Giovannangelo de Gennaro | Ensemble Calixtinus – Sacred Mount (Liburia, 2023)

“Camminare è la cosa più antica del mondo e il nomadismo, sempre più osteggiato da un mondo che ha preso la rigidità della sedentarizzazione fisica in cui tutti si spostano ma pochissimi viaggiano, acquisisce nuovi rivoluzionari significati”
, scrive Frater Vinicio (Capossela) nell’introduzione al volumetto complementare a “Sacred Mount”, originale e ispirato lavoro discografico del suo musicista sodale e complice di tante storie musicali, il molfettese Giovannangelo de Gennaro con l’Ensemble Calixtinus. Con Erling Kagge si può pensare al “camminare come gesto sovversivo” per rifuggire l’esercizio di vita comodo e veloce? Diamo la parola al musicista pugliese: “È una necessità che viene prima di questo disco perché fondante. Per me, la musica è un viaggio, la musica antica ci porta indietro nel tempo ma ci fa stare anche nel presente. Ho scoperto le mie gambe venticinque anni fa, nel senso che la possibilità di potersi mettere in viaggio a piedi era una cosa non contemplata. La vita mi ha portato a scoprire il cammino di Santiago ventidue anni fa, ma già da piccolo ero affascinato dai pellegrini che scendevano giù a Bari e anche ai viaggiatori con sacco a pelo e lo zaino: gli autostoppisti erano figure mitologiche… Camminare significa fare il punto della situazione mia personale ed anche di quello che c'è intorno. In questo, la musica è fondamentale: è immagine, è viaggio, è spostamento. Ricordo che in Conservatorio, a diciassette anni, quando studiavo il flauto traverso, mi scrissi su una ‘Sonata’ di Hindemith delle piccole frasi, dei suggerimenti flauto e chitarra (alba, tramonto, pioggia, montagna, mare): le battute del pezzo le avevo descritte in modo da immaginarle. C’è un’osmosi, un dialogo tra immagine e musica. La musica non è concepibile solo come armonia o parola, è anche raccontare attraverso i suoni. Camminare è come se stessi suonando e penso che sia un gesto sovversivo. Accompagno adolescenti vulnerabili (ragazzi che hanno avuto nella loro vita problemi con la giustizia), collaborando con l’associazione italiana “Lunghi Cammini” . I ragazzi fanno esperienze attraverso la natura, evitando l’uso del cellulare o di cuffie, per relazionarsi con l’accompagnatore per prendere coscienza della vita buona attraverso il cammino: è un atto sovversivo in maniera positiva per andare oltre, superare abbattere ‘ostacoli’. La musica è un’arte inflazionata, ci sono concerti e festival ovunque, mega eventi. In questo momento mi sento molto più vicino all’atto sovversivo del camminare che all’atto inflazionato della musica”. Il volumetto “Sacred Mount. Parole, suoni e immagini del cammino” (Editrice l’immagine) si può acquistare o leggere connettendosi tramite il QR code posto nella parte interna del CD pubblicato da Liburia Record, label del casertano che ci ha abituati a superare steccati di genere e, al contempo, a dare profondità al suono acustico o elettronico. Sentiamo ancora de Gennaro: “Ci siamo resi conto che questo progetto non poteva andare in mani sconosciute o con case discografiche non interessate che avrebbero accettato solo sulla base delle copie da vendere. Non era possibile scendere a compromessi. Il disco, come il libro, nasce da questa esperienza umana e artistica sia degli incontri sia del cammino. Come Ensemble Calixtinus, continuiamo a viaggiare con questo grande sentimento dell’amicizia e della condivisione: c’è il mio nome come autore ma io porto solo la bandiera avanti, è un disco collettivo, ognuno ha dato il suo contributo”. Dunque, un disco accompagnato dal racconto, da appunti di viaggio e da riflessioni sui luoghi toccati e sugli incontri e gli scambi: un itinerario fisico e interiore attraverso l’Adriatico e l’Egeo, dalla Basilica di San Nicola di Bari al Gargano di Monte Sant’Angelo, alle isole Tremiti e via navigando verso il Monte Athos fino a Istanbul, ma passando anche per il mondo armeno, la cui chiave d’ascolto è la ricerca del sacro. La mappa narrativa e sonora si dispiega in tredici tracce/tappe, in cui il “musico-viandante” Giovannangelo de Gennaro (canto, traversa e viella) è insieme ai compagni di Calixtinus (che prende il nome dal codice dell’XI secolo che raccoglie la prima guida del pellegrino al Cammino di Santiago), fondato nel 1992 con Nicola Nesta (coro, liuto, oud e chitarra acustica). Ci sono Pippo D’Ambrosio (percussioni), le voci di Dario D’Abbico, Vito Giammarelli, Cosimo Giovine e Ciccio Regina, Giovanni Astorino (violoncello), Leo Binetti (pianoforte), Sergio Lella (coro, traversa), Francesco Di Cristofaro, uno dei fondatori di Liburia (bansuri e duduk), Peppe Frana (robab afgano) e in più un quartetto d’archi: Pantaleo Gadaleta al violino, Serena Soccia al violino, Davide Terenzio alla viola e il già citato Astorino. L’Ensemble Calixtinus lavora sul recupero di repertori a partire da manoscritti locali (antifonali, polifonie liturgiche a falso bordone); in parallelo affronta repertori vocali e strumentali del medioevo (musica sefardita, monodia e polifonia liturgica colta e tradizionale) con particolare interesse nei confronti delle tradizioni musicali extraeuropee, dal Vicino Oriente all’Asia centrale. È un organico di ampio respiro, quello radunato da de Gennaro, che riesce a conciliare le diverse anime sonore dell’album. È un percorso in cui agli strumenti classici fanno da contrappunto emozionale gli strumenti medievali e a quelli di culture altre, con una predilezione verso le musiche modali del Caucaso e del Medioriente. Tutto si principia in modo propiziatorio con la magnifica “Hov arek” (Vieni brezza) del compositore e studioso armeno Komitas Vardapet, adattamento di un canto tradizionale in cui un giovane contadino implora i monti di mandare una fresca brezza per alleviare il suo pesante lavoro. Segue il gregoriano “Gaudens in domino”, con le voci sostenute da viella, flauto traverso e liuto. Con un salto indietro di quindici secoli l’ensemble propone l’“Epitaffio di Sicilo”, in un arrangiamento incentrato sul pianoforte che rafforza un senso di sospensione. Si tratta del documento musicale greco scolpito su una tavola, costituito da righe di testo, accompagnate dalla notazione alfabetica di una melodia musicale frigia, che si interroga sulla questione del vivere a fondo il proprio tempo. I santuari, luoghi di ritualità sono omaggiati nella successiva “Pantokrator”, motivo per sola percussione, il simadron, una lunga tavola percossa da martelletti di legno usata nei monasteri per il richiamo alla preghiera. Dura tredici minuti il magnifico canto a cappella “Ex eius tumba marmorea”, con cui siamo condotti nella Basilica di San Nicola, il santo che viene dall’Oriente, le cui ossa furono rubate dai baresi dalla chiesa di Myra nell’odierna Turchia. “Per noi l’Adriatico è la nostra bussola d’orientamento, lo è ancora di più per un figlio di marinaio come me. Sono stato cresciuto con la salsedine”. E allora volgiamoci verso Levante per ascoltare “Canto di Sayyid”, un testo di de Gennaro sulla riscrittura di un esercizio su danze sacre composto da Georges Ivanovič Gurdjieff con il suo discepolo Thomas de Hartmann: è un altro vertice dell’album, centrato su archi e oud. Proseguendo l’ascolto, intravediamo le cime dell’Armenia, evocata da “Meteora”, una composizione di Di Cristofaro, che nasce come improvvisazione in seguito formalizzata, con un impianto modale, consegnataci dal timbro dolce dell’oboe duduk. Invece, “Jocundetur et letetur”, inno a San Giacomo tratto dal codice Calixtinus, è confluenza di coro e strumenti (traversa, organistrum, campane e viella). In cammino lungo la Via Egnatia, giungiamo alla porta d’Oriente, Istanbul, dove alla corte ottomana fu attivo Tanburi Cemil Bey (1873-1916), polistrumentista, compositore e trascrittore di musica d’arte, dal cui repertorio più “leggero” proviene la danzante “Hüseyni oyun havasi-Çeçen kizi”, brano per oud, kaval, violoncello, darbouka e duff. Entra il solo flauto di bambù bansuri di Di
 Cristofaro in “Vayu”, un breve alaap ispirato alla tradizione indostana, preludio al Battiato di “L’ombra della luce”. Dice de Gennaro: “Prima di essere musicisti siamo dei viaggiatori: questo disco parla dello spostarsi che non è solo fisico ma interiore attraverso le emozioni. Battiato è un punto di riferimento sul piano emozionale con quello che voleva comunicare con la sua musica. L’ombra è la prima cosa che si osserva. Sono partito per il mio viaggio a piedi in piena pandemia, ho visto la mia ombra cambiare. Quando cammini per tanti chilometri questa forma che si muove in continuazione inizia a essere un punto di riferimento e poi c’è la luce… I conti si fanno subito: Battiato, Gurdjieff e de Hartman, Komitas, anche geograficamente parlando siamo lì, ci sono Armenia, Caucaso, parte sud della Russia. Ho pensato che in questo disco ci si doveva allontanare dalla filologia della musica antica aprendo ponti, andiamo oltre le divisioni, facciamo musica moderna con gli strumenti antichi”. E, infatti, i musici ritornano al Gurdjieff e de Hartman della celebre “Hindu melody” in formazione di quartetto (violoncello, pianoforte, bansuri e robab) e al Padre Komitas di un’altra ben nota composizione, “Krunk”, quest’ultima affidata al solo violoncello, a chiudere l’album. “Sacred Mount” è propensione alla conoscenza, è trasposizione in musica di incontri e di scambi, con delicatezza ed eleganza procede rinunciando al superfluo, incarnando transiti tra passato e presente musicale: non resta che disporsi all’ascolto. 


Ciro De Rosa

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