In onore al piccolo principe del free jazz

L’arpa che i custodi della parola dell’Africa  sub-sahariana utilizzano come strumento ritmico per tramandare in forma di canto le tradizioni orali degli avi e le loro antiche storie popolari della terra. Bothén ne aveva appreso l’uso nei villaggi Bambara dal maestro Bremah e insegnò a Don tutto ciò che conosceva, salendo sul palco assieme a lui, anche del Festival Jazz di Newport il 2 luglio del 1973. Oggi gli arazzi variopinti di Moki sono esposti non solamente nelle prestigiose sale di Stoccolma, Malmö o Los Angeles ma anche al Centre Pompidou di Parigi, al Museo svizzero di Susch o alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia. Don Cherry era un griot, uno sciamano, un bardo o cantastorie a seconda di dove si preferisce collocarlo nello scacchiere geografico, non era propriamente un jazzista ma piuttosto un cantante nell’anima, anche se non nella voce. Era stato giustappunto per questo che aveva scelto uno strumento poco ingombrante come quella sua storica cornetta tascabile. Ne suonava varie: una d’epoca Guerra Civile Americana, una pakistana (nel
periodo della collaborazione con Sonny Rollins), la preferita era forse un modello Besson Meha, dalle incisioni Art Déco e dai bottoni in giada, realizzata a Parigi negli anni ‘20 appositamente per uno spettacolo di Josephine Baker, che gli venne donata da un appassionato durante gli spettacoli del 1966 al Café Montmartre (con Gato Barbieri, Karl Berger, Bo Stief e Aldo Romano). Simpaticamente in Francia e in Spagna la chiamano rispettivamente “trompinette” e “trompeta de bolsillo”. Attraverso strumenti di questo tipo, Cherry non è facilmente confrontabile con altri musicisti ma d’altronde lui era un creatore di sonorità collettive e di mondi sonori da porre come basi per un’universalità pura e non retorica, com’è generalmente diventata purtroppo in seguito. Don non rappresentava un musicista dell’anima come Coltrane ma piuttosto dello spirito, di quegli spiriti che sono alla scoperta dell’anima altrui. La sua musica è rappresentazione di una cerimonia di tensione e dinamismo, nei suoi dischi possono comparire strumenti come la pkan-dung, tromba rituale mongola costruita con l’osso della coscia di una vergine morta di morte naturale, come raccontano alcune leggende tibetane. La sua musicalità non era affare personale, lo stile lirico-improvvisativo e l’apertura di spirito che la caratterizzavano affascinarono e sedussero non solo ascoltatori come il sottoscritto o sconosciuti
suonatori gnawa, lapponi, giapponesi o indiani ma anche stars che vollero registrare con lui. Sia del jazz (Pharoah Sanders, George Russell, Sunny Murray, François Tusques, Giorgio Gaslini, John Tchicai, Sun Ra, Trilok Gurtu) che del rock (Frank Zappa, Lou Reed, Steve Hillage, Ian Dury, Joe Henry) o dell’elettronica/contemporanea (Jon Appleton, Terry Riley, Krzysztof Eugeniusz Penderecki, Heiner Goebbels). La musica è sempre il riflesso dell’anima di un paese, Don Cherry utilizzò il nomadismo per scoprire e percorrere l’anima del mondo, andando incessantemente alla ricerca di conoscere e praticare le differenze, il concetto stesso di Paese gli era estraneo, rifiutava intimamente barriere e frontiere. A Verona lo ricordo suonare il pianoforte a notte fonda dopo un concerto, per noi quattro amici mezzo addormentati che lo ascoltavamo sdraiati sulle panche, mescolare il suo amato Thelonious Monk ai suoni marocchini. La quiete pan-spirituale di quest’uomo emanava un suono che uscito da pocket trumpet, flauto, melodica o dousson’gouni che fosse, non risultava mai triste, autoreferente o introspettivo ma costantemente rivolto all’altro, fosse esso umano o divino. La sua firma non erano le parole del suo nome ma un disegnino stilizzato che univa la linea della terra con quella del cielo. “I jazzisti che scelgono di esprimersi attraverso l’improvvisazione sono
totalmente consacrati alla musica etnica e popolare, non si tratta di esotismo, bisogna avere rispetto per le altre culture e studiarle, in seguito l’attenzione prestata servirà al proprio suono, studiare musica con autenticità non porta mai all’esotismo” (1981). Tutta la sua vita terrena è stata un dialogo incessante, una coerente condivisione multiculturale che non privilegiava la tecnica strumentale ma feeling e spontaneità. La qual cosa lo aveva escluso in fretta dall’universo jazz canonico, non solo qui in Italia ma anche negli Stati Uniti. In effetti bisognava uscire completamente dal pensiero individualistico occidentale per accettare che la sua creatività considerasse altre musiche importanti quando la propria e che lo scopo unico consistesse nella creazione comune. Lui stesso valutava che il jazz fosse diventato troppo intellettuale, poco sorprendente e poco stimolante. Quando vi ha fatto occasionalmente ritorno è stato a fianco degli amici della confraternita “colemaniana” come nel caso della sua partecipazione alla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden e Carla Bley. Ma niente valeva per lui più di un suono di strada di Ankara o Bamako e tutto ciò è perfettamente documentato nelle sonorità che si ascoltano in questi brillanti dischi assieme a Johnny “Mbizo” Dyani, Okay Temiz, Henri Texier, Collin Walcott, Jim Pepper, Nana Vasconcellos, Abdullah Ibrahim...anche se sono passati cinquanta anni dalla loro creazione. 


Flavio Poltronieri

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