Roberto Menabò – The Mountain Sessions: Blues & Guitar Excursions (AZ Blues, 2020)

Avevamo lasciato Roberto Menabò impegnato nel chiudere la propria trilogia di racconti sul blues delle origini, quand’ecco che, a sorpresa e forse nel momento più improbabile, lo ritroviamo “ritornare a casa” e pubblicare un nuovo disco a distanza di dieci anni dal precedente “Il profumo del vinile”. Ed è una sorpresa gradita da parte di un artista che gli appassionati di chitarra acustica conoscono ormai da tanti anni e che sembra ora vivere una sorta di seconda e prolifica giovinezza artistica, stimolato dalla libertà che gli attuali strumenti digitali di autoproduzione concedono. Libertà che il nostro sfrutta appieno per proporre la sua musica senza compromessi di etichetta, vincoli di produzione o altro. Menabò non si smentisce e riprende il proprio discorso nel solco inaugurato ormai più di trent’anni fa, a metà tra la composizione originale e la divulgazione, e portato avanti con ostinata coerenza con uscite assai rare, ma proprio per questo sempre notevoli; apprezzabta caratteristica di chi dice (e pubblica) qualcosa soltanto quando sente di avere veramente qualcosa da dire. Ritroviamo tutti gli elementi di quel sound che tanto amiamo, quella estetica da “American Primitive Guitar” definita da John Fahey negli anni sessanta che anche negli USA conta ormai ben pochi epigoni e di cui in Italia è ormai e indiscusso rappresentante. Ed ecco che questo nuovo disco di Roberto Menabò è un nuovo e orgoglioso passo… “indietro” in questa direzione. L’intento dichiarato è quello di restituire l’atmosfera delle registrazioni sul campo della musica rurale delle origini; il disco nasce proprio dalla volontà di registrare anche tecnicamente con quello spirito. Le tracce sono state tutte incise in un’unica sessione in studio, quasi senza sovra-incisioni e in una seduta di un solo giorno, proprio a ricreare, se non il contesto, certamente l’approccio dei musicisti delle pioneristiche incisioni di John e Alan Lomax o di John Hammond nel sud degli Stati Uniti. Il prezzo da pagare è “qualche tocco impuro sulle corde”, ma la perfezione esecutiva non è l’obiettivo di questo lavoro e anzi “fa parte del gioco finché la musica è viva e respira di montagna”. Gli interventi vocali, la voce sottile vagamente alla Mississippi John Hurt, contribuiscono a restituire un’atmosfera gioiosa e scanzonata, a tratti quasi fiabesca, che ben si sposa con il minimalismo del suono e dell’intero progetto. Dal suo “buen retiro” sui colli bolognesi Menabò ci riporta così ad un mondo a 78 giri, alternando brani originali a cover di artisti spesso poco celebrati anche dagli amanti del genere come Cliff Carslide, Fred Hutchinson, Ethel Wathers, Jimmie Tarlton e Buddy Boy Hawkins. Conferma così ancora una volta la volontà di una divulgazione di una cultura musicale e l’interesse degli ultimi anni verso gli artisti meno conosciuti, protagonisti già dei suoi libri, e in qualche modo riportati sulla scena alla maniera del modello di sempre John Fahey. Un intento quasi pedagogico della sua proposta artistica e, considerati i suoi recenti libri, possiamo dire culturale in genere. Non mancano momenti più lirici, e si fa piacevolmente apprezzare “Il cagnolino di Clifford Gibson”, che ci mostra, per una volta almeno, un Menabò dallo stile quasi “contemporaneo”. Rimane un episodio isolato nel disco, ma che si fa notare tra tutte come un possibile indizio di futuri percorsi compositivi, nei quali Menabò pare mostrarsi già a proprio agio. 


Pier Luigi Auddino

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