Vito Ranucci – Napoli Inferno & Paradiso (CNI, 2019)

Se già parlare di musica napoletana non è sempre facile, figurarsi mettere mano ai classici della canzone d’arte partenopea, sia antica che recente. Si è cimentato nell’impresa Vito Ranucci, del cui precedente album, “KTC Killing the Classics”, Girolamo De Simone, notevole compositore di frontiera lontano da stereotipie identitarie e da leziosità accademiche, aveva parlato come di un’opera di “trasfigurazione” di partiture di musica classica. Con questo “ritorno a casa” Ranucci si rivolge a materia altrettanto difficile da manipolare come è la canzone di Napoli, non tanto per la sua presunta “sacralità” quanto piuttosto perché sono già esistiti interventi di rimescolamento, soprattutto nell’ambito della club culture e del DJing. In realtà, Ranucci non è nuovo a queste azioni sul patrimonio musicale locale, se si pensa al brano “Napoli Hard”, contenuto nel suo disco “Dialects”, dove metteva le mani sullo storico canto de “Lo Guarracino”. Compositore, arrangiatore e sassofonista Ranucci, attivo nell’ambito delle colonne sonore per il cinema ed il teatro che gli hanno fruttato importanti collaborazioni, fa parte di una schiera di artisti napoletani poco concilianti con una certa indulgente e compiaciuta autorappresentazione della metropoli mediterranea. Sul piano stilistico compositivo predilige la giustapposizione di registri e linguaggi, la mescolanza di timbri acustici e di elettronica: insomma una salutare con-fusione. Quanto al titolo provocatorio, “Napoli Inferno & Paradiso”, e alla scelta delle canzoni in scaletta, Ranucci dice: «Ho diversamente fruito di questi brani da piccolo, ho suonato nell’ambiente dei neomelodici, ho suonato ai matrimoni, trovandomi accanto anche a spacciatori e camorristi… L’ascolto di un classico napoletano riporta alla mia mente una visione molto meno oleografica della città, che mi restituisce una Napoli vera e reale, non da cartolina. Credo di aver conferito una verità a questi brani, in cui non leggo qualcosa di stereotipato o ingabbiato nel ruolo di souvenir di Napoli, ma qualcosa che vive e nel tempo si impregna di nuovi sapori e odori, ben lontani dalla radice dei brani in quanto semplici canzoni d’amore e di emigrazione. Il tempo che passa e gli accadimenti trasformano e plasmano i classici ogni volta che vengono eseguiti, giorno dopo giorno. Perché la musica subisce questo tipo di contaminazione dallo spirito umano». Ecco, dunque, che Ranucci penetra “nel giardino delle delizie” della canzone con uno dei più classici canti degli emigranti, “Santa Lucia Luntana”, qui interpretato da Alessio Caraturo. “Indifferentemente” è trattata con sintetizzatori, elettronica e vocoder, che incrociano la mandola di Maurizio Zoccola e la chitarra elettrica di Pasquale Capobianco. Invece, “Arecheta Addirosa” è una composizione dello stesso Ranucci, il quale sulla bella voce della coautrice Emanuela Colucci orchestra un canto ispirato ai penetranti melismi delle voci di mercato. “Ragione e Sentimento” (qui Ranucci suona anche sax, chalameaux e flauto barocco) omaggia uno dei brani di successo del repertorio di Maria Nazionale. Oltre, le due leading voices, Caraturo e Colucci, si ritrovano in “Suonno D’Ajere”, altro tributo a un grande del canto di Napoli contemporaneo. Seguono la morbida squisitezza di “Scalinatella” e l’incontro con la voce rap di Daniele Sanzone degli ‘A67 in una dilatata “’A Canzone ‘E Napule”. Se gli si chiedono i motivi per i quali non ha ipotizzato una massiva destrutturazione delle canzoni, Ranucci chiosa con risolutezza: «Non necessariamente un’operazione di rilettura di qualcosa di antico o di meno antico deve contenere un procedimento di destrutturazione: l’obiettivo non è produrre qualcosa di empirico nel quale si evinca un estro particolare o una capacità di sconvolgere. D’altra parte la materia di cui parliamo fonda la sua grandezza nella melodia e nell’armonia: questi sono i connotati principali, andare a destrutturare una melodia che contiene magia sarebbe operazione poco utile, migliorare qualcosa già di per sé eccezionale. Semplicemente ho voluto una lettura dalla mia angolazione, con i miei strumenti, i miei suoni, scegliendo le voci con un criterio particolare. Questo per me è già destrutturare qualcosa di storicizzato: anche prendere una canzone come stornello voce e chitarra come “Mierolo affurtunato” e trasformarla in brano orchestrale con contrappunti vocali quasi sacrali è un’operazione sottile». Occorre riconoscergli la capacità di costruire architetture efficaci per il brano degli anni Trenta firmato da Salvatore Di Giacomo ed E.A. Mario, conosciuto in indimenticabili esecuzioni e ricami canori, che si delinea come uno degli episodi più riusciti del disco, come lo è anche “Cala ‘a sera”, per voce percussioni e orchestra virtuale, nuova versione del tema autografo utilizzato da Mario Monicelli nel film “Le rose del deserto”. Nell’esplorazione condotta da Ranucci non poteva mancare la celeberrima tarantella rossiniana, dove al centro si colloca il mandolino di Domenico La Torre. Nel quadretto dolente di “Tu ca nu chiagne” si impone la suggestione dettata dal paesaggio notturno che fa da cornice alla storia d’amore. Si espande in maniera visionaria anche il tradizionale “Fenesta vascia”, che ritrova la voce delle Colucci e si tinge di colori world grazie alle percussioni di Carmine Bruno e alle tabla di Luca Cioffi. Ranucci va alla fonte della tradizione facendo interagire i suoi timbri elettronici e acustici con la ritualità contadina vesuviana, esaltata dal canto a distesa di Zi Antonio “L’uvaiuolo” De Simone in “Vesuvio” e dal canto della pertica di Carmine Coppola in “Vesuvio n.2”. L’omaggio alla “Figliola” si gioca tutto sul dialogo tra voce e pianoforte, mentre nella villanella “Vurria addeventare” la voce si contorna di elettronica, sax soprano e toy piano. “Napoli Inferno e Paradiso” è un album che cattura, riplasmando e restituendo l’universalità locale di classici partenopei, però senza racchiudersi nella stereotipata natura global di certe procedure estetiche postmoderne. 


Ciro De Rosa

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