Ewan McLennan – Borrowed Songs (Autoprodotto, 2020)

Folk singer engagé, Ewan McLennan, poco più che trentenne scozzese, londinese di residenza, è una voce che chiede di essere ascoltata per la qualità dell’interpretazione, per la ricerca sui materiali tradizionali e per la sua personale scrittura da songwriter, che lo pone sulla scia di celebrità come Ewan McColl, Dick Gaughan, Leo Rosselson, Alistair Hulett e Roy Bailey, come a dire: il pantheon del protest folk britannico. Se è vero che, recentemente, McLennan si era meritato attenzione per il progetto “Breaking the Spell of Loneliness” realizzato con lo scrittore e giornalista ambientalista George Monbiot, va detto che aveva fatto parlare di sé già a partire dal BBC Horizon Award (2011), riconoscimento dato dal canale pubblico ai giovani artisti folk. Interesse di critica e pubblico confermato dai successivi album, “The Last Bird to Sing” e “Stories still untold”, e dalle sue esibizioni alle Transatlantic Sessions (2013) accanto al gotha della musica tradizionale. Adesso è la volta di “Borrowed Songs”, disco di otto canzoni, bilanciate tra una metà di originali e un’altra di tradizionali, le cui coordinate sonore sono arrangiamenti lineari, mai debordanti, dosati nell’uso di chitarra e banjo che Ewan padroneggia molto bene e inserti del violino e della viola di Sam Moore. Addirittura è la sola voce a dare l’avvio con la prima canzone, “Windrush”, brano autografo, commento alla vergognosa vicenda che, recentemente, ha messo in luce ipocrisie e malefatte politiche inglesi, quando è stato rivelato il trattamento riservato alla “generazione Windrush”, dal nome della nave transatlantico che portò i primi migranti caraibici negli anni ’50, giunti per ricostruire il Paese nel difficile dopoguerra e ripagati non solo con la discriminazione e il razzismo, 
che dovettero affrontare subito da parte della società britannica, ma con i diritti negati e rimessi in discussione per coloro che erano allora arrivati da bambini (senza passaporto proprio), i quali hanno addirittura rischiato l’espulsione come immigrati illegali.  Il banjo dà il via a “Blacking the Engines”, poi il violino punteggia la narrazione del racconto di solidarietà verso il Cile ai tempi della dittatura del macellaio Pinochet quando gli operai della fabbrica scozzese nell’East Kilbride, che manuteneva i motori Rolls Royce degli aerei dell’aviazione cilena, rifiutarono a lungo di mettere le mani per boicottare la dittatura sudamericana e i suoi strumenti di morte che avevano bombardato La Moneda. Dopo cinque anni di pressione del governo britannico, favorevole a Pinochet come lo erano i vertici dell’azienda inglese, i motori furono restituiti ai militari cileni, ma si scoprì che erano stati corrosi, e quindi resi inservibili, con un liquido versato dagli stessi operai della fabbrica scozzese. Quando la notizia si sparse nel carcere di Santiago, fu salutata con canti e balli dai detenuti politici. C’è, quindi, “Our Captain Calls All Hands”, il primo tradizionale proposto, una ballata inglese il cui tema è l’amore perduto, cantata con intensità da Ewan che si accompagna alla chitarra dando prova della sua qualità di chitarrista finger-style, che ha imparato tanto dalla generazione folk chitarristica di campioni come Martin Simpson e Dick Gaughan. L’amore ricorre anche nel tradizionale scozzese “Pad the Road Wi Me”, al quale sono stati aggiunti dei versi di Steve Byrne sulla melodia di Mike Vass, ma qui la trattazione è più lieve, come testimonia il vivace andamento del motivo condotto da chitarra e violino. “Down the Line” porta la firma di McLennan, il quale è solo con la sua chitarra (qui davvero notevole) a raccontare un’altra love story. Bella la rilettura di “Rufford Park Poachers”, con un uso percussivo della chitarra che esalta il canto di Ewan: è un classico che riporta accadimenti del 1851 nel Nottinghamshire, narrando di quando una quarantina di bracconieri, riuniti per protestare contro quella che ritenevano un’iniqua gestione del controllo della selvaggina da parte dei ricchi proprietari
terrieri (riconducibile alla più generale questione del diritto alla common land), furono attaccati da dieci guardiacaccia, uno dei quali fu ucciso mentre altri furono feriti. Condannati per omicidio, molti dei bracconieri furono deportati, ma la storia dello scontro divenne tema di una broadside che la diffuse assai presto nei pub tra la working class. Incisa da John Taylor a inizio Novecento, è stata ripresa dal folk revival e cantata, tra i tanti, da Nic Jones, Martin Carthy, Martin Simpson fino a Jim Moray. Il banjo accompagna “One of the Last of its Kind” - dedicata anzitutto a Monbiot ma anche a Greta Thunber e ai movimenti Extinction Rebellion e Youth Strike for Climate -, una canzone che prende la forma di un a conversazione tra nonna e nipote sul futuro del pianeta. La conclusiva “Wild Mountain Thyme” è un classicone, una delle “finish song” scozzesi per eccellenza, ben piazzata da McLennan in fondo al disco, che si staglia per il fraseggio delicato della viola di Moore e il sostegno della chitarra alla voce da brividi di Ewan. In definitiva, ne esce un disco di pregio in cui la qualità non viene mai meno e che mostra la forma di un troubadour e songwriter animato da passione e coscienza sociale, con la consapevolezza di “da che parte stare”. ewanmclennan.co.uk 


Ciro De Rosa

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