Sergio Armaroli Trio Plus Cartoon – Trioplustrio/Sergio Armaroli - Billy Lester – Meeting For Two/Giancarlo Schiaffini - Sergio Armaroli – Deconstructing Monk in Africa (Dodicilune/I.R.D., 2020)

Vibrafonista, compositore e didatta, ma anche pittore e poeta, Sergio Armaroli è un artista totale, il cui eclettismo lo ha condotto a spaziare attraverso ambiti differenti ed, in particolare, a proiettare il linguaggio del jazz e dell’improvvisazione verso il futuro, esplorando nuovi sentieri nell’ambito della ricerca musicale e compositiva. A riguardo afferma: “Considero il jazz come attitudine propriamente sperimentale che ha assoluta necessità di essere raccontata”. A caratterizzare la sua cifra stilistica è certamente la sua scrittura, vibrante di una consapevolezza nell’essere produttore “di-segni” ma anche inventore di “gesti poetici” tradotti in musica. Formatosi presso l'Accademia di Belle Arti di Brera e il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano ma anche accanto a Joey Baron, Han Bennink, Trilok Gurtu e Dom Um Romao, Schiaffini vanta un articolato percorso artistico che, nell’ultimo decennio, si è intrecciato con quello della lungimirante etichetta salentina Dodicilune con la quale ha messo in fila dischi di grande spessore come “Tecrit” in collaborazione con Riccardo Sinigaglia nel 2014, “Vacancy in the Park” con Axis Quartet nel 2015, “Micro and More Exercises” con Giancarlo Schiaffini nel 2016, “From The Alvin Curran Fakebook - The Biella Sessions” con il quartetto guidato da Alvin Curran, "To play Standard(s) Amnesia" con il suo quintetto e Billy Lester nel 2017 e "Close (your) Eyes Open Your Mind" con Walter Prati e "Trigonos" con Andrea Centazzo e Giancarlo Schiaffini nel 2018. A distanza di due anni da quest’ultimo, Armaroli torna con un altro lavoro sorprendente “TrioPlusTrio”, album nel quale ha raccolto sei composizioni originali in cui, per la prima volta, utilizza il vibrafono preparato, accompagnato da due formazioni in trio che si alternano al suo fianco e si confrontano. Il trio italiano nel quale il vibrafonista è accompagnato da Giancarlo Schiaffini al trombone e Walter Prati al violoncello, dà vita ad un imperdibile dialogo, tutto giocato sulle asimmetrie, con il trio Cartoon composto da Roger Turner (batteria e percussioni), Chris Biscoe (sassofono e clarinetto) e John Pope (contrabbasso), tre assi dell’improvvisazione musicale inglese. In questo senso, ascoltando il disco colpisce l’approccio musique concrète con cui Armaroli esplora le possibili vie di uscita dall’accordatura temperata e dalle sue timbriche pure per approdare a sonorità divergenti. 
A spiccare è, inoltre, il sinergico interplay tra i tre strumentisti italiani che diventa ancor più ricco ed articolato nel sestetto, facendo emergere tutto non solo il collettivo ma anche le singole voci strumentali come nel caso dei brillanti interventi di Schiaffini, delle esplosive incursioni del sax di Biscoe e delle tessiture melodiche dense di lirismo del vibrafono di Armaroli. Determinante appare anche il contributo del contrabbasso di Pope come del violoncello elettroacustico di Prati che si integrano alla perfezione con le costruzioni ritmiche di Turner. Ad aprire il disco sono i tre strumentisti inglesi i quali con la superba “TrioPlusTrio 1”ci introducono alla lunga sequenza di quattro brani in cui i sei musicisti si danno battaglia improvvisando negli studi "Il pollaio" di Ronco Biellese con la supervisione del sound engineer Piergiorgio Miotto. Insomma, un lavoro magmatico, impreziosito dal bellissimo booklet con le fotografie di Roberto Masotti dedicate agli oggetti di questa musica preparata: “oggetti d'affezione per una musica preparata e altra”. A breve distanza, Armaroli ha dato alle stampe un altro lavoro intrigante “Meeting for two”, nel quale il compositore e vibrafonista incontra il pianista statunitense Billy Lester, improvvisatore istintivo e in grado di esprimere un raro lirismo sia nelle composizioni originali, quanto nelle riletture degli standard. L’ascolto svela undici brani di cui nove originali che spaziano dal sound jazz classico dell’iniziale “Billie’s bounce” dal repertorio di Charlie Parker, alle sperimentazioni delle brillanti ed originali composizioni di Lester come nel caso di “G minor jazz”, “Out of Gs and As” e “Peachfuzz parade”, nelle quali colpisce la ricercatezza delle soluzioni armoniche in cui ritroviamo stilemi che rimandano a Lennie Tristano e Thelonius Monk, per toccare l’imprevedibilità dell’improvvisazione di “Grassopher’s holiday”. Non manca un gustosa versione dai tratti intimi di “Darn that dream” e un brano come “Not easy (to love)”, composto a quattro mani e in cui si sviluppa una dinamica incredibile tra le due voci strumentali: pianoforte e vibrafono che ora dialogano, ora si alternano nelle parti soliste. I vertici del disco vanno ritracciati in “Billy is with me” e nella title-track”, entrambe firmate da Armaroli che, in questo album abbandona per un attimo l’avanguardia tornando in grande stile nei territori del jazz contemporaneo. 
Ad inizio 2021, Sergio Armaroli (balafon cromatico, water drum, calebasse, talking drum, mbira, shaker(s), bull-roarer, percussion) è tornato ad incrociare i suoi strumenti con il trombonista Giancarlo Schiaffini, riformando il duo per dare vita a “Deconstructing Monk in Africa” album che raccoglie la lunga suite di quasi un ora in cui Thelonius Monk e la tradizione musicale africana incontro all’avanguardia Europea. Se a prima vista potrebbe sembrare che un semplice omaggio a Thelonius Monk, l’ascolto rivela dieci blues che sono l’ispirazione per dare vita ad una ricerca sonora a tutto campo che dalle poliritmie africane si dipana attraverso i sentieri dell’elettronica. “La musica africana, oltre ai noti elementi ritmici, ha con il jazz altre caratteristiche comuni, come l'aspetto decisamente responsoriale e una certa ripetitività”, sottolineano i due compositori e musicisti nelle note di copertina. “Di Monk abbiamo voluto scegliere i Blues, curiosamente tutti nella tonalità di Si bemolle, spesso formati di un nucleo tematico semplice, con ampi spazi di respiro tipici del carattere africano del Jazz”, proseguono Schiaffini e Armaroli. “Una semplicità che a volte sconfina in un primigenio minimalismo che mai si riduce a una semplice ripetitività. Abbiamo scelto un organico strumentale falsamente etnico (balafon, mbira, talking drum e altro) in dialogo con il trombone, cercando un senso a questo divagare tra paesaggi sonori primari e motivi melodici segreti. Il lavoro improvvisativo si dipana quindi come una terza via fra i temi monkiani, quasi mai citati direttamente, e il flusso acusmatico preregistrato”. Le libere improvvisazioni attraverso i temi di Monk, opportunamente decostruiti, ci regalano momenti di grande musica come nel caso di “Straight No Chaser” e “Blue Monk”, “Misterioso” e “Something in Blue” che suggellano un disco di grande spessore da ascoltare con grande attenzione. 


Salvatore Esposito

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