Sambene – I Sambene cantano De André. Di signori distratti, blasfemi e spose bambine (Autoprodotto, 2019)

Secondo album, dopo Sentieri Partigiani, del gruppo recanatese Sambene, nato nella scuola di musica Arslive e in particolare dalla sua costola più vicina alla Canzone d’Autore: l’“Accademia dei Cantautori”. A dirigere tutto, artisticamente ma anche imprenditorialmente, è una donna forte, una di quelle sempre “in direzione ostinata e contraria”, poco incline ai compromessi, ma molto agli entusiasmi e ai grandi amori musicali. Lei del resto è una musicista vera: Giovanni Choukhadarian, critico musicale di Sanremo che purtroppo non c’è più – ma che manca alla cultura della canzone come non mai – avrebbe detto di lei “è una che conosce il setticlavio.” Si chiama Lucia Brandoni e passa la vita ad operare culturalmente nelle Marche e a immaginare e inventare nuovi progetti e produzioni. Per raccontare questo nuovo album omaggio a De Andrè è quindi come prima cosa necessario tener conto della realtà in cui è nato. Perché in questo anniversario che celebra il cantautore genovese siamo stati investiti e travolti da ricordi, tributi, film, dischi, spettacoli, articoli… tutti sono andati alla ricerca di qualcosa di nuovo, chi ha fatto viaggi sentimentali, chi ha inventato scoop (in qualche caso davvero provinciali per non usare altri termini). Tutti si chiedono: abbiamo bisogno di altri omaggi, di dischi che celebrano De Andrè? Sono tutte domande lecite, per carità. Ma forse di fronte ad un lavoro del genere, più che concentrarsi sulle intenzioni sarebbe meglio impegnarsi a valutare il risultato. E se invece si vuole giudicare la scelta, bisogna anche indagare sulle motivazioni. Ci abbiamo provato. Recentemente, partecipando ad uno spettacolo a De Andrè dedicato, a fronte del coinvolgimento sentimentale (è proprio il caso di parlare di sentimenti) dei partecipanti alla serata sopra e sotto il palco, chi scrive ha sentito forte il senso di appartenenza culturale e umana che la storia musicale e poetica di Fabrizio suscita in chi lo ama. E: attenzione! Non si tratta solo di appartenenza nei suoi confronti, ma di patrimonio condiviso e comune. Quando si canta un pezzo di De Andrè stiamo tutti guardandoci negli occhi e ci stiamo riconoscendo. Sono pochi i cantastorie popolari che godono di questo privilegio. Forse Dalla, forse Pino Daniele a Napoli. Per questo come prima cosa tutti hanno diritto a viverli come meglio credono, senza limitazioni, senza arricciamenti di naso, senza soprattutto questo senso di sacralità che probabilmente offenderebbe e imbarazzerebbe l’umanissimo Fabrizio De Andrè, di certo poeta ma anche disperatamente e allo stesso tempo gioiosamente e vivamente uomo; come tutti noi. O forse anche di più. Che i Sambene amino De Andrè da prima ancora che nascesse il loro gruppo è un fatto incontrovertibile. Nell’Accademia dei Cantautori l’artista genovese è materia di studio. Maestri e studenti cantano de Andrè, piccoli e grandi, e il primo esperimento dei Sambene si è costruito proprio intorno a questo repertorio. I Sambene hanno un live che funziona moltissimo nelle Marche e la loro prima intenzione era proprio cominciare l’avventura discografica con questo tributo. Poi però l’incontro molto particolare – che su FoolkMagazine abbiamo anche raccontato – con le storie della Resistenza della loro Regione li ha spinti ad esordire con quel bel lavoro appassionato, che ha visto la produzione artistica di Michele Gazich e della stessa Lucia Brandoni. Ma l’omaggio a De Andrè era rimasto in sospeso come desiderio, come riconoscimento, come punto e virgola della loro produzione. Mi sembra quindi che se bisogna restare nell’ambito del processo alle intenzioni, che tanto va di moda, i Sambene siano stati tra quelli con le carte in regola per procedere in questa operazione. Che è una operazione costruita in maniera rispettosa e intelligente. Non si tratta infatti solo di un percorso emozionale intorno alle canzoni di maggiore presa e successo della serie: “Va’ dove ti porta il cuore”. Niente affatto: come si conviene ad una scuola, si tratta di una scaletta ben congegnata e pensata intorno ai temi principali della poetica di De Andrè: di signori distratti, blasfemi e spose bambine. O per meglio dire, quattro brani dedicati all’amore, quattro alla spiritualità, quattro alle tematiche politiche e sociali. Infine “Girotondo” con il coro dei bambini di Arslive: non solo i Sambene quindi, ma anche gli altri giovani allievi della Scuola a partecipare, a condividere un’emozione e allo stesso tempo ad imparare. Lo scopo didattico del disco è quindi riuscito in pieno. E vediamo invece come i Sambene hanno cantato e suonato questo disco. Partirei dalla vocalità. Gli arrangiamenti vocali sono una delle specialità di Lucia Brandoni. Avendo tre voci a disposizione, scegliere di dare il ruolo principale a quelle femminili è stato spesso coraggioso. Il repertorio di De Andrè è proprio sognato e pensato per voci di uomini e invece Veronica Vivani e Roberta Sforza sono state brave a sostenere l’impatto con questo mondo così chiaramente maschile. Non era facile. Soprattutto perché le due cantanti dei Sambene sono le due ex allieve dell’Accademia, due ex allieve che però continuano a studiare oltre che a macinare chilometri e chilometri di esperienza live, in tutto il Centro Italia. E si sente: è questa la novità. Le due sono cresciute moltissimo vocalmente, e sono in sintonia perfetta con Marco Sonaglia, il giovane cantautore e chitarrista di Fabriano e maestro in Arslive, che insieme con la Brandoni e Paolo Bragaglia ha curato gli arrangiamenti. Ne è uscito fuori un disco di grande dignità, elegante, senza scivoloni. Rispettoso e innamorato. Con dei momenti anche di coraggio. Alcune versioni sono davvero eccellenti, come ad esempio “Hotel Supramonte” o come “Khorakhanè” e “Il Testamento di Tito”. Forse meno bene “Canzone dell’amore perduto,” perché in questo caso negli arrangiamenti si è peccato in “eccesso di rispetto” nei confronti dell’originale. Se un invito possiamo fare ai Sambene è di lasciarsi andare di più alle sperimentazioni e di osare, perché la musica “leggera” permette quello che non sempre riesce a concedersi “chi conosce il setticlavio”. Ma in linea generale, mantenendo forte la linea folk così cara al mondo di Accademia dei Cantautori, il sound finale sembra gradevole e maturo, grazie alla fisarmonica dell’altro elemento del gruppo, Emanuele Storti, e le collaborazioni di alcuni musicisti di calibro, come Franco D’Aniello (tin whistle) e Luciano (Lucio) Gaetani (mandolino) dei Modena City Ramblers, come Alessandro D’Alessandro (organetto), come Claudio Merico (violino), come Federico Governatori (percussioni) e come la stessa Lucia Brandoni, col pianoforte hammond. Alla fine ci resta da dire che il valore aggiunto di questo album è l’amore autentico - a tratti anche ingenuo come solo un amore vero sa essere - che si ritrova nella cura e nella realizzazione. Non resta quindi che augurare ai Sambene di proseguire su nuove strade; è ora che si provino alla scrittura anche gli elementi femminili del gruppo e che si riprendano percorsi originali in cui De Andrè, Guccini e tutti gli altri grandi della Canzone d’Autore italiana diventino sempre fonte di ispirazione ma mai derivazione. In bocca al lupo.



Elisabetta Malantrucco

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