopo tutto questo. Dopo il viaggio a LA, Dopo il grande concerto… dopo tutte le recensioni positive… Non c’era una copia del disco in nessuno dei negozi di Los Angeles. Sembrava che la Mercury non le avesse neppure spedite… aspettammo due settimane e niente, non c’era un disco da nessuna parte. Le recensioni, il concerto, il viaggio… tutto per niente. Partimmo e tornammo a Est e io ebbi uno scontro con il vicepresidente della Mercury. Lo chiamai con ogni tipo di nome. Non aveva idea di quello di cui un gruppo aveva bisogno per farcela. Gli chiesi di essere sciolto dal contratto e mi rispose che dovevo dargli 10.000 dollari. Chiamai Doug Weston (il proprietario del Troubadour) e gli raccontai cosa era successo. Mi disse di aspettare lì alla Mercury dove mi trovavo, e fui liberato dal contratto nel giro di venti minuti! Una ragazza entrò nell’ufficio del mio produttore E MI DIEDE UNA LIBERATORIA COMPLETA… GRATIS! Doug gli aveva detto che non ci sarebbe MAI stato un artista della Mercury nel suo club se non mi avessero immediatamente liberato dal contratto! Questa fu la sola cosa positiva. Così cominciai a cercare una nuova casa discografica… eravamo forti in quel momento a New York, in cima al cartellone del Bitter End e con tonnellate di recensioni positive… sembrava che tutti volessero metterci sotto contratto. 


DISCOGRAFIA 
Of Love And War (ESP, 1966) 
Evening Of The Magician (ESP, 1968) 
Song For An Uncertain Lady (ESP, 1970) 
Randy Burns And The Sky Dog Band (Mercury, 1971) 
I’m A Lover, Not A Fool (Polydor, 1972) 
Still On Our Feet (Polydor, 1973) 
The Simple Things (Autoprodotto, 2008) 
Hobos And Kings (Autoprodotto, 2010) 

I dischi della ESP hanno avuto ristampe italiane negli anni ’80 (a opera della BASE Records di Bologna) e in tempi più recenti sono stati pubblicati su CD. Se avete difficoltà a reperirli, nel sito di Randy troverete delle antologie da lui stesso curate. www.randyburns.net

Giancarlo Susanna