Vusi Mahlasela – Shebeen Queen (ATO Records, 2020)

In Sudafrica è conosciuto come “The Voice”. Quando Mandela è diventato Presidente nel 1994, Vusi Mahlasela è stato protagonista della cerimonia che apriva il mandato, per essere poi nominato “ambasciatore” per la campagna che Mandela ha chiamato “46664” rivolta a sensibilizzare sull’emergenza HIV/AIDS. Né poteva mancare quando la FIFA ha aperto la Coppa del Mondo a Soweto nel 2010. Nel 2012 gli è stato attribuito il più importante premio musicale sudafricano il SAMA (South African Music Awards) “Lifetime Achievement Award”. Nel 2013 ha risposto con l’album “Sing To The People” che era rimasto finora il suo ultimo lavoro discografico, mentre cominciavano ad arrivare i riconoscimenti accademici, i dottorati honoris causa delle università Rhodes e Kwazulu-Natal e l’onorificenza statale “Ubuntu and Culture” Award. Ora torna con undici nuovi brani registrati dal vivo, uno migliore dell’altro. Già i due singoli che aveva messo in circolazione non lasciavano dubbi: contagiosi intrecci di chitarre, il sax sinuoso di Kagiso Ramela, batteria percussioni, suonate da Kholofelo Chimeloane e Thabang Tabane, che non danno tregua, voce e coro a pieni polmoni in “Molaetsa keo”; superbi contrappunti fra chitarra e voci da una parte e le linee di basso, di Khola Phalatse, dall’altra in “Umculo” e “Khona manje”. “Shebeen Queen” è stato registrato dal vivo ed è dedicato alla memoria della nonna di Vusi Mahlasela, Ida “Magogo”, cresciuta nella township Mamelodi (la “madre della melodia”), nella parte orientale di Pretoria, dove Mahlasela vive ancor oggi. Dopo l’uccisione del marito nel 1961, Ida aprì un “shebeen”, bar dove si vendeva l’umqombothi, la birra artigianale che alimentava anche Ingoma’buksu, gli incontri caratterizzati dai canti notturni, accompagnati da “quotidiofoni” di tutti i tipi: secchi, lattine, contenitori di plastica. Durante una di queste jam, Mahlasela si ritrovò ad ascoltare un chitarrista che lo ispirò a costruirsi da solo la sua prima chitarra con bava da pesca e una latta d’olio. Oggi ricorda la nonna come «una donna forte, rispettata dalla comunità». Ricorda anche come «assistere nel 1976 alle manifestazioni nate a Soweto fu la mia educazione politica che mi fece capire l’importanza della musica. Cominciai a scrivere canzoni che parlassero di giustizia, libertà, rivoluzione, vita, amore, pace. A causa di queste canzoni venni arrestato e rinchiuso in isolamento. Magogo fu sempre stata al mio fianco, lottò per me, mi protesse e si batté per quel che riteneva giusto: è la mia eroina. In questo disco ho deciso di registrare alcune di quelle canzoni nate nelle township, così importanti per la nostra comunità e la nostra storia. E ho voluto registrarle dal vivo a Mamelodi, di fronte alla casa di Magogo». Insieme all’album, Mahlasela ha registrato anche un video di nove minuti in cui narra in prima persona queste vicende, a partire dai propri ricordi e dalle esperienze che lo legano al quartiere. La sua chitarra acustica è il primo propulsore dei diversi ritmi e stili che attraversano le undici canzoni: marabi, mbaqanga, kwela, jive. Le tessiture della chitarra acustica legano insieme voce, cori, fiati e le parti più energetiche offerte da basso e chitarre elettriche. Per chi ha familiarità con le musiche urbane del Sudafrica questo è un imperdibile tuffo nel passato; chi le ascolta per la prima volta rimane subito affascinato dalle diverse opportunità di leggere questi brani sia nell’immediatezza delle melodie vocali e strumentali, sia nell’ingegnoso e spesso ballabile incastro delle diverse linee strumentali, metafora di una musica che intendeva e intende unire persone che hanno sofferto e lottato: “Zimbabwe” condivide le vicissitudini del paese vicino, “Silang Mabele” è tra i brani che mettono in primo piano le splendide armonie vocali offerte da Zodwa Mabena, Paulina (Ndoniyamanzi) Mbatha e Mary Phalatse. Le chitarre di Thabang Sefako e Tsholofelo Papo sono in primo piano nel brano più jazz, “Draaikies”, illuminato anche da uno spazio tutto per le percussioni che fa respirare l’interazione e la complicità col pubblico. 



Alessio Surian

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