Pierre Bensusan – Azwan (Le Triton, 2020)

A dieci anni dal precedente “Vividly” si presenta finalmente con un nuovo album in studio colui che è considerato, probabilmente a ragione, l’indiscusso maestro della chitarra fingerstyle contemporanea. Un lavoro che è inanzitutto una conferma della direzione attuale del suo chitarrismo, ormai lontano dalle radici folk e celtiche dei suoi primi lavori, e incentrata su un approccio quasi jazzistico, quel concetto di una “orchestra a sei corde” che abbiamo visto esaltarsi soprattutto nelle esibizioni dal vivo. Questo nuovo capitolo della discografia di Bensusan non si discosta quindi tanto dalle ultime (per quanto distanti) uscite e ne sviluppa ulteriormente la filosofia. Per sua ammissione l’idea nasce dall’osservazione delle… api: “insetti della luce” capaci di “lavorare insieme nell’oscurità come una cosa sola; “La musica di AZWAN è stata pensata per anni prima di registrarla, concedendosi il tempo per permettere alle note di amalgamarsi [come together] come in una cosa sola”. In questo senso va indubbiamente riconosciuta a Bensusan l’onestà intellettuale di aver pubblicato dischi sempre con una certa parsimonia, e solo quando sentisse di avere realmente qualcosa da dire. La iniziale “Fils de la rose” mostra subito il suo inconfondibile stile, una bella melodia arricchita da un felice arrangiamento con il contrabbasso.  La successiva “Optimystical” nasce da una bella idea compositiva che però pare dilungarsi un po’ troppo. È questa una delle caratteristiche (o dei limiti a seconda del punto di vista) dell’intero album insieme al vezzo, tutto bensusaniano, (mai troppo amato, lo confesso) di intonare le melodie con la voce o fischiando. La title track ci restituisce un Bensusan inedito, a tratti quasi… De Grassi! Un brano che già al primo ascolto si candida come uno dei più belli del disco e a diventare un nuovo classico del suo repertorio. Anche con “Abeilles” troviamo un brano piuttosto lungo: un tema molto bello fa da base per le fughe solistiche e viene “trascinato” come un tappeto armonico per i soliti vocalismi (!) in una esecuzione dalla lunghezza che mi pare eccessiva rispetto allo sviluppo del brano. Lo stesso vale per la successiva “Balkanangeles”, molto più jazzata, che ricorda lo stile del buon Duck Baker. La distanza tra il “Bensusan del Natale passato” e quello del “Natale presente” emerge prepotentemente in “Return to Ireland”, rilettura del suo classico “Voyage pour l'Ireland”. Ancora una volta il tema diventa un pattern per una serie di divagazioni solistiche nel suo stile più attuale. Al netto di una tecnica esecutiva certamente più raffinata oggi che non allora, la vecchia versione si fa ancora preferire. Atmosfere marcatamente jazz in “Without you” che, come la successiva “Wee Dander”, si basano su un tappeto armonico o ritmico che fanno da supporto per le escursioni solistiche. “Dia Libre” è un ritmo latino che si evolve in un gradevole dialogo di viola e violino, a cui però non manca di aggiungere una parte vocale scat. “Portnoo” è un salto nel passato dell’ispirazione musicale celtica, un brano che potrebbe essere stato registrato nei primi anni ’80 e che ci restituisce, anche se solo per un momento, il "vecchio" Bensusan di “Près de Paris”. Il chitarrista francese da sempre non disdegna di assecondare la sua anima chansonnier, anche stavolta con “Corps vaudou” si regala una vera e propria canzone. La finale “Manitowoc” è una lirica e ariosa melodia, molto di atmosfera e ben collocata a chiusura dell’album. La parabola artistica di qualunque musicista può presentare episodi più o meno riusciti, ma se questi sono perdonabili quando l’artista affronti una nuova direzione, lo sono forse meno quando ci si muove sul sicuro solco di una via già abbondantemente sperimentata (e con successo). Ecco che “AZWAN” ci appare un disco registrato forse troppo “in sicurezza”, in una comfort zone che poco aggiunge al catalogo dell'artista, o comunque meno di quanto potenzialmente potrebbe. Un disco a due facce, che alterna momenti di altissimo lirismo compositivo e interpretativo ad altri in cui i temi paiono un po' troppo insistiti. Anche nella musica, talvolta, “less is more”. Se già il precedente “Vividly” mostrava qualche crepa nella vena compositiva, in quest’ultimo lavoro l’insistenza su alcuni temi appare ridondante quando l’idea compositiva sia stata già sufficientemente sviluppata. Una critica che può apparire ingenerosa, ma che nasce anche dall’aspettativa rispetto a un artista che ci ha abituato a dischi bellissimi e da cui probabilmente ci si aspetterebbe sempre un capolavoro, tanto più dopo dieci anni di “silenzio”. Da questi artisti (e questa è la nemesi di chi è grande) viene difficile accettare un disco pur godibilissimo, ma forse troppo "normale". In questo senso un certo manierismo sembra appesantire un po’ tutto l’album, un ingrediente che da abbellimento diventa protagonista. Un approccio che, a mio avviso, si presta più alle esecuzioni dal vivo che non alle incisioni in studio. Una prova la si può ritrovare in una bellissima esecuzione della stessa “Voyage pour l'Ireland” che, seppure nella incisione in studio ci ha meno convinti, nella esecuzione dal vivo “in studio” invece mostra tutto il magnifico potenziale interpretativo di Bensusan nella dimensione, secondo noi, più consona e che meglio la esalta.
L’artista ha di recente annunciato l’annullamento dei prossimi appuntamenti, comprese tutte le date italiane, per motivi di salute. Gli facciamo i nostri migliori auguri di una pronta e completa guarigione, nell’attesa di poterlo ammirare al più presto dal vivo. 


Pier Luigi Auddino

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