Angela Kinczly – Canzoni di viaggio (Ritmo&Blue Records, 2023)

Ci è piaciuto fin dalle premesse “Canzoni di viaggio”, nuovo album della cantautrice Angela Kinczly (lombarda di origini ungherese, come riportano puntualmente le cronache). Perché, a partire dalle note di presentazione di questo viaggio in dieci canzoni, ci è apparso innanzitutto coraggioso: nasce “per fermare un momento, catturare la ‘me interprete’, in presa diretta, senza fronzoli e senza artifici, la mia voce e la mia chitarra”. E ancora: “Il progetto iniziale era quello di compilare una scaletta di mie canzoni eseguite in questa nuova veste, insieme a un paio di cover significative. Una cover tira l’altra e alla fine le mie canzoni c’entravano ben poco con la scaletta che si stava definendo, ma soprattutto era più forte la curiosità di scoprire il repertorio a cui appartenevano le prime cover che avevo scelto di registrare”. Tra queste vi sono “La guerra è finita” di Claudio Lolli, “Un paese vuol dire non essere soli”, tratta da “La luna e i falò” di Cesare Pavese, “Valzer della crudeltà” di Margot, “L’amore è tutto qui” di Piero Ciampi. Ecco, quindi, che il rischio e il coraggio non sono da intendersi nel senso dell’azzardo. Difatti, vi è nel programma una precisa selezione delle cover (gran parte del repertorio di Cantacronache), della scelta esecutiva, del processo di registrazione (in diretta e in analogico) e dei temi che raccoglie (temi che riconducono a un’Italia ben precisa: quella, grossomodo, del dopoguerra). Più propriamente, nel senso che tratteggia uno spazio inaspettatamente attuale, che acquisisce ulteriore valore proprio nella sua innegabile contro-retorica. Uno spazio che si compone – gradualmente con lo scorrere della scaletta – di un significato complesso, in cui convergono la dimensione politica, artistica, storica e socio-culturale (il richiamo a una cultura letteraria e canora certamente con i piedi puntati nel reale, ma tenacemente impegnata a disegnare un nuovo immaginario, alternativo alla canzonetta e all’immagine patinatrice del “canta che ti passa”). D’altronde, la trama dell’album è ben leggibile. Come leggibili volevano e vogliono essere le canzoni che racchiude e che l’autrice ripropone attraverso questo approccio estemporaneo. Ora, sulla questione dell’estemporaneità si potrebbe discutere, soprattutto in ragione del fatto che Cantacronache è stato un movimento senza dubbio articolato che – come sappiamo e come ricorda la stessa Angela – raccordava diverse istanze e prospettive. Se da un lato, infatti, vi era quella necessità di bilanciare, cantando con stile diretto e volutamente anticonvenzionale, la narrazione musicale di un paese lanciato nella traiettoria del consumismo, dall’altro vi era il coinvolgimento del fronte massiccio di una parte degli esponenti della letteratura dell’epoca. Che non ha disdegnato di fare la sua parte, uscendo dai ranghi di una compostezza che male le si addiceva. In questo senso la presenza di Umberto Eco, Italo Calvino, Gianni Rodari e altri ha reso giustizia alla grandezza dell’intuizione di Cantacronache: impegno sociale attraverso la canzone. In tutto questo emerge – e non ci sembra poco – un ampio ventaglio di possibili interpretazioni: non solo simboliche ma anche – ne siamo certi – ben concrete. Proviamo a spiegare, lasciando in primo piano la dimensione artistica entro cui l’album prende forma. Nell’atto di queste scelte si cela il desiderio di esplorare una forma di canto e, di conseguenza, di analizzarne (incorporandola nel momento stesso dell’esecuzione) la funzione. Questo processo riconduce Angela Kinczly a un’esperienza in cui non vi è mediazione. Un’esperienza che non subisce la frammentarietà della storia e che, in ragione di questo, determina una sorta di nuova fase di quei repertori. Alla luce di questo l’album è straordinario, perché equilibrato, modellato nella compostezza di una voce piena e delicata, che poggia con sicurezza su una chitarra sicura e presente. A noi ascoltatori spetta, infine, il piacevole impegno della ricezione: assorbire la verità di questa proposta attraverso il suo valore estetico e culturale. 


Daniele Cestellini

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