Tamikrest – Toumastin (Glitterhouse)

Racconti di un popolo in cammino verso la libertà. Toumastin – così come il precedente Adagh – risente fortemente della difficile situazione socio-politica della popolazione tuareg; situazione che i componenti del gruppo Tamikrest hanno vissuto in prima persona a causa della guerra civile scoppiata tra il 1990 e il 1995. Forgiati dalla sofferenza causata dalla perdita di molti amici e parenti, i Tamikrest decidono di imbracciare le chitarre piuttosto che i fucili, usando la musica come strumento di denuncia della condizione di un popolo nomade che, stabilitosi per lo più nel Mali, continua ancora oggi ad essere oppresso. “The world must listen to the Touareg heart and help them to realise their vision, which is none other than the following: the Touareg demand that the injustice of which they are all victims ceases forthwith, that what is ours by right be restored to us, that’s to say, our lands and the power to determine our own destiny. The Touareg want to live in freedom in their homeland and end of this form of colonisation, which has prevailed since fifty years, in other words, for far too long”; così come si legge dalle note di copertina, il fine ultimo della musica dei Tamikrest è quello di far conoscere la condizione del popolo tuareg, al fine di sollecitare la comunità internazionale, ancora sorda di fronte alle richieste di un mondo – quello tuareg – che rischia di scomparire. I componenti del gruppo crescono suonando le canzoni tradizionali della Kel Tamashek (dialetto berbero) e i canti rivoluzionari dei Tinariwen. L'avvento di internet in buona parte del continente africano, permette ai Tamikrest di scoprire artisti come Jimi Hendrix, Pink Floyd e Bob Marley; musicisti che finiranno con l'influenzare profondamente la composizione dei brani del gruppo. Si assiste quindi ad un caso in cui non è la musica tradizionale che va ad influenzare quella rock ma è invece la musica rock che si insinua in costruzioni musicali di stampo tradizionale, dando vita a brani di grande interesse dal punto di vista musicale. Il tipico canto caratterizzato dal “call and response” di “Tarhamanine Assinegh”, a tratti viene accompagnato da brevissimi riff chitarristici di richiamo orientale. La chitarra elettrica viene suonata fondendo più stili, riproducendo melodie dal forte richiamo tradizionale (“Tidit”, “Nak AmaDJar Nidounia”), che a tratti sembrano sfumare nel blues (“Ayitma MaDJam”, “AiDJan Adaky”), in un vortice infinito di richiami musicali. Tra il coinvolgimento da “caravanserai” di “Aratan N Tinariwen” e il wah-wah psichedelico di “Fassous Tarahnet”, si potrebbe restare piacevolmente stupiti nell'ascoltare quella che è una delle migliori composizioni dell'album, “Addektegh”, composizione per chitarra acustica dal timbro “occidentale”, con un accompagnamento circolare tipico di molti canti tradizionali (non solo africani) sul quale viene improvvisata una melodia che sembra essere un infinito crocevia di rimandi. L'album si chiude con una perla di rara bellezza, “Dihad Tedoun Itran“, in cui la malinconia del canto viene ulteriormente rafforzata dall'intervento del violino e della chitarra elettrica; quest'ultima particolarmente abile nel toccare angoli nascosti della memoria attraverso l'uso sapiente della distorsione, alla quale si contrappone il “pulito” di alcuni crescendo. Sembra davvero di poter percepire il trascinarsi lento della vita; del tempo che si ferma e concede - finalmente - un attimo di riposo per poter riprendere possesso dei propri ricordi e della propria storia, custodita gelosamente dalle sabbie del deserto.

When the stars fall
I listen to the beautiful melody of the wind
it's the time when, all alone, I engage
with my thoughts
I sit longingly, and see nothing
but traces of memories.
My heart speaks to me about some dream
and much besides, much that gives me pain.
The world seems tigh and narrow
when my soul-sister is not here with me.

Chiara Felice