La Mòssa – Wanda Pétrichor (La Curieuse, 2023)

Un coro polifonico femminile che mette in circolo un’energia fuori dal comune, donne francesi e una napoletana che sapientemente ricercano raffinate ed efficaci dinamiche ed equilibri vocali raccogliendo ispirazioni in diverse aree del mondo, donne che attraverso la vocalità e l’uso di percussioni entrano in una potente sinergia in cui ogni apporto viene esaltato e moltiplicato, artiste che cantano in lingue diverse: tutto questo è La Mòssa. Il nome della formazione prende ironicamente origine proprio dal provocatorio movimento del bacino sottolineato dal rullo di tamburi ideato da un’artista napoletana che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, si esibiva in teatro. Dopo aver esordito con l’interessante “A moss!” (2019), che ha ottenuto apprezzamenti della critica grazie alla riproposta in una nuova veste di brani della tradizione, “Wanda Pétrichor” vede la luce in una forma più energica con tracce accomunate da vocalità e ritmi potenti che, combinati insieme, si amplificano in effetti speciali. Emmanuelle Ader, Sara Giommetti, Aude Marchand, Lilia Ruocco e Gabrielle Gonin (quest’ultima ha lasciato il gruppo poco dopo la registrazione dell’album), sono le donne che cantano e suonano percussioni varie e battiti di mani. Lilia Ruocco svela il titolo dell’album: “Wanda Pétrichor è il nome e il cognome di una donna che abbiamo inventato. Wanda è un nome che ci evoca una donna originale, divertente, stravagante. Pétrichor significa: l’odore della terra dopo la pioggia. È una parola che esiste da poco, è stata inventata nel 1962. Questa immagine riassunta in una parola ci ha ispirato ed è diventata il cognome della nostra Wanda. Quando abbiamo registrato l’album eravamo in campagna ed è stato un periodo molto piovoso. Venendo da una zona che in quel periodo era molto secca, eravamo felici di questa pioggia che ci sembrava propizia alla creazione”. I brani sono tutti cantati a cappella con effetti vocali originali e potenti, tra cui è emblematica “Testard”, la seconda traccia dell’album, in cui la voce si fa ritmo e infine si confonde con il tamburo. In questa magmatica proposta ribollono i testi di Federico Garcìa Lorca in “Granada”, tema che apre il lavoro, accanto a composizioni originali, tra cui la “Canzone rò curtiell’”, brano ispirato al “Secondo Coro delle lavandaie del Vomero” di Roberto De Simone, dal testo attuale sulle molestie maschili cantato sul supporto di una tammorra rutilante e parlante. Le voci si alternano, giocano da solista o si accordano negli arrangiamenti, si chiamano, si rispondono e si rincorrono con grande maestria. Squisita la nitidezza di “Tempo incurante del tempo” (musica di Lilia Ruocco su testo condiviso con Vincenzo Caputo). Il noto canto tradizionale griko-salentino “Oriamu pisulina” risplende accanto a “Ba shaklé ké métona” – una canzone cantata in Dari, una lingua dell’Afghanistan, che parla della condizione della donna che non sempre ha la possibilità di scegliere. Altro luogo, altra lingua: “Zarboutan” deriva dal nome di una trave verticale centrale in alcuni riti maloya ed è cantata in creolo de La Réunion. Ruocco spiega che si tratta di “un testo poetico su come nella vita possiamo incontrare delle persone che diventano per noi delle colonne portanti”. Oltre, si segnala “Quello che mi va”, divertissement giocato sui piatti della gastronomia italiana, un intero menu con le eccellenze italiane, dal primo piatto al gelato scelti come modalità per risolvere i problemi esistenziali (per non perdere la testa!). Memorabili pure “Ut i mörka natten”, composta in svedese da Emilia Amper, una delle tracce più suggestive caratterizzata nell’arrangiamento de La Mòssa da delicate armonizzazioni vocali e il palpitante “Oh me!” in chiusura d’album. Grande padronanza nell’uso della voce, melodia, energia, rabbia, incisività e una certa sfrontatezza sono le caratteristiche vincenti di “Wanda Pétrichor”, un album di grande consapevolezza e forte impatto espressivo. 


Carla Visca e Ciro De Rosa

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