Gabriele Muscolino – Gabriele Muscolino (VisAge Music/Materiali Sonori, 2021)

Cercare di innovare in un momento storico-culturale in cui la maggior parte dei linguaggi è stata esplorata e sperimentata, non è cosa facile. Proprio per questo motivo, il non abbandonarsi alla reazione artistica e la capacità di trovare nuove espressioni timbriche e letterarie è opera meritevole di considerazione. Significativo in questo senso è il disco di esordio omonimo di Gabriele Muscolino, un lavoro nato da un personale lavoro di ricerca e intriso di stile ed eleganza. Ad aprire l’album è “Paradiso” (“C’è qualcosa nell’aria/il corteggio degli dei pagani/fuggi tra rameggi d’araucaria/ti ritroverò domani/nel giardino dei fagiani”), guidato dalla trama melodica intessuta dal suono argentino del bouzouki - che ritroveremo nel susseguirsi dei brani – e caratterizzata da una architettura ritmica sostenuta da una sezione d’archi che alterna pizzicati ed ostinati. Sullo sfondo si staglia la fisarmonica che incornicia le voci di Muscolino e Angelika Pedron, che si incastrano alla perfezione, imprimendo dinamismo al tutto. A seguire troviamo “Magnolia nera”, il cui incedere letterario quasi da filastrocca, che ci conduce attraverso un giro del mondo floreal-geografico, è ritmicamente scandita dal bouzouki, su cui guizzano gli ariosi contrappunti di archi e fisarmonica e i vocalizzi della Pedron. “Il Ragazzo che saliva sugli alberi” segue un afflato largo, segnato dall’arpeggio del bouzouki, che poggia sulla base ritmico-melodica degli archi, mentre i fraseggi della fisarmonica fanno da elemento di imprevedibilità. Il quarto brano “Il bicchiere del mare” è sostenuto dall’alternarsi di pizzicati e ostinati degli archi che intessono un dialogo perfetto con il bouzouki evocando il vento ed echi di sonorità arabeggianti. Interessante anche la componente letteraria (“E la baia si apre sotto la città/il mare appoggia il mento/alle scogliere/un millennio che viene/un millennio che va/ma sopra il bicchiere”), con una bella alternanza fra i vari piani di lettura, che oscillano fra il racconto del circostante e la narrazione in prima persona. Giro di boa dell’album è “Anno nuovo”, aperto da un riff di violino, su cui si intreccia guizzante lo strumming del bouzouki, mentre una linea di violoncello, giocata sui bassi, fa da collante, per un’atmosfera giocosamente briosa, che ben si accorda alle vicende raccontate nel testo, “Fa’ il tuo gioco, è il momento/di rubar le scarpe al vento/e il cappello col diamante/al Mago Atlante”. “Mi lascerò cadere” (“E tirerò la coda al tempo/per tornare a prima/e un bel calcio al novecento/sul patibolo del clima”) è sostenuta da un placido arpeggio di bouzouki, da cui emergono, ariosi, i ricami della fisarmonica, che poggiano su un largo tappeto di archi. Sapori quasi klezmer, che strizzano l’occhio all’est, contraddistinguono “Gli esploratori”, brano che vede un perfetto incastro fra i fraseggi della fisarmonica ed i pizzicati degli archi, che tirano le fila di una ritmica e di una metrica incessante, perfettamente in linea con il racconto dei viaggi di “quattro esploratori sulla rotta del Catai.” Splendida anche la resa vocale, nell’intreccio fra le voci di Muscolino e della Pedron. Un altro bell’incontro vocale si concretizza in “Tu e io”: l’incastro è perfetto non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello più puramente teatrale ed interpretativo, con le ottave alte di Angelika che rispondono al timbro caldo e basso di Gabriele. Interessante anche la componente musicale, da cui spuntano fuori le svisature impazzite del violino, sorrette da una sezione ritmica composta dal bouzouki e da un pazzesco “working cello”. Atmosfera dilatata che ritorna su “Minnie” (“Vedi, il cuore è un cardellino/va di ramo in ramo/ è una riffa, un flutto corvino”), con un arpeggio di bouzouki che si poggia sulla base melodica composta dagli archi e dalla fisarmonica. A chiudere il disco ci pensano le nuances swingate di “Il migliore” (“Sono il tipo che non ha/quel po’ di celebrità/come Orfeo di successo/o acrobata del sesso/Non so fare il caporale/né il Narciso digitale”), sorretto dallo strumming quasi manouche del bouzouki, squarciato dagli scatenati fraseggi del violino, per una canzone che sembra uscita da un cafè parigino della Belle Epoque. In conclusione, ci troviamo di fronte ad un album raffinatissimo, che mette spudoratamente in campo la sua classe, dimostrandola con arrangiamenti sempre centrati e dinamiche mai banali (mi sembra doveroso citare Lorenzo Barzon al violino, Luca Pasqual alla viola Martin Tourish e Matteo Facchin alla fisarmonica e lo stesso Gabriele Muscolino al bouzouki), oltre che con una scrittura solidissima, fatta di volteggi letterari e cura estrema nella scelta delle parole. Tutto questo mette in risalto anche una interpretazione solidissima, che vede nel costante rincorrersi fra i toni caldi di Muscolino e le ottave alte della Pedron il suo vero punto di forza. Un album costantemente in viaggio, fra suggestioni geografiche e ricami floreali. Ed, in tutta onestà, non viaggiare con lui sarebbe un vero peccato. 


Giuseppe Provenzano

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