RednaKS – Pangea (Autoprodotto, 2020)

“Pangea”, secondo album del chitarrista italo-tunisino RednaKS, ha ricevuto discrete attenzioni dalla critica musicale, che ne ha evidenziato soprattutto lo spirito libero della composizione, la raffinatezza delle esecuzioni, la profondità della scrittura. Sottoscrivo con piacere tutti questi elementi, aggiungendo che, in termini generali, l’album denota anche una visione e un programma molto aperti, dai quali trapelano idee originali ed emerge una direzione “rassicurante”, nel quadro della quale si notano almeno altri due elementi fondamentali. Il primo è quello tecnico, che ci porta a considerare il suono e le esecuzioni. L’album è strumentale, suonato interamente con una chitarra sempre brillante, che assume forme diverse lungo un solco che sembra coprire chilometri di viaggio, chilometri di corde e vibrazioni condensate in una selezione di sei brani pregni di riflessi e sonorità. L’altro elemento - felicemente connesso al primo - è maturato probabilmente nello “sguardo” del chitarrista, che sembra volere innanzitutto suonare il suo strumento e “parlarci” di ciò che ha visto lungo la strada. O meglio di ciò che si vede quando si guarda in un certo modo e lo si racconta con una chitarra. Per questo, condensando nello svolgimento di un programma molto aperto estemporaneità, riflessione e qualche “richiamo” ai paesaggi sonori evocati, si ha l’impressione di ascoltare, di ricevere (e partecipare di) numerose esperienze. E si viene catapultati, con una evidente naturalezza, in quello spazio (chitarristico) denotato dalla forza pura dell’evocazione. Insomma “Pangea” richiama e rimescola la narrativa di una chitarra che può raccontare il passato e il presente, ben salda tra le braccia e protesa in avanti, a guardare la strada e l’orizzonte. Mi sembra un ottimo punto di partenza, dal quale non mi scosterei di molto, vista soprattutto la qualità dei brani che compongono una scaletta breve ma (appunto) fortemente descrittiva, nella quale la sintesi raggiunta e organizzata appaga più della reiterazione, per quanto piacevole, delle armonie dei brani. La mia impressione è che l’ascolto - soprattutto il primo - dell’album richiami la voce dei grandi: non solo nella tecnica (che, come sappiamo, è sempre lì che rischia di spingere un brano nel vuoto), estremamente fluida e precisa, ma soprattutto nell’atteggiamento. Ecco quella grande voce da dove viene: dall’atteggiamento, dalla posizione che si assume quando si imbraccia uno strumento e lo si fa parlare, lasciando che raccolga le voci addensate nell’aria e seguendo le oscillazioni di tutto ciò che si muove. Questa traiettoria, se da un lato (come accennato) ricompone una storia sonora che attraversa quasi tutto il Novecento, dall’altro proietta RednaKS in una dimensione contemporanea. Esplorata innanzitutto nel richiamo a un “astrattismo esecutivo” che potrebbe rappresentare uno dei punti di forza di questo talentoso musicista. Se infatti l’intenzione di evocare assume anche un valore storico - in questo caso sul piano tecnico - la costruzione del racconto, l’organizzazione delle sillabe che lo compongono, diventano un linguaggio potenzialmente nuovo ed evidentemente personale. In questa doppia chiave possiamo “leggere” tutto l’album, soffermandoci sui brani che meglio denotano la capacità descrittiva di RednaKS: “Tra le dune, Sancho e Panza”, “Coffe Milk Blues”, “L’urlo dei Mwati Mwati” e la bellissima “Green Eyes Golden Heart”, posta in chiusura. 

 
Daniele Cestellini

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