Gesbitando: Intervista con Michele Moramarco

Noto, anche a livello internazionale, per i suoi studi scientifici sulla tradizione iniziatica, Michele Moramarco, da molti anni è anche un raffinato musicista e cantautore. Nel suo percorso musicale, vanta prestigiose collaborazioni con lo scrittore Ludovico Parenti, con Roberto Brivio dei Gufi, e soprattutto una serie di dischi molto interessanti tra cui Allucinazioni Amorose (meno due) realizzato insieme al fidato collaboratore Andrea Ascolini, e un disco contenente tre poemetti sinfonici ispirati dagli studi su Pitagora e sui Rosa+Croce. Lo abbiamo intervistato per parlare del suo ultimo disco, Gesbitando e della preziosa opera biografica dedicata ai Gufi, pubblicato qualche anno fa.

Partiamo da lontano: come nasce il tuo amore per la musica e, in particolare, come hai cominciato a scrivere canzoni?
Mi sa che sia un amore pre-natale…. Per quanto riguarda il lato produttivo, abbozzai le prime canzoni verso i dodici anni, in piena epopea beatlesiana, ma solo a quindici - quando mi appassionai alla canzone d’autore italiana, al folk (tramite i Dischi del Sole, ecc.) e al cabaret dei Gufi - iniziai un songwriting vero e proprio

Quali sono stati i tuoi studi musicali?
Irregolari e, diciamo così, “esplorativi”. Tre anni di chitarra e piano privatamente. Due anni di violoncello e uno di composizione in un istituto musicale, poi, un po’ perché non ce la facevo a far tutto – mi occupavo già di saggistica – e un po’ perché non mi trovavo col docente di composizione, discepolo di Luigi Nono (insomma un oltranzista post-schönberghiano), mi defilai. Devo dire, però, che - per quanto riguarda la composizione - studiando armonia mi accorgevo di “conoscere” già le cose che imparavo. Ero, cioè, impastato di quelle proporzioni, combinazioni, ecc. , le avevo dentro, potevo manipolarle

Prima di debuttare con un disco, però, sono passati molti anni, come mai?
Motivi vari. Non ero convinto di avere un “mio” stile, pensavo a tutti i validi musicisti ignoti che hanno fatto la fame, e mi chiedevo se proprio io dovevo farmi conoscere. Insomma, avevo i miei bravi scrupoli. Feci un’audizione alla Fonti Cetra verso la fine degli anni ‘80, come autore: il demo fu apprezzato, ma di lì a poco il vertice della casa venne azzerato e io non feci nulla per riannodare i contatti con chi era subentrato. Approfittai della situazione per lavorare a una maggiore personalizzazione dello stile. Quando mi è parso di avere ottenuto i risultati che volevo, sono ripartito. Nel frattempo, però, gli spazi discografici si erano ristretti non poco e allora ho deciso di uscire sotto l’ombrello di una sigla libraria, quella di Bastogi (grazie alla disponibilità dell’editore), con la quale collaboro da decenni in ambito saggistico e narrativo

Ci parli del tuo processo creativo? Come nascono le tue canzoni? Quali sono le tue ispirazioni?
Be’, la musica mi esce sempre prima, spesso al risveglio o verso sera. La dimensione aurorale e quella crepuscolare paiono musicogene. Per quanto riguarda i testi, devono essere in primo luogo eufonici, musicali essi pure, e magari evocativi sul piano immaginale. Le ispirazioni sono multiple, è un caleidoscopio, ma l’amore in ogni sua direzione (non solo per la donna, ma per i luoghi, le idee ecc) e con tutte le sue sfumature e controindicazioni, resta al centro. Direi che il mio è un songwriting sospeso tra il platonico e l’esistenziale

Quanto hanno influito i tuoi studi di filosofia e quelli esoterici sul tuo rapporto con la musica?
Indubbiamente molto, e a dire il vero dai diciassette anni in poi ho considerato gli uni e l’altra come una cosa sola. Anche su un piano empirico, l’intreccio è forte. Varie canzoni (ad esempio The Rose Of The World, su un testo poetico di Yeats, o Canzone d’inverno) mi sono letteralmente “piovute” dentro, quasi già complete, mentre riflettevo su simboli, idee, mondi. Che dire?... in certi casi non resta che ricevere il flusso e rendere gloria a Dio.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali e i tuoi ascolti? In particolare, quanto ti ha influenzato Paolo Conte?
Nel songwriting i miei modelli ideali sono stati tanti, da George Gershwin agli italiani Cesare Andrea Bixio e Carlo Alberto Rossi, da Tom Jobim a Ray Davies, e ancora: Luigi Tenco, Georges Brassens, i Conte, non solo Paolo, anche suo fratello Giorgio, vero “gioielliere” della canzone...

Come è nato il tuo rapporto artistico con quel poliedrico musicista che è Andrea Ascolini?
Ci si conobbe al liceo, nel ‘67. Poi, sia pur a intermittenza, abbiamo collaborato sempre. Andrea si fece le ossa, come compositore, scrivendo colonne sonore per gli spettacoli della storica compagnia di teatro dei burattini della famiglia Sarzi. Lui è precisamente quello che Gaslini chiamerebbe un “musicista totale”, con una sensibilità e una perizia che viaggiano dal classico al jazz e al folk, ed è un ottimo polistrumentista. Ha contribuito in modo cospicuo agli arrangiamenti e ha prodotto i cd. Recentemente ne ha inciso uno suo, bellissimo, dal titolo Swingin’ Cool

Chi sono The Blue Horizons?
Un gruppo home made, composto dalla compagna di Andrea, Sandra Mongiovì - ottima cantante già in forza alle orchestre di Guido Pistocchi, Hengel Gualdi e Dante Torricelli - e da mio figlio, Graziano, chitarrista di gusto, con un talento speciale per il solismo melodico

Veniamo al tuo cd di esordio Allucinazioni amorose (meno due). Puoi raccontarci la sua genesi? So che contiene brani scritti diversi anni fa….
Sì, essendo stato il primo cd vi sono confluiti anche brani stagionati - come Malta, che è del 1982 - ma devo dire che il risultato non ne ha patito: in qualche modo – lo ha detto anche qualche critico - vi regna una certa “atemporalità”. Allucinazioni amorose (meno due) nasce come proposta di eclettismo stilistico e ha una cifra surreale in alcuni testi, nostalgica in altri (ma la nostalgia alimenta la surrealtà, no?). Ho cercato di fare un lavoro soffuso e cristallino.

Il tuo cd più recente Gesbitando reca come sottotitolo “musica da girasoli”, come mai?
Be’, il girasole anela alla luce solare e si volge verso di lei… Siamo sulla linea di quanto si è appena detto. E poi c’è una voluta continuità rispetto al primo cd, lì – nella canzone Perché sei di sole, dedicata a mio figlio - chiamavo me stesso “povero girasole”....

Passando a parlare dei vari brani, mi ha colpito molto I camion di Abenstein…
Forse perché è una canzone “vera”, nella sua durezza surreale…. Guidavo in autostrada, attraversando Genova, traffico allucinante, un grigio pesto e una foresta di camion minacciosi, tra enormi case sfatte e gru sinistre. Mi vennero le immagini della canzone, quelle di un incidente in quella desolazione, e poi un germe di musica. I camion di Abenstein (il nome tedesco somiglia quello esibito da un camion di quelli che mi ispirarono) è una metafora dell’ingrigire generale, della brutalità nella vita ordinaria, della guerra di tutti contro tutti incistata nelle strade, mentre le “voci dell’essere”, rassegnate, hanno smesso persino di piangere…

Un altro brano che ho trovato interessantissimo - sia dal punto di vista del testo, sia per la struttura musicale - è Virtuali eroi, che definirei di rock poetico…
Grazie per l’apprezzamento! E’ uno dei brani scritti di getto, mi piovve in testa una sera di mezza estate. E in genere i brani “piovuti” sono tutti di una certa complessità. Virtuali eroi echeggia il beat melodico degli ani ‘60, non c’è dubbio, ma con qualche architettura armonica in più. E il testo pure è, qui e là, “ricercato”, anche se conserva, almeno mi pare, la spontaneità del flusso iniziale. Quello che tu definisci rock poetico è il tentativo di tradurre la “bellezza dinamica” di un sentimento, in questo caso per una donna contorta.

Indipendentemente dal vino è una splendida ballata, puoi parlarci dell’ispirazione dietro questo brano?
Be’, potrei dire che l’ispirazione mi è venuta da un quadro di Toulouse-Lautrec, Á la mie, del 1891. Un uomo e una donna in un’osteria, pare non comunichino, o, se comunicano, non si capiscano. Un misto di trivialità e finezza, in cui però la seconda ha il sopravvento. L’attesa di un’alba…. Insomma, impressioni da un amore velato.

Vorrei che ci illustrassi Dolce tempo andato e il suo finale Vaudeville, altro brano cardine del disco… e soprattutto la scelta stilistica del finale…
E’ un inno di nostalgia per l’infanzia, in un bel quartiere popolare di Reggio, tra i prati e il sole, l’eco di Volare (la cantavo a squarciagola correndo, a quattro anni, in cortile), l’allegria di Carosello e tutto il resto. L’innesto finale di Vaudeville ha il senso di un ritorno alla realtà, alla caducità (“questa è l’ultima fermata/poi c’è il mare e il treno come fa?”), sempre con una impregnazione retrò. Il genere teatral-musicale vaudeville è stato più volte evocato da Paul McCartney a da Ray Davies in chiave nostalgica (ad esempio in Your Mother Should Know di Paul e in Sitting In My Hotel di Ray). Dolce tempo andato è un brano a cui sono molto affezionato, credo lo si avverta già ascoltandolo!

Gesbitando mescola stilemi cool con travolgenti spaccati da big band: com’è nato questo amore per le sonorità jazz old time?
E’ un amore antico. Quando, nel 1968, conobbi il cabaret dei Gufi, scoprii il talento di Lino Patruno alla chitarra e al banjo, nonché la sua passione per il jazz tradizionale. Ne venni contagiato, anzi a dirla tutta avevo sentito qualcosa di Armstrong anche prima e già ne ero rimasto “impastato”, l’arte di Lino non fece che ravvivare la scintilla. Come dice Pupi Avati, c’è un’infinita tenerezza in quel genere di musica…

Quanto ti ha influenzato il tuo rapporto con personaggi come Roberto Brivio e Giorgio Conte?
Molto. Da Roberto, con il quale io e Ascolini collaboriamo nel riproporre il repertorio dei Gufi, ho preso il gusto per il paradosso che, sia pure in testi di norma non cabarettistici come i miei, trapela sovente. Per quanto riguarda Giorgio Conte, è al suo giudizio positivo su Allucinazioni amorose (meno due) – e addirittura entusiastico per Canzone d’inverno - che devo l’aver continuato a incidere i miei pezzi. Del resto, alcune sue canzoni, come La vita fosse sempre così o L’ambasciatore dei sogni, restano fari per me.

Veniamo ora a I mitici Gufi, quello che può essere definito il libro definitivo sul celebre gruppo milanese. Com’è nata l’idea per questo libro?
Era un giorno d’estate del 1999, verso sera. Mi venne in mente, chissà perché, Nanette, una canzone anni ’30 che i Gufi – Lino Patruno era il “dominus” di queste escursioni musicali – avevano recuperato, inciso e sceneggiato, sia pure in forma parodistica. Questo primo ricordo ne trascinò molti altri, su quella stagione unica e irripetibile che avevo vissuto da adolescente (a quindici - sedici anni ero stato quello che si dice un “patito” dei Gufi). Un’ora dopo, neanche, avevo già trovato il numero di Nanni Svampa e lo chiamai….

So che per la realizzazione di questo libro hai avuto la collaborazione diretta dei vari componenti del gruppo….
Certo, posso proprio dire che è un libro “di prima mano”, anche se – oltre a dialogare con i Gufi superstiti (Gianni Magni era morto nel 1992)- ho lavorato su oltre duemila articoli di cronaca e critica degli anni ’64-’69.

Si parla spesso di cantautori genovesi, ma di rado si ci ricorda che Milano è stata la culla del cabaret e che i Gufi sono stati senza dubbio i capiscuola, aprendo la strada ai vari Cochi e Renato, Teo Teocoli, ecc…
Hai ragione, soprattutto sul piano dell’immagine (che dovrebbe essere sintesi della realtà). Semplificando, si può dire che Milano sta al cabaret come Genova (magari con la extension astigiana dei Conte) sta al cantautorato. Ci sono tradizioni cabarettistiche anche altrove (pensa a quella romana, che però risulta “greve” rispetto a quella meneghina), ma il primato di Milano è indiscusso. Quanto al ruolo di capiscuola o, se si preferisce, di apripista giocato dai Gufi, devo dire che intervistando proprio Cochi e Renato, Teo Teocoli, e altri, nessuno di loro ha avuto difficoltà a riconoscerlo

Una parte del libro è dedicata ad una attenta analisi della discografia del gruppo milanese. Come la si può giudicare oggi? Quanto sono attuali le canzoni dei Gufi?
Il repertorio dei Gufi era sterminato ed eterogeneo. Qualche loro canzone può suonare datata, ma nell’insieme non è così: sono pezzi “animati” da storie e immagini surreali, che in quanto tali conservano una vivacità difficilmente estinguibile….

Qual è il rapporto tra la musica dei Gufi e la tradizione popolare?
Molto forte. Oltre agli album tematici (i tre di canzoni milanesi, quello sulla Resistenza), tutta la produzione del gruppo è punteggiata da riprese del patrimonio folk italiano, rivisitato in varie chiavi, a volte filologiche a volte parodistiche. D’altronde quelli erano gli anni, pensa a Ci ragiono e canto di Dario Fo o ai lavori di Silvano Spadaccino.

Voglio chiudere la nostra conversazione chiedendoti quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pubblicherai un altro disco o un altro libro?
Le due prospettive non sono incompatibili, tempo e salute permettendo. Comunque, il primo progetto in cantiere è un cd, che conterrà canzoni composite, per di più raccordate tra loro da frammenti (una formula che ho sempre amato, dai tempi del mitico lato B di Abbey Road). Lo stiamo imbastendo. Il titolo provvisorio è Il segno dell’acacia. Acacia, il nome della pianta, viene dal greco e significa innocenza. E il cd, a modo suo, vuole glorificare lo spirito dell’infanzia (una canzone è dedicata alla “visione” di Zarathushtra, invisibilmente condotto dai Magi, davanti alla mangiatoia dove Gesù è deposto). Insomma, seppur variegato nei temi, questo cd ha un’impronta spirituale di fondo.


Michele Moramarco con Andrea Ascolini & The Blue Horizon – Gesbitando (Bastogi Music)

Cantautore brillante dalla grande cultura non solo musicale, Michele Moramarco con Gesbitando giunge al suo terzo disco in carriera, che sebbene discograficamente molto giovane, ha origini lontane nel tempo, avendo la musica caratterizzato gran parte della sua vita. Una passione insomma, quella della musica coltivata al fianco del proprio lavoro di professore, di acuto studioso di religioni e di tradizioni iniziatiche. Ad affiancare Moramarco in questo nuovo lavoro discografico troviamo il talentuoso polistrumentista, Andrea Ascolini, che ha anche prodotto il disco, e i Blue Horizon ovvero il resto del gruppo composto dal raffinato chitarrista Graziano Moramarco e dalla vocalist Sandra Mongiovì. Il disco raccoglie nove brani composti da Moramarco, conditi da dieci splendidi strumentali di Ascolini a fare da collegamento ed introduzione tra una traccia e l’altra. Lo stile utilizzato da Moramarco ed Ascolini parte dalla migliore tradizione cantautorale italiana, passando attraverso il jazz e arrivando a toccare influenze che spaziano dal sempre amati Gufi, al blues, fino a toccare il rock e il doo-wop. Già nel titolo, Gesbitando, è insito un po’ l’intento programmatico di Moramarco ovvero quello di far andare a braccetto jazz e beat, in una miscela quanto mai sorprendente a livelli di risultati. A sorprendere in modo particolare è il sostrato culturale su cui si poggiano le composizioni del cantautore reggiano, che si diverte ad infarcire ogni brano di suggestioni poetiche, di accenni velati ai suoi studi, di ammiccamenti immaginifici, che rendono mai casuale ogni singola parola. Sono brani come i Camion di Aberstein, Un Giorno o L’Altro me Ne Vado in Irlanda o Lunisol, che ci danno la sensazione di trovarci di fronte ad un cantautore di grande spessore, in grado di sorprenderci con la sua capacità di spaziare dal jazz al rock, in un susseguirsi continuo di emozioni che ce lo dipingono come un novello Dion Di Mucci. Il valore aggiunto del disco è la presenza di Ascolini che pescando dalla miglior tradizione jazz, riesce a reinventarla colorandola di toni personali e questo grazie anche all’apporto della chitarra di Graziano Moramarco. Insomma, Gesbitando è un opera concettuale che non mancherà di sorprendere quanti appassionati dei fratelli Conte, o più in generale di cantautorato italiano vorranno dedicarsi alle canzoni di Moramarco.

Michele Moramarco – I Mitici Gufi, Edishow 2001, 192 Pagine, Euro 20,00

I Mitici Gufi, è la prima opera biografica dedicata allo storico quartetto milanese di cabaret e canzone, composto da Gianni Magni, Nanni Svampa, Lino Patruno e Roberto Brivio. L’autore Michele Moramarco, approcciando l’opera con lo spirito del grande appassionato, è riuscito nell’impresa di tracciare ricostruire dettagliatamente i cinque intensi anni che videro il gruppo milanese protagonista sui palchi di tutta Italia. Dal 1964 al 1969 i Gufi, come una brillante cometa, rivoluzionarono il modo di fare canzone in Italia e soprattutto gettarono le basi per quello che sarà il teatro canzone. Moramarco quasi con una ricostruzione quotidiana ci illustra la storia di questo gruppo dagli esordi nei piccoli locali di Milano di fronte ai pochi adepti del cabaret, fino alle prime teatrali che raccoglievano sempre applausi ma anche contestazioni e polemiche. Il lavoro di Moramarco è stato incentrato soprattutto sulle interviste con i protagonisti, compresa la vedova di Gianni Magni, ma anche con personaggi dello spettacolo che in qualche modo hanno incrociato la loro vita con quella dei Gufi, ovvero Pupi Avati, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Bruno Lausi e tanti altri che si incontrano nel corso del libro. Emerge così il talento di quattro artisti differenti come l’eccellente attore Roberto Brivio, il raffinato chitarrista Lino Patruno poi approdato ad una carriera come jazzista, il grande cantastorie Nanni Svampa, ma soprattutto l’indimenticato Gianni Magni ovvero il mimo e la voce. Insieme i Gufi hanno cambiato hanno scritto una parte importante della storia della canzone italiana, e Michele Moramarco è riuscito non solo a far emergere tutta la loro portata rivoluzionaria, ma anche la carica umana che questi quattro grandi artisti cercavano di trasmettere al loro pubblico.

Salvatore Esposito